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domenica, 2 Ottobre, 2022
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Ribatto: una pallottola spuntata per una roulette russa

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Ribatto_foto Elisabetta Torre
Ribatto_foto Elisabetta Torre

RENZO FRANCABANDERA | Fra il 1959 e il 1962 i libri This is Moscow Speaking di Nikolai Arzhak e The Trial Begins di Abram Tertz avevano catturato l’attenzione del KGB. In essi veniva descritta la società sovietica nelle sue derive più crude e surreali di quegli anni. Gli autori di quei libri vivevano in Unione Sovietica, andavano scovati.
Perché ce ne interessiamo? Perché abbiamo visto ieri all’Elfo di Milano “Io sono il proiettile” di e con Edoardo Ribatto, “Liberamente ispirato all’opera e alla vita di Yuri Markus Daniel, scrittore russo, dissidente, processato e condannato per reati d’opinione, “Io sono il proiettile” è una storia sull’identità, scritta in forma di radiodramma”, come recita il materiale ufficiale a supporto della visione.

Sono uno che in media spippola molto in rete. Ci spippolo poco prima degli spettacoli, per non farmi suggestionare dalle sovrastrutture, dalle critiche general generiche, di quelle copia e incolla ricavate dai comunicati stampa. Mentre dopo lo spettacolo e prima di scrivere, mi faccio il mio viaggio in quello che lo spettacolo mi ha suscitato, cercando altre informazioni, accanedomi e sfruttando la multimedialità per sostanziare i miei convincimenti.

Questa è quindi la storia di tre grazie e di due perché a proposito de “Io sono il proiettile”, che ha debuttato a Genova nella primavera scorsa (prod. Masca in Langa e Teatro della Tosse). L’attore appartiene alla famiglia allargata degli “Elfi” ed è stato interprete di diversi recenti spettacoli prodotti dal teatro milanese. Si avventura felicemente in una ricerca individuale a proposito della vicenda di Daniel, scrittore dissidente russo, arrestato nel Settembre del 1965 insieme all’altro scrittore e critico russo Andrei Sinyavsky, con l’accusa di aver pubblicato materiale anti sovietico all’estero sotto gli pseudonimi, rispettivamente di Nikolai Arzhak e Abram Tertz.

Il primo grazie a Ribatto è quindi quello di aver indagato un episodio centrale della vicenda politica e culturale della dissidenza sovietica, costruendone una drammaturgia interessante, offerta al pubblico sotto forma di simil-radiodramma. Diciamo simil perché in realtà la presenza in corpore di Ribatto, permette all’attore di utilizzare la mimica per approfondire le sensazioni che con la voce comunque trasmette. Qui il secondo grazie, perché usa una forma evocativa e destrutturante insieme, e ne ricava uno spettacolo. Ribatto, con tre microfoni, ognuno dei quali collegato ad effetti sonori diversi, dà vita a diversi personaggi, aiutato da un diaframma notevole e da una presenza scenica matura e sincera. Lo ringraziamo di questo (ed è il secondo grazie), perché ci aiuta a riflettere sulla forma del radiodramma (anche se c’è una scenografia, composta da una bandiera sovietica “trattata in salsa pop” su cui vengono proiettati una serie di scatti fotografici di Elisabetta Torre in stile fotoromanzo, di cui Ribatto ci regala dal vivo la voce. E una radio valvolare anni 60).

Lo spettacolo è bello anche se si allunga in una forma la cui fissità dopo un po’ mostra i segni. Perché il radiodramma ha il privilegio di consentire a chi l’ascolta di viaggiare con la mente anche spostandosi col corpo, mentre lì, in teatro, fermi sulla poltrona, forse ci si sente costretti. Ribatto intuisce la cosa e tenta di rompere l’immobilismo della sua pur pregevolissima presenza attorale, compiendo qualche minimale azione, ma forse servirebbe qualche concessione in più per evitare che nell’ultima mezz’ora il tutto appaia statico e un po’ affaticante. Una buona idea, forse trascinata per pulizia e coerenza fino in fondo, non pensando però che questa pulizia viene pagata con una minore efficacia, che è un obiettivo primario di una creazione artistica completa.

Veniamo ora ai perché.

