martedì, 1 Dicembre, 2020
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Serena Sinigaglia e il teatro nazionalpopolare

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Videointervista a cura di Andrea Ciommiento

Orare et sonare

ELENA SCOLARI| L’ultima volta che vidi mio padre è un dramma musicale animato – soggetto, sceneggiatura e regia di Chiara Guidi. Una messa sonora per un padre perso e rincorso nell’ultimo lavoro della Socìetas Raffaello Sanzio.

Capita di andare a teatro bendisposti ma anche guardinghi, capita quando si sceglie di vedere uno spettacolo di una compagnia cui sei affezionato da tempo e di cui hai visto alcuni capolavori. C’è la curiosità, l’aspettativa e anche il timore di rimanere delusi. Come quando vuoi molto bene a qualcuno e speri di poter andare sempre orgoglioso di quello che fa nella vita.

Questa era la situazione di qualche sera fa, mentre mi accingevo ad assistere a L’ultima volta che vidi mio padre,  recente produzione della “trasgressiva” Socìetas Raffaello Sanzio, compagnia cesenate fondata nel 1981 da Romeo Castellucci e diventata nota su larga scala a metà degli anni ’90. Alcuni degli spettacoli simbolo di questo gruppo (Buchettino, Orestea, Giulio Cesare, Viaggio al termine della notte) avevano squarciato un velo di uniformità impiegatizia nel teatro italiano e non, grazie ad una forza immaginifica e violenta e raffinatissima che colpiva cuore e mente.

Negli anni si sono sempre più distinti gli interessi e i talenti dei componenti la compagnia, Chiara Guidi ha sempre curato l’aspetto sonoro degli spettacoli, e in questo “dramma musicale animato” mette una summa della sua ricerca.

E’ un genere di teatro nel quale lo spettatore impiega un po’ ad entrare. A nostro parere bisogna rinunciare a capire razionalmente ogni gesto e ogni azione sulla scena e costruire un percorso personale all’interno dello spettacolo. Questa scelta permette di dare una lettura emotiva ma sensata di ciò cui si assiste: noi abbiamo visto (e soprattutto sentito) una messa visiva e sonora, officiata da tre figure femminili/figlie di bianco vestite, in onore di un padre amato e ormai lontano.

La scena potrebbe essere l’interno di una chiesa, le attrici (Sara Masotti, Alessia Malusà, Federica Rocchi e la stessa Chiara Guidi) si trovano ad un alto altare/bancone da lavoro e compiono una serie di operazioni “rumorose”: martellano, picchiettano, spacchettano, fanno rotolare cose, accartocciano, battono, sfregano, spostano… tutti i suoni di queste azioni si fondono in una specie di musica, poi entrano due strumenti veri ad accompagnare, un violoncello e un clavicembalo suonati dal vivo.

Le tre donne protagoniste, triplice moltiplicazione della figura di figlia, si rimbalzano le poche battute del testo, si fanno eco l’una all’altra e creano un altro piano sonoro con le loro voci, che si muovono nello spazio: da una balaustra, sotto il bancone, su una scala. Dalle vetrate colorate di una cattedrale accennata esce poi un coro di bambini, a sottofondo del tutto, come tanti figli di quel padre chiamato e richiamato ma assente.

Pieni di struggente malinconia, quindi bellissimi, i disegni animati in bianco e nero di Magda Guidi, Sergio Gutierrez e Andrea Petrucci, su uno schermo che fa il controcanto d’immagine a questo concerto di famiglia.

Non importa se non ci è sembrato tutto intelligibile, al di là di una certa propensione a prendersi forse un po’ troppo sul serio, il risultato della Guidi è bello. Il sentimento della malinconia è tra i più affascinanti, e ritrovarlo in tanta high tech sonora non era facile.