Il primo perché nasce dallo spippolamento successivo. Perché invece che copiare e incollare tal quale il nome di “Yuri Markus Daniel” nel mio articolo, sono andato a digitarlo in Google, aspettandomi di trovare riferimenti all’autore e alla sua vicenda, ulteriori rispetto a quelli contenuti nella presentazione dello spettacolo e negli articoli che su quel comunicato sono basati. E che sorpresa invece nel non trovare assolutamente NULLA.
Il mistero a questo punto si infittisce e mi accanisco. Anche perché in italiano sulla cosa pare non venir fuori nulla dall’algoritmo di Google, e quindi ancor più la sfida si fa interessante. Insomma pare che la damnatio memoriae di “Yuri Markus Daniel”, come il nome del dissidente viene riportato nel comunicato ufficiale dello spettacolo, continui.

Andrei_Sinyavsky_e_Yuli_Daniel_processoMa scrivendo su Google con nemmeno troppa fantasia “Daniel russian dissident writer”, ecco che subito Wikipedia mi informa di trovarmi di fronte alla vicenda umana di Yuli Markovich Daniel (in cirillico Ю́лий Ма́ркович Даниэ́ль, (listen); November 15, 1925 — December 30, 1988) was a Soviet dissident writer, poet, translator, and political prisioner.” Che scrisse sotto gli pseudonimi di Nikolay Arzhak e Yu.

E’ solo Wikipedia a proporre la lectio “Yuli” per il nome? No, anche il Time in un articolo dedicato alla vicenda dello scrittore nel 1969 e gli articoli apparsi sulla stampa americana dopo la morte, come quello del New York Times, non danno spazio ad equivoci. Stiamo parlando di Yuli Daniel.

Ma Yuli e Yuri sono lo stesso nome?
La risposta ce la fornisce il portale www.nome.me: Yuli e Yuri sono due nomi diversi, corrispondenti, in italiano a Giuliano e Giorgio.
E’ chiaro che se si decide di parlare di un fatto storico, di illuminarlo con la propria ricerca individuale, si ha la responsabilità di tradurne gli esiti in forma filologicamente corretta, anche per rispetto alla vicenda umana di cui ci si occupa. Come Ribatto ha conosciuto questa storia? Quali documenti ha potuto consultare e quindi perché (il primo perché) ce l’ha proposta in una forma anagraficamente “corrotta”, termine usato in filologia per definire quando un nome viene riportato in maniera non conforme alla lectio più comune?

A questo punto, e a beneficio di quelli che stanno leggendo gli esiti di questa indagine su uno scrittore di cui altrimenti nulla potrebbero rintracciare con le informazioni che lo spettacolo ci fornisce, chiudiamo con il link alla pagina dell’Encyclopaedia Britannica dedicata al nostro scrittore e con la segnalazione che in italiano di Nikolaj Arzhak (cui già in copertina ci si riferisce come a J.M. Daniel) nel 1966 l’editore Bietti pubblicò “L’espiazione e altri racconti”. Forse è questo il libro finito nelle mani di Ribatto. Qualcuno vende in questi giorni il volumetto su ebay. Per il resto pare fuori stampa (quindi qualcuno l’avrà prestato a Ribatto per corroborare la sua drammaturgia) e magari l’errore sul nome è già nel libro. Non lo possiedo quindi non posso verificarlo. E qui una vocina demoniaca dentro mi fa urlare il secondo perché (indossando i panni di Ribatto, che vuol fare uno spettacolo su un personaggio in cui ci si immedesima a tal punto da interpretarlo perfino nel corredo fotografico): “Ma cazzo, fai uno spettacolo su uno, dissidente, perseguitato, che si è sbattuto il culo per anni rischiando la vita per far arrivare i suoi libri oltre confine, mandato in Siberia, e non perdi manco due minuti a scriverne il nome su Google e a vedere se lo stai scrivendo giusto, col rischio di non mettere poi chi è interessato veramente, nella condizione di conoscere davvero il personaggio di cui vuoi parlare?”
Qui il terzo grazie a Ribatto. Se non avessi visto il suo spettacolo mai avrei fatto questa ricerca e avrei vissuto la prima giornata da Sherlock Holmes della mia esperienza di critico teatrale.

PS: Cerco anche qualcuno, a questo punto, che mi presti, gentilmente, “L’espiazione e altri racconti”.

Le molteplici metamorfosi di Danae

danaeVINCENZO SARDELLI | Ironia a parte del binomio Costanzo/De Col, con il suo percorso maledetto e surreale su Anne Sexton, è forse la performer slovena Mala Kline l’artista più interessante transitata nella XV edizione del Danae Festival, svolto a Milano a fine novembre con la direzione artistica del Teatro delle Moire (Alessandra De Santis e Attilio Nicoli Cristiani) e l’organizzazione di Barbara Rivoltella.

Musica, danza, arte visuale, coreografia, poesia, sono gli ingredienti di questa rassegna che guarda al femminile. Con quel po’ di follia, che aggiunge un friccico dissacrante.

Milena Costanzo e Gianluca De Col sono gli enigmatici mattatori dello Spazio LachesiLAB di via Porpora, Il duo articola in tre fasi, tra evocativo e assurdo, il percorso su Anne Sexton, poetessa americana vissuta tra BoomBeat e scandali, morta suicida nel ‘74. I tre mini-spettacoli Conferenza con Anne SextonIn casa con Anne SextonCocktail con Anne Sexton sono occasioni per accostarsi a questa figura drammatica della letteratura, allieva di Snodgrass, Lowell e Plath.

Pochi elementi scenici, i travestimenti al femminile di De Col, l’ironia intellettuale della Costanzo (vagamente ispirata a Franca Valeri), i video e l’uso insistito del microfono a scaldare la voce, tratteggiano in maniera inconsueta la Sexton, poetessa “confessionale” per l’uso scoperto di materiali autobiografici, “primitiva” per la coerente ricerca di un linguaggio capace di formalizzare le ossessioni in simbologie magiche o fiabesche.

Risa apotropaiche e fumo di sigaretta; sacralità e bestemmia, preghiera e psicanalisi, merda, whisky e gocce di Chanel; sguaiata introspezione, sequenze descrittive, suggestioni orfiche, canzoni solitarie biascicate e graffiate: i monologhi a due voci costruiscono la storia. Costanzo e De Col irridono il compassato modo accademico di presentare un artista. S’intrufolano nelle nevrosi quotidiane e private della Sexton. Brindano al suo bisogno d’amore tra amanti e figli, miseria, lussuria e nobiltà. Evocano la sua depressione e il suo incrollabile senso dell’umorismo.

Tutto è sofisticato e distante. Presenza e assenza dei due protagonisti sul palco si equivalgono. Il pubblico è implicato, senza lasciarsene contagiare troppo, in una dinamica di sguardi, silenzi ed evocazioni simboliche, in cui ciascuno è libero di approfondire le proprie e altrui contraddizioni.

Una febbricitante Mala Kline a Zona K non frena i suoi slanci verso un Eden (è il titolo del suo spettacolo) luogo/non luogo di opposti e paradossi, in cui la felicità cerca di aprirsi spiragli giocosi. Scenografia di chitarre, luci e ombre azzurre, vibrazioni intense prodotte da archetti di violino e leggeri attriti elettroacustici: i suoni centellinati da Mala creano un’atmosfera onirica che avvia geometrie corporee di nascite e rinascite, sguardi intensi che irretiscono il pubblico e riempiono lo spazio scenico. Su note rock taglienti e roche la performer slovena dà il la ai travestimenti. S’immerge nella natura silvestre. Guaiti bestiali intensi o rarefatti, immateriali e irreali, evocano una natura simbolica, selvaggia, primigenia, proiettata verso l’armonia. È continua l’interferenza tra la voce della natura e la forza urtante della musica. Mala Kline annusa lo spazio. La sua performance è sussultoria: da legnosa si fa leggera, si apre a contatti aerei dalla potenza liberatrice. Si fa impertinente quando quest’Eva maliarda occhieggia un Adamo-spettatore. Le luci arrossano, si tingono di rosa e azzurro, diventano lunari.

Uno spettacolo multisensoriale. Mala è metamorfica. Incarna stati animaleschi e fiabeschi. È posseduta dalla natura panica. Si denuda e s’inonda di spray verde. Occupa lo spazio orizzontale e verticale. Si corica e canta. La sua voce dilaga sul pavimento. Le note sublimano, come le bolle di sapone soffiate dalla sua bocca.

Eterea ed eclettica, l’artista slovena ci proietta nel nostro Eden quotidiano in cui la forza deve misurarsi con la fragilità, la richiesta d’essere amati deve fare i conti con lo sguardo altrui. 