Terra Santa, parole laiche

ELENA SCOLARI| Un quadro brechtiano delle terre occupate in medio oriente. Coproduzione La Danza Immobile e Skene’ Company. Testo di Mohamed Kacimi, regia Corrado Accordino, al teatro Binario 7 di Monza

“Tu hai capito perché Nastassjia Filippovna butta i centomila rubli nel camino?”. Con questa battuta dostoevskjiana il bellissimo personaggio di Yad fa il suo ingresso verbale nella scena casalinga che è ricostruita sul palco. Siamo in una qualsiasi città del medio oriente, nei territori occupati, forse a Gaza. Due famiglie vivono in appartamenti attigui, con porte solo accennate da infissi vuoti, vuoti e fragili come il non-senso delle divisioni tra persone, intravediamo un rimando a Dogville di Lars Von Trier e al modo brechtiano di creare spazi dialettici in continuo dialogo teatrale.

Alia (Claudia Negrin), levatrice, e Yad (Alberto Astorri),  uomo disilluso e alcolico per mestiere (che ci ricorda molto il carattere del Barney Panovski di Mordecai Richler), vivono col giovane figlio Amin (Francesco Meola), nelle stanze di fronte c’è Imen (Silvia Pernarella), ragazza rimasta sola col gatto Gesù, dopo la sparizione della madre Carmen ad un posto di blocco, è in attesa che il fidanzato esca di prigione per sposarlo. In queste case irrompe sgraziato il soldato Ian (Michele Bottini), l’occupante che non capisce più il senso dell’occupare, un militare che soffre di solitudine e ascolta Stravinskij.

Il testo dell’algerino Kacimi procede con obiettività, ci fa conoscere profondamente i personaggi, vediamo il tempo quotidiano che vivono in questa situazione eternamente sospesa, l’ottima interpretazione degli attori ce li rende senza retorica: vediamo Yad annegare la sua delusione nell’alcool del liquore d’araq, la moglie Alia lamentarsi delle calze di nylon bucate dagli anni, il figlio Amin, inizialmente dolce e timido, sviluppare un odio feroce verso i soldati, e la giovane Imen, vagamente preoccupata per la linea ma già molto disincantata di fronte alle promesse dell’Islam (aveva già dei problemi con Cappuccetto rosso, figuriamoci con la storia delle settanta vergini dopo la morte).

La regia di Accordino è cinematografica, scene asciutte e al servizio del testo, quasi già una sceneggiatura, che restituisce il senso dell’ironia improvvisa delle parole di Kacimi, ironia che balena tra la polvere della sabbia e la tragedia dei bombardamenti.

Tutto il cast è equilibrato ma dobbiamo sottolineare la prova davvero fantastica di Alberto Astorri che dona a Yad un grado perfetto di sciatteria, cinismo, humour, rabbia e disillusione. Questi sentimenti sono in varia misura comuni anche agli altri personaggi, soldato Ian compreso, nelle loro conversazioni c’è il disprezzo per la costruzione di martiri ed eroi – “Non se ne può più di eroi” – il dissacrante laicismo  – “Un Dio che si mette a proibire l’alcol non è un buon Dio: è un rompicoglioni” – il rancore verso chi toglie il futuro e l’amore, la paura davanti alle case distrutte a pochi metri e una strana forma di abitudine atterrita davanti alla morte e alla violenza, che sono dappertutto.

La parabola di Amin lo conduce a lasciarsi sopraffare dall’odio fino ad uccidere con ottuso orgoglio un soldato, prodezza che gli frutterà un tragico epilogo, il momento più alto dello spettacolo, in cui si giocherà la vita a poker col padre Yad.

L’idea forte di questo spettacolo, e del testo di Kacimi, è mostrare l’interno di un mondo al di fuori del quale sta succedendo l’inferno, del quale tutti in occidente ci permettiamo di parlare, ma che non possiamo conoscere nell’intimità di una casa. Terra Santa ci fa entrare, laicamente, e ci fa capire.

La terra è santa ma le parole di chi la abita sono diventate laiche. E un po’ profane.