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Il dialogo come salvezza: PAC e i Dialoghi della Creanza a Cagliari

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Dialoghi2MICHELA MASTROIANNI | Da molti anni e ancora adesso, la forma dialogica in fatto d’arte rappresenta un’eccezione, essendosi imposto, anche e forse soprattutto per ragioni di mercato negli ultimi 40 anni, un approccio verticistico alla curatela, critica e divulgazione, fatto di figure cui vengono riconosciuti poteri rabdomantici, piuttosto che pensare invece a diffondere in maniera più orizzontale la conoscenza e recuperare il dialogo come forma maieutica.

Non sarà certo un caso se i testi apicali e la stessa pratica filosofica possono essere ricondotti alla forma del dialogo come espressione del confronto maieutico fra intelligenze. E la cultura platonica, che ha influenzato in forma così determinante l’evoluzione del sapere nell’occidente, è stata tramandata all’umanità con i suoi dialoghi.
Ritornare a questa forma di confronto sui grandi temi della vita, incrociandoli con l’arte, è il tentativo di restituire un’orizzontalità alla diffusione del sapere che, lungi dal voler essere alchemica o neopitagorica, si vuole aprire al confronto e al reciproco fecondarsi dei partecipanti al simposio. Si fanno interpreti di questo nuovo formato di ragionamento sul sapere l’associazione cagliaritana Riverrun, che da due anni propone i Dialoghi della Creanza, e il nostro magazine, impegnato su tutto il territorio nazionale con le intelligenze che lo animano, a diffondere la conoscenza come forma orizzontale di sviluppo sociale.

I Dialoghi della Creanza arrivano in questo prossimo fine settimana al secondo appuntamento, intitolato “La scienza relativa: il confine tra scienza e arte”, che vedrà la partecipazione di esperti, gente comune e appassionati di arte, teatro e forme di spettacolo dal vivo, a confrontarsi sulle declinazioni del paradigma scientifico nell’arte. Fra gli ospiti, collegati in videoconferenza, Marco Ivaldi, della compagnia Ivaldi/Mercuriati e studioso di neuroscienze, che parlarà degli intriganti esperimenti di spettacolo dal vivo connessi allo studio della reazione umana allo stimolo inconsapevole dell’arte, e Lorenzo Bazzocchi di Masque Teatro, uno degli esperimenti storici di indagine del nostro teatro su scienza, tecnica e pensiero. A condurre i dialoghi sono Lorenzo Mori, di Riverrun e Renzo Francabandera, fondatore di PAC, con il supporto organizzativo e di pensiero di Karim Galici.
Dialoghi Creanza 1I prossimi appuntamenti si prevedono non meno ricchi di attesa e fermento: il 14 dicembre, Renzo Francabandera condurrà “Scena pop: moda, fashion e tacchi a spillo in palcoscenico!” mentre, dopo la pausa invernale, si tornerà per il primo appuntamento dell’anno nuovo l’11 gennaio con “Il gesto atletico: pratiche di sconfinamento tra sport e arte”.
Cosa intendiamo oggi quando parliamo di teatro e di altre forme di spettacolo dal vivo? Quali sono i testi e i segni che lo compongono? Che ruolo hanno l’immagine, i media, la parola? Come questi elementi si sommano a creare nuovi scenari di socialità?
Ad ogni incontro si proverà a tracciare una mappa d’orientamento, per restituire all’interlocutore uno scenario possibile di convergenze, sovrapposizioni e derive contemporanee. Il motto del gruppo di lavoro è semplice: “Che lo spettatore non stia tranquillo! Trasformarlo in “spett-attore” sarà uno dei possibili giochi di prestigio di questi incontri.”

Gli incontri si tengono presso la sede di Riverrun in Via Giardini 166/b a Cagliari

Per contatti, info e prenotazioni, consultare la pagina facebook dell’evento

https://www.facebook.com/events/228641263969731/

Lo Zio Vanja di Bellocchio con Rubini: legami e velleità di famiglia

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bellocchioMARIA PIA MONTEDURO | Marco Bellocchio dirige Cechov a teatro. Già questa è una notizia positiva, per l’incontro appunto a teatro tra uno dei più impegnati e geniali registi di cinema – e in rare occasioni operante sul palcoscenico – e un drammaturgo “classico” che negli ultimi anni (per fortuna) viene rivisitato per svecchiarlo e togliergli quell’aria cupa e un po’ opprimente, troppo spesso utilizzata sue nelle messe in scena. Proprio con il testo “Zio Vanja” qualche stagione fa Gabriele Vacis aveva realizzato un’edizione memorabile del testo cechoviano, evidenziando la vis comica, meglio umoristica e sarcastica, che il drammaturgo russo pone, se pur in controluce, nelle sue opere, anche in quelle ritenute drammatiche tout court.

Marco Bellocchio si accosta con dichiarato interesse allo scrittore russo e affronta l’analisi dei personaggi con rigore e lucidità. Ogni personaggio cechoviano ha un pro e un contro e Bellocchio riesce a farli convivere, con grande forza registica, traendo da ogni attore il massimo. I temi della natura, dell’amore per i boschi e gli alberi (costante non solo scrittoria, ma anche umana e personale in Cechov), dell’accusa senza scusanti per lo scempio che l’uomo fa del pianeta, qui affidati alle “prediche” del dottor Astrov (Pier Giorgio Bellochio), illuminano l’intera narrazione. Le scene di Giovanni Carluccio danno aria anche alle scene d’interno, sapientemente puntualizzate da un disegno luci quasi cinematografico (ma non è questo un appunto, anzi) anche di Giovanni Carluccio. Ogni personaggio, si diceva, con le proprie luci e ombre, si appoggia e nel contempo si discosta dagli altri protagonisti, accentuando il senso di solitudine ontologicamente umana propria del teatro cechoviano. Non mancano i siparietti umoristici, molti dei quali affidati al personaggio del professor Aleksandr Serebrjakov (un piacevolissimo Michele Placido, “domato” da Bellocchio nei suoi tentativi istrionici, che presenta così un cameo di ottima presenza e spessore): come troppo spesso ormai succede, il pubblico confonde umorismo e arguzia con comicità e ride a gola spiegata di battute sottili e ironiche… Qualche problema con l’audio, dovuto a un uso non corretto dei microfoni di sala. Ma la razza di attori che sa recitare senza microfoni è estinta?

Su tutti, come vuole il testo, emerge la figura di zio Vanja, affidato a una positiva interpretazione di Sergio Rubini. Maturo per affrontare un personaggio così spinoso come questo, Rubini lo interpreta con grande naturalezza, cogliendo il continuo dilemma della struggente malinconia che oscilla tra abulia e velleità rivoluzionarie, tra voglia e paura di vivere, tra desiderio di gesti eclatanti difficili da gestire e rassegnazione alla piattezza dell’esistenza. Rubini si muove con angoscia sul palcoscenico, quella stessa angoscia che dà a Vanja il profondo senso di frustrante insoddisfazione e nel contempo di paura di affrontare la realtà.

Bellocchio è sempre attratto dagli opprimenti legami familiari che plasmano la psiche dei suoi personaggi, ma nel contempo danno una qual sicurezza: dall’esordio fulminante dei suoi Pugni in tasca (1965) all’ultimo film Bella addormentata (2012), il tema familiare, nelle più diverse sfaccettature, è sempre presente. Anche zio Vanja, in definitiva, racconta la storia di una famiglia, un po’ allargata si direbbe oggi, dove le dinamiche dei rapporti tra i componenti viaggiano su due livelli: quello ufficiale, regolato dal rispetto dei ruoli ufficiali, e quello sotterraneo (corrosivo come un fiume carsico) che muove tutta la vicenda.

Alla fine della prima romana al Teatro Quirino, a ricevere i meritatissimi applausi in un teatro affollato, esce anche lui, il regista, con il suo giaccone un po’ sessantottino che lascia intravedere (per noi che abbiamo vissuto gli ultimi battiti del ‘68) una coerenza che il passare degli anni e i tanti successi non scalfiscono. Meno male!