L'inquisitore mancato

ELENA SCOLARI| Storia della colonna infame è un progetto ispirato da Sisto Dalla Palma con Silvio Castiglioni ed Emanuela Villagrossi, regia di Giovanni Guerrieri, produzione CRT Teatro, in scena al Salone fino al 15 maggio.
Una scena piena di oggetti, un vecchio salotto con divani, tappeti, mucchi di carabattole impolverate, una lavagna , un libro sventolato da un ventilatore. E un belato in lontananza.
In questo soggiorno ascoltiamo la storia del barbiere milanese Giangiacomo Mora, che nel 1630 viene ingiustamente accusato di essere un untore di peste, sulla base di una vaga  dichiarazione della donnetta Caterina Rosa che dice di averlo visto pulirsi le mani da un unguento ritenuto mortifero sulla muraglia di via della Vetra a Milano, il malcapitato viene arrestato e poi torturato per estorcergli una confessione: c’è bisogno di un colpevole, il popolo lo pretende. Mentre il terribile contagio dilaga in città, il Mora sotto processo è costretto a coinvolgere altri innocenti, per rendere verisimile una verità inventata. E che lo porterà alla morte, epilogo tagliato in questa rielaborazione del testo. Viene taciuto anche che una colonna, detta appunto infame, era stata eretta in Via G.G. Mora a Milano a memoria di questa vergogna e poi distrutta.
Nello spettacolo questa lacerante e crudele vicenda giudiziaria viene indebolita: la potenza intrinseca ai fatti, e le parole, cariche di una spinta emotiva commovente che può perfino mettere a  disagio lo spettatore, sono impoverite da una scelta di recitazione piana e molto distaccata.
Un bravo attore come Castiglioni e una degna compagna (Emanuela Villagrossi) sono penalizzati da un’idea registica che, a nostro parere, non è funzionale ne’ ad esaltare le loro qualità interpretative ne’ a valorizzare un gioiello di modernità per stile e argomento – ahinoi attualissimo-  come sono gli atti del processo della Storia della colonna infame.
C’è un’azione scenica fortemente simbolica: la costruzione di una pila fatta di tanti piani di bicchieri di cristallo, interpretabile come colonna o forse come fragile castello accusatorio. Entrambe le ipotesi ci sembrano però troppo “aggraziate” rispetto alla storia di profonda ingiustizia che ci viene raccontata.
Il coup de théâtre finale è lo svelamento del mistero sonoro del belato: dietro un velo compaiono nel retropalco due pecore vive. “L’irruzione in scena della vita reale: le pecore belano in maniera imprevedibile durante lo spettacolo”, secondo la scheda di presentazione. Mah. Fossero state capre avremmo potuto pensare al capro espiatorio, questa incursione ovina ci è sembrata piuttosto inopinata, nonostante il campagnolo effetto sopresa.
Veniamo poi a sapere, parlando con la compagnia, che tutti gli oggetti presenti in scena erano di proprietà di Sisto Dalla Palma (direttore del CRT fino alla sua recente scomparsa), ispiratore di questo progetto manzoniano e grande accumulatore in vita, ci spiegano che come lui salvava le cose così il regista Guerrieri intende salvare le parole e per questo le fa dire in modo sussurrato, ma siamo sicuri che per salvare la denuncia di una colpa grave, della tortura, della giustizia sommaria di inquisitori diabolici e superficiali questa vada sussurrata?
E’ difficile che lo spettatore possa capire questi rimandi personalissimi, il senso dello spettacolo rimane celato in elementi segreti e privati.
Abbiamo apprezzato l’idea di concludere con un aggancio ai Promessi sposi, in una delle prime versioni del romanzo La colonna infame ne era un capitolo, i due personaggi diventano infatti Renzo e Lucia, dopo i fatti narrati.
Ci sembra che l’intento di Manzoni non sia stato rispettato. A voi la sentenza.

Teatro delle Apparizioni: Fabrizio Pallara, Dario Garofalo, Valerio Malorni, Paola Calogero

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Videointervista a cura di Andrea Ciommiento

Boldini e la Belle Epoque

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ELENA SCOLARI | Un elegante gineceo su tela, visi diafani e abiti splendidi per dame pensose tra balli e concerti.

Il primo pensiero è una certa invidia per le numerose dame che vediamo nei quadri di Giovanni Boldini: sempre eleganti, in abiti scinitillanti e impegnate tra balli, ricevimenti, concerti, scampagnate in campagna, letture all’ombra dei parchi di Parigi. Non male, no?

Conosciamo queste signore guardando le oltre cento opere esposte alla mostra Boldini e la Belle Époque, in corso presso Villa Olmo, a Como. Le cosiddette “Grandi Mostre”, che talvolta lo sono solo per dimensioni e sponsor ma raggruppano opere in realtà minori pubblicizzate con un dispiego di mezzi che frastorna. In questo caso l’esposizione è una ricchissima galleria di ritratti, effettivamente la specialità in cui Boldini è stato più produttivo, ma mancano completamente le tante vedute di piazze e strade francesi, che pure furono per l’artista soggetti importanti e che ne rivelarono l’originalità del punto di vista.

In mezzo alle decine di contesse, mademoiselles, dame e principesse, troviamo soltanto “Omnibus in Place Pigalle”, emblematico esempio di come la pittura del ferrarese abbia la qualità della “presa diretta”: il pittore vedeva questa immagine dall’alto della finestra del suo appartamento, ma la dipinge come se si trovasse in strada, con un effetto di realismo vivo che fa quasi sentire lo scalpitare dei cavalli.

Nell’allestimento raccolto e un po’ angusto della mostra si sentono comunque forti e chiare la leggerezza e la vitalità sociale della Belle Époque, periodo luminoso e di scoppiettante fervore artistico: moda, musica, teatro e lusso si respirano nella brillantezza dei tessuti, nella ricchezza dei saloni, nell’allegria dei bistrots e dei Cafés chantants.

Le donne dei quadri di Boldini hanno però un velo di consapevole malinconia nei loro tratti. L’artista dona loro viso allungato, colorito nobilmente pallido e questi segni contribuiscono ad un’espressione intensamente emotiva, ci sembra di capire il loro stato d’animo nel tempo in cui sono state ritratte. I loro occhi hanno una carica seduttiva sinuosa e irresistibile.

Ma in cosa sono davvero uniche queste donne? Nello stile, mai visto prima, che unisce precisione fotografica dei dettagli a modernissimi tratti solo accennati: in “Femme aux gants” e in “Giovani donne sedute” le mani delle signore sono fuse con la stoffa dei loro abiti, le dita affusolate non si distinguono dalla materia su cui poggiano. Veloci e nervosi colpi di pennello incorniciano le sagome dando un grande senso del movimento.

Il più stupefacente esempio di questo slancio dinamico è senz’altro “Bimbo col cerchio”, nel quale le due figure del piccolo e della bambina più grande sono intrecciate in piani non distinguibili, due curve di corpi divergenti che si spingono fin fuori la tela.

Boldini lascia Ferrara nel 1864 per Firenze, (dove frequenta i futuri macchiaioli), poi Londra e infine Parigi, qui viene accolto nell’alta società grazie a numerose liasons con nobildonne che lo introducono nel miglior mondo borghese. La familiarietà con l’aristocrazia, specialmente femminile, rende  il pittore sempre più capace di cogliere il carattere intimo dei soggetti dipinti.

Nella mostra vediamo anche opere di altri artisti italiani, vicini a Boldini per interessi ed eleganza d’esecuzione: Zandomeneghi, De Nittis, Corcos. Una bella selezione di quadri che rende però più evidente la mano irripetibile del pittore di Ferrara.

Usciamo nel bel Parco di Villa Olmo, sul lago, e cerchiamo un Bistrot per bere un Pastis. Alla salute della Belle Époque.

Giocateatro Torino

ELENA SCOLARI| Una carrellata del teatro per i piccoli, spesso un teatro “piccolo” ma con alcuni esempi brillanti.

Una quindicina di spettacoli visti in due giorni. Una pazzia? Una scommessa? Patologia? No, la quantità media di titoli in una vetrina di teatro ragazzi in Italia. Le vetrine sono come fiere, le compagnie portano il loro “prodotto”, il nuovo spettacolo per la stagione successiva, per mostrarlo ai pazienti operatori teatrali, che vengono da tutt’Italia per vedere le novità e poter così far tesoro di quanto visto per comporre le stagioni scolastiche dell’anno che verrà.