Perché “cavalcare la tigre dell’antipolitica”? Ibsen e Lavia all’argentina di Roma

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I PILASTRI - LAVIAMARIA PIA MONTEDURO | Henrik Ibsen è un mare magnum. Nella sua ampia produzione, lo scrittore norvegese affronta molti temi e in ogni sua opera drammaturgica, a mo’ di scatola cinese, sono ritrovabili le grandi problematiche del suo teatro e poi, dramma per dramma, specifiche situazioni e soluzioni. “I pilastri della società” (1877, a volte tradotto come “Le colonne della società” o “I sostegni della società”), pur se riconosciuto come l’iniziatore del teatro sociale di Ibsen, non è tra le opere più rappresentate, almeno negli ultimi cinquant’anni, probabilmente perché molte delle tematiche qui in nuce sono poi ampliati e amplificati in opere successive. Quindi interessante l’operazione del Teatro di Roma, in coproduzione con il Teatro Pergola di Firenze e la Fondazione Teatro Stabile di Torino, di presentare questo testo con la regia di Gabriele Lavia che ne è anche l’interprete principale nel ruolo del console Karsten Bernick.

In questo dramma è prorompente lo scontro tra morale pubblica e morale privata, tra strategia di potere e senso di servizio alla comunità, tra capitalismo e diritti dei lavoratori. Ibsen è sempre attento alle esigenze sociali e l’analisi che si delinea in questo testo è, per gli anni in cui è stato composto, estremamente attenta e anticipatrice. La disanima attuata sui pericoli di un capitalismo selvaggio che non tiene conto delle esigenze del lavoratore, che sull’altare del profitto è disposto a sacrificare vite umane, che sullo stesso altare sacrifica volentieri posti di lavoro, è veramente profetica. Il protagonista è un personaggio complesso: imprenditore privo di scrupoli, molto furbo, sa però donare alla comunità serenità e benessere, mantenendo un certo equilibrio tra i propri interessi e quella della collettività, anche perché, non considerando questi ultimi, la società stessa scivolerebbe verso caos e anarchia, che disturberebbero i suoi interessi. Grande comunicatore, uomo che sa essere affabile e che maschera la propria furbizia con una patina di decoro apparentemente inattaccabile, egli non si pente, fino a un certo momento del dramma, di aver costruito la propria fortuna (e in parte quella della società) su menzogna e falsità. “Pereat unum pro multis”, potrebbe essere il suo motto, convinto di essere quasi l’unto del Signore, l’unico in grado di garantire rigore, prosperità con conseguente serenità, alla società di cui si sente, con malcelato orgoglio, un pilastro, forse addirittura “il” pilastro. Ma quando interviene un quid che altera l’iter dei suoi progetti (il ritorno cioè in città di una donna straordinaria, Lona, da lui amata in gioventù) una parte della sua struttura granitica inizia a vacillare. Lona invoca per lui e per gli altri verità e sincerità, cercando di far capire che una società che si basa sull’inganno e sulla menzogna, anche se economicamente florida, è comunque marcia e da abbattere. Con maestria, degno anticipatore di grandi comunicatori di là a venire, Bernick rivolta tutta la vicenda a suo favore: la confessione pubblica, che con innegabile coraggio affronta – in cui rivela alla comunità una propria colpa passata che in gioventù aveva deliberatamente addossato al cognato, e che diviene una propria autocandidatura a continuare a reggere le sorti della cittadina – è innegabilmente un pezzo forte del dramma e un “trattato” molto utile per chiunque intenda fare politica, se si vede la politica come autoaffermazione e facile occasione di arricchimento… Pilastri della società devono essere verità e libertà, anche se in chiusura del testo emerge la forza delle donne quali appunto pilastri di una società equa e solidale.

Gabriele Lavia, come detto, cura regia e interpreta il ruolo principale. Come spesso accade, la regia di Lavia è molto curata e l’artista fa ruotare tutte le situazioni intorno a un fulcro, che è la figura, per certi versi affascinante e magnetica, di Bernick. Lo spettacolo però pecca di alcune lungaggini e non sempre il ritmo è fluido. Il cast, cui si riconosce impegno e validità, non brilla in modo particolare, costretto dalla regia a una recitazione spesso sopra le righe, con fastidiose incursioni nelle macchiette. Lavia, dal canto suo, non indulge in maniera particolare ad autocompiacimenti, ma sopisce la modernità del testo con un adattamento teatrale troppo ottocentesco e tradizionale.

Alla scrivente poi colpisce in maniera negativa che, come sottolineato dall’epigrafe che compare sui manifesti dello spettacolo – la politica è corrotta perché la società è corrotta – si sia scelto di cavalcare la tigre dell’antipolitica, tradendo quello che è lo spirito ibseniano. Egli infatti, pur se con sano realismo riconosce i limiti di molti politici, non vede la politica necessariamente come sinonimo di malaffare.