Questi festival sono collettori di una categoria, abbastanza reietta, in verità, che si riunisce in questi caroselli del palcoscenico: gli organizzatori di tante e tante realtà italiane che operano nel settore teatrale per i giovani e che in queste occasioni hanno modo di incontrarsi, confrontarsi, spesso lamentarsi delle proprie difficoltà sapendo di essere ben compresi dai colleghi, qui si raccontano i nuovi progetti, si fanno le obbligate pubbliche relazioni per cercare di vendere i propri spettacoli. Il tour de force da poltrona non è solo dovere, ci si diverte anche, tra operatori, razza dannata ma non vile, si chiacchera a cena, si spettegola un po’ sulle nuove pettinature di colleghi/e che non si vedono da mesi, si maligna un po’ sui brutti spettacoli… è un po’ come essere in gita scolastica, si creano sottogruppi per vicinanza di carattere o di vedute, insomma è un’occasione di studio sociologico molto interessante.

Giocateatro è la vetrina delle compagnie del Piemonte, regione aurea che ha saputo costruire una rete salda e fruttuosa e che si è saputa dotare di una Casa del teatro ragazzi e giovani, un bellissimo edificio non troppo lontano dal centro di Torino con belle sale di varia grandezza, che accoglie anche gli uffici delle più importanti compagnie del territorio. La manifestazione è una macchina oliata da anni ed è sempre ben organizzata, ma quest’anno abbiamo visto segnali di “indigenza” anche qui, nell’eldorado teatrale sabaudo. Non più i pullman noleggiati per le trasferte nei vari teatri della città: tutti sul tram con biglietto a 1€! Non più pasti offerti nello spazio ristorante della Casa: buffet e “apericene” (brrrr…) a pagamento! Non più borsa di tela con i materiali in omaggio: solo cartelletta di cartone!

In questa atmosfera risparmiosa ma ugualmente sorridente abbiamo cominciato la maratona dello spettatore.

Il bilancio complessivo non è ottimo, nonostante la vasta quantità è sempre difficile trovare tanti lavori buoni, e ci sono però tante ragioni per questo, non si tratta solo di mancanza di talento ma anche dell’obbligo, nel teatro per bambini, di produrre in continuazione, ogni stagione, uno spettacolo nuovo perché il repertorio quasi non esiste, e il mercato “esige” che si abbia sempre qualcosa di nuovo da presentare, montato con tempi di prova forsennati e non sempre frutto di un’idea artistica forte o sincera.

Il difetto generale degli spettacoli presentati in rassegna, anche di quelli buoni, è una certa inconsapevolezza del pubblico a cui ci si vuole rivolgere, lavorando con i bambini e gli adolescenti è invece importante tenere sempre presente come e cosa possano cogliere i piccoli spettatori in crescita. Abbiamo visto spettacoli cupi e lunghi dati per bambini dai 3 anni, spettacoli di struttura elementare per le superiori, spettacoli belli con idee ed emozioni complesse per le scuole primarie e anche spettacoli brutti per tutte le età, diciamolo. Esiste un vuoto legislativo per cui è ancora lecito fare spettacoli per bambini con attori adulti vestiti con una ridicolaggine inusitata, o che parlano (recitano?) e si muovono come Jerry Lewis, sarebbe ora di finirla.

Ma gli esempi virtuosi? Ci sono, ci sono.

Teatro Distinto, che lavora sempre con pochissimo testo, quasi senza parole, ha messo in scena “Cenerentola non abita più qui”, titolo forse fuorviante per uno spettacolo poetico e stilisticamente cristallino che non racconta la fiaba bensì l’impossibilità di raccontare ancora storie, quella di Cenerentola come altre. Due addetti alle pulizie di un teatro entrano in una scena ricoperta di cartacce appattollate, scopriranno che sono tutte lettere del direttore alle tante maestranze che lavorano in un teatro (attori, registi, sarti, tecnici, fonici, bigliettai, maschere… e anche spettatori): il teatro chiude perché troppo vecchio. I due non vogliono però lasciarlo, e così tolgono lentamente un lenzuolo antipolvere da una fila di poltrone che rivela le voci di storie celebri, che fluttuano nell’aria del teatro, aprono una piccola scatola che libera gli applausi. Un linguaggio romantico e rarefatto, teatrale, precisamente.

Altro buon esempio è la compagnia Nonsoloteatro: Guido Castiglia ha presentato Branco di scuola, spettacolo sul bullismo tra adolescenti, finalmente raccontato senza retorica con un testo ben scritto, molto fluido, una narrazione ritmata e vivace, frutto di un lavoro congiunto del regista/attore con molti ragazzi che hanno partecipato al lavoro, spiritoso e crudele  quanto basta.

Citiamo ancora il vincitore del Premio Scenario Infanzia 2010, che premia i 20 minuti preparatori di un lavoro che si è visto poi completato proprio a Torino: un Hansel & Gretel espressionista, delle compagnie Cassepipe ed Eventeatro. Una versione della fiaba trattata in modo originale, ironico, un po’ chapliniano, senza ammiccamenti, con un bell’approfondimento dei personaggi.

C’è del buono, Piemonte. E di quello bisogna parlare.

Una notte in Tunisia

ELENA SCOLARI| Una produzione Teatro Franco Parenti e Gli ipocriti, messa a fuoco di Andrée Ruth Shammah, di Vitaliano Trevisan, con Alessandro Haber, Martino Duane, Pia Lanciotti e Pietro Micci. In scena al Franco Parenti fino al 10 aprile 2011.

Lo statista Bettino Craxi va in scena, racconta se stesso sullo sfondo di una Tunisia molto italiana.

“Gli italiani non amano la libertà, salgono istintivamente sul carro dei vincitori. Amano di più l’uguaglianza. O meglio l’uniformità”.

Questo una dei concetti più interessanti nel testo pieno di intelligenza scritto da Vitaliano Trevisan, ispiratosi al libro “Route Al Fawara, Hammamet” di Bobo Craxi.

E’ suo padre Bettino a pronunciare questa frase, in scena, e Alessandro Haber a darle voce. Un Haber che rapisce l’attenzione fin dal suo ingresso sul palco e non molla più lo spettatore fino alla fine dello spettacolo.

In Una notte in Tunisia Craxi è seduto alla sua grande scrivania, una scrivania di un legno povero, povero come la sua condizione di statista risultato alla fine perdente ma non disposto a perdere anche l’uditorio. Craxi/Haber legge se stesso in un unico lungo discorso, con tanto di fogli alla mano, come in una concione politica, parla rivolto ai suoi unici ascoltatori, i parenti che l’hanno seguito ad Hammamet dopo lo scoppio di Tangentopoli nel 1992, come ad astanti di un comizio.

L’ascoltatore privilegiato è però il veneto Cecchin (un sorprendente Pietro Micci), il portiere di notte dell’Hotel Raphael di Milano che Craxi si è portato in Tunisia come confidente, servo per niente sciocco del padrone, domestico che sogna di fare lo scrittore  e che, in quanto portiere d’albergo, non ha visto e non ha sentito molte cose interessanti sulla storia italiana.

Cecchin è il personaggio d’invenzione meglio riuscito, e il suo rapporto con Craxi il più perfettamente teatrale: descrive le azioni in terza persona come una sceneggiatura vivente, è imperturbabile ma permaloso come tutti i veneti, e scambia con lo statista brevi e impagabili battute.

Il testo di Trevisan è ben scritto, profondo, cinico, Haber è un Craxi sprezzante nel descrivere “il popolo” degli italiani e il loro opportunismo. Nei giornali italiani si trovano dichiarazioni aggressive di chi aveva ricevuto denaro o vantaggi: “…di qui sono passati tutti, registi, attori, per una fiction, per la direzione di un teatro Stabile, tutti”.

Il politico è divorato dalla malattia e descrive l’Italia e il suo sistema corrotto come un corpo nel quale le cellule malate si diffondono come metastasi annientando il sistema stesso. L’uomo però possiede un tale carisma e una personalità così forte da schiacciare chi gli sta intorno anche in questa condizione ormai rovinosa, tutti continuano ad obbedirgli.

Meno convincenti del duo Craxi/Cecchin sono i personaggi della moglie (Pia Lanciotti) e del fratello (Martino Duane), privi di ironia e indecisi tra noia, rabbia, dolore e senso pratico. L’assurdo piano della moglie di far rientrare il marito in Italia sotto mentite spoglie e il ruolo simbolico del fratello non sono in tono con la lucidità rigorosa del discorso del protagonista.

“Marcire in vita è terribile”, questo dice il Bettino Craxi in declino, “morto io sarà morta anche la politica”.