Per saperne di più: http://www.teatrodiroma.net/adon.pl?act=doc&doc=2548

Masterpiece: un talent senza stelle michelin

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SCRIVEREEMANUELE TIRELLI | Richard Yates non sarebbe mai diventato uno scrittore senza Francis Scott Fitzgerald. Fu lui stesso a dichiararlo. Herman Melville aveva una profonda ammirazione per Nathaniel Hawthorne e il loro carteggio lo dice chiaramente. Tra Henry Miller e Anais Nin esplose un amore sanguigno e appassionato. La storia della letteratura è piena di vicende di questo tipo. E magari è anche divertente, interessante, o quello che volete, farsi un po’ i fatti degli autori, scoprire cosa facevano e magari ritrovare qualche elemento nei loro romanzi. Pensiamo anche alla stima che legava John Fante e Charles Bukowski, stima e amicizia. Bukowski gli disse addirittura che sapeva scrivere come Faulkner, regalandogli così un grande complimento. Faulkner. Mica accostando lo stile dell’autore italo-americano a quello di un aspirante scrittore qualsiasi, come oggi fa Andrea De Carlo. Soprattutto se poi l’aspirante scrittore qualsiasi risponde “Fante ha toccato l’inferno, ma io mi ci sono seduto sopra”.

La storia della letteratura è fatta anche di invidie, tric trac e imprecazioni. Di certo non deve essere stato facile avere a che fare con molti di loro. Sembra che Salinger fosse uno che tirava gli schiaffi dalle mani. Ma almeno era Salinger. La storia della letteratura è fatta di persone, essere umani, spesso più barcollanti di altri. Ed è per questo che ci sono molte vicende che riguardano anche le abitudini di scrittura. Eliot si occupò de “La terra desolata” in clinica dove era ricoverato per un esaurimento nervoso e si fece macellare il suo poemetto da Ezra Pound, molto più instabile di lui, che poi chiamò “il miglior fabbro”. Truman Capote si concentrava davvero solo quando era sdraiato (anche Joyce) sul letto o sul divano. Lewis Carroll ed Hemingway lavoravano in piedi, e Sartre, Bellow e Tomasi di Lampedusa riuscivano pure al tavolino di un bar. Insomma, ognuno aveva il suo posto, il suo rituale e certe abitudini da difendere con la spada affilata per proteggere e favorire l’ispirazione. De Cataldo, però, Giancarlo De Cataldo (quello di “Romanzo criminale”, per capirci) dice che oggi gli autori devono essere abituati a scrivere ovunque e con qualsiasi contorno. La domanda è “Perché?”.

Oggi i tempi sono cambiati. Si stava meglio quando si stava peggio, felicità a momenti e futuro incerto. Oggi esistono le case editrici che pubblicano a pagamento e si rende molta, molta più attenzione alle vendite che alla qualità.
Eh, ma i tempi sono cambiati.
Pure questo è vero.

Così come è vero che, proprio perché i tempi sono cambiati, Rai 3 s’è inventata Masterpiece, un talent show letterario dedicato ad aspiranti scrittori. Il vincitore si porta a casa un contratto con Bompiani per la pubblicazione del proprio romanzo in centomila succose copie e tanta visibilità. Mica male. Anzi, proprio bene. E poi con Bompiani. L’idea è pure buona e per farla funzionare (oramai da tre settimane) hanno chiamato Andrea De Carlo e Giancarlo De Cataldo per vestire i panni di due dei tre esaminatori-giudici insindacabili-finali. Un’idea nuova. E poi dietro c’è Elisabetta Sgarbi che alla Bompiani fa un ottimo lavoro. Vabbè, uno potrebbe pensare che tanti scrittori messi insieme non è che siano proprio il massimo del divertimento. Spesso capita che già un autore da solo non sopporti affatto nemmeno se stesso, figuriamoci un’accozzaglia di concorrenti sconosciuti. Però l’idea è buona. Ma è zoppa. Dimentichiamoci Yates, Fitzgerald, Capote, Hemingway e, senza sparare nell’Olimpo, dimentichiamoci pure il Pietro Grossi che nel 2006, a ventotto anni, pubblicò “Pugni” con Sellerio. De Carlo e De Cataldo fanno la parte del poliziotto cattivo e di quello buono, scambiandosi più o meno i ruoli. Poi c’è la scrittrice Taiye Selasi, anche lei giudice, a creare equilibrio e un Massimo Coppola (geniale in programmi come Brand: New e Avere Ventanni, nonché direttore della casa editrice Isdn) nelle vesti di un coach un po’ troppo infastidito da tutto.

logo masterpieceForse dopo tre puntate si può tirare almeno una piccola somma di quello che è successo e valutare se la produzione ha aggiustato un po’ il tiro. La risposta comunque è sì, ma le domande sono. Si parla poco di letteratura? Sì. Si parla poco di autori? Sì. A volte la concentrazione sta troppo sul candidato e poco sul suo testo? Sì. I candidati stessi, nella maggior parte dei casi, sono letterariamente imbarazzanti? Sì. Certo, niente Pound, niente Eliot, niente Salvatore Toma o Pietro Grossi. Ed è anche giusto considerare che si tratta di un prodotto televisivo. Però, insomma, a parte farsi quattro risate, sembra un’occasione sprecata, un grande sfottò. Tutto troppo veloce. Di quella velocità che si vede e che denota scarso equilibrio nella costruzione del programma. Eppure guardando l’ultima puntata aleggia la sensazione che qualcosa sia cambiato (in meglio) rispetto alle due settimane precedenti. Forse Elisabetta Sgarbi ha lanciato i primi piatti in aria per rimettere a posto le cose e avere qualche aspirante scrittore degno di questo premio. Ma per ottenere un risultato migliore dovrà rompere ancora tutti i bicchieri e sacrificare anche il servizio buono.

50 minuti di teatro e poi giù da un balcone: Desideranza di Teatrialchemici

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teatri_alchemici_DesideranzaRENZO FRANCABANDERA | Sta per passare la processione del santo di paese. Quale momento migliore per buttarsi dal balcone del quinto piano del palazzo dove due fratelli, uno portatore di un grave handicap fisico e mentale, l’altro, di fatto, divenuto schiavo dell’assistenza all’altro essere umano, oramai reietti dal consesso civile e rifugiati in questo appartamento spoglio e senza mobilia, passano gli ultimi 50 minuti di vita?
Pino e Sergio (Luigi Di Gangi e Ugo Giacomazzi), complice la malattia della madre, vivono in uno stato di miseria umana prima  ancora che materiale, da cui decidono di fuggire assieme.
Lo spettacolo fu finalista nel 2007 al Premio Scenario con Babilonia Teatri e Pathosformel. Vinceranno i Babilonia. Ma lo spettacolo ottiene menzione. I due interpreti lo ripropongono allo spazio Tertulliano di Milano, in questi giorni di micro tournèe in giro per il Nord Italia.

Alla fine di questo spettacolo arrivano tre pensieri, due sulla creazione scenica e uno, diciamo, riepilogativo:
Il primo pensiero è che pare abbastanza chiaro, voluto o non voluto, il rimando che passa nella testa a Il festino, lavoro di Emma Dante, pure datato 2007, e interpretato da Gaetano Bruno ma poi non più riproposto dopo la fine del sodalizio fra l’attore e la regista. Era la storia sotto forma di monologo di un trentanovenne handicappato, isolato e relegato in uno stanzino buio a giocare con le scope, nel giorno della festa del suo compleanno, e di suo fratello, cui lo stesso Bruno con grandissima abilità dava corpo. Finale ugualmente tragico.
Dal punto di  vista drammaturgico, quindi, anche se la variazione sul tema di Desideranza e la presenza di due attori in scena pone chiaramente l’accento su questioni sceniche diverse, resta il dubbio di chi abbia ispirato chi. Magari è al contrario di come verrebbe da pensare. O magari è davvero una di quelle assurde combinazioni in cui Bell e Meucci scoprono la stessa cosa ognuno a casa sua nello stesso momento. Chissà.

Il secondo punto riguarda sempre il testo. Di fatto pur sull’orizzonte temporale dei 50 minuti, il piccolo ma cardinale vizio, a nostro modesto avviso, del lavoro risiede nel fatto che mentre la prima parte è entusiasmante, ricorre ad una parola straniante e capace di riempirsi e svuotarsi di senso all’occorrenza, la seconda parte purtroppo si siede su una cifra più didascalica e consumata, lasciando l’aereo in volo senza il carburante propulsore di qualità e il rischio