In un incubo il politico racconta di assistere al proprio funerale, si vede nella bara con gli occhi sbarrati e chiede a gran voce due monete per coprirgli gli occhi, gli zecchini del contrappasso. E noi forse capiamo a quali monetine sta pensando.

Uno spettacolo acuto, ricco di disincanto e Haber è bravissimo a restituire l’energico e tracotante coraggio di quel discorso storico alla Camera, che nessun altro avrebbe potuto fare.

Consorzio Ubusettete: Daniele Timpano, Elvira Frosini, Dario Aggioli, Fabio Franceschelli

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Videointervista a cura di Andrea Ciommiento

Questo pitone non stritola

ELENA SCOLARI| 18 mila giorni – Con Giuseppe Battiston e Gianmaria Testa, testo di Andrea Bajani, regia di Alfonso Santagata, una produzione Fuorivia e Teatro Stabile di Torino, in scena al Teatro Elfo Puccini fino al 27 Marzo.

Uno spettacolo sui disoccupati di mezza età, che non rende loro giustizia. Come si fa a rendere mediocre uno spettacolo interpretato da uno dei migliori attori italiani sulla scena  – Giuseppe Battiston –  da un bravo cantautore come Gianmaria Testa e diretto da un onesto regista? Con un testo superficiale e troppo, troppo qualunquista.

18mila giorni fanno 50 anni, 50 anni è l’età del protagonista, che perde il lavoro e vede vincitore il suo collega arrivista, il pitone, appunto. Già da questa premessa è difficile sentirsi travolti da una folata di originalità, ma tutti i temi possono essere ben trattati e l’importante è il risultato. Ahinoi, lo svolgimento non ci consola: l’uomo licenziato è stato anche lasciato dalla moglie che si è portata via il figlio Tommaso, si trova quindi in casa, senza mobili, solo, in mezzo ai mucchietti di vestiti, unico elemento di vita rimasto. Il citofono suona ma è solo pubblicità.

Battiston ce la mette tutta, usa le sue numerose capacità recitative per dare sostanza a quello che dice, cambia stile per rendere la vicenda coinvolgente, ma non è sufficiente.

Le belle luci di Andrea Violato creano effetti visivi molto più sorprendenti del “corpus” dello spettacolo, che dovrebbe stare proprio nell’originalità del testo, di Andrea Bajani, vincitore di alcuni premi letterari (altra prova della vanità dei premi, soprattutto quelli letterari?).

Veniamo a Gianmaria Testa: il suo personaggio è una specie di angelo custode del protagonista, compare per lo più dietro un velo a fondo palco, inserendosi nell’azione con la sua voce roca di ex ferroviere, le sue canzoni delicate e spesso con testi attenti e non banali, imbracciando la chitarra ascolta le lamentele del disoccupato, le sue invettive (contro i supermercati e chi si riempie il carrello di merci in offerta, altro schiaffo inaspettato) e gli dà qualche pacato consiglio, affettuoso.

C’è anche il tentativo di inserire un brano storico, sul padre del protagonista, che stava in trincea durante la guerra mondiale e rimaneva immobile per salvarsi fingendosi morto in mezzo a cadaveri veri, si fa una similitudine azzardata per sostenere che anche oggi, il trucco è fingersi morti, “perché così non sentirai più niente”.

Insomma, questo spettacolo vorrebbe essere una denuncia delle condizioni umane e professionali di chi perde il lavoro a cinquant’anni, tema legittimo, che si può ritenere più o meno appassionante ma che può senz’altro essere infinita fonte emotiva. Purtroppo invece Il pitone non denuncia alcunchè, le riflessioni del protagonista sono banali e non trasmettono ne’ vera delusione ne’ vera rabbia. Non emoziona perché non c’è approfondimento del personaggio, non capiamo perché la moglie lo ha lasciato (solo perché ha perso il lavoro? ma allora vale uno spettacolo?), non capiamo bene neanche il perché del licenziamento, magari non essenziale, ma così Battiston è buttato sul palco e si deve inventare il personaggio, cerca di farlo al meglio ma è poco aiutato da una scrittura povera, troppo confusa per il tema che vuole trattare.

Ci rammarichiamo per un Battiston gioiello al quale si impedisce di scintillare e per un’opportunità preziosa sottosfruttata.

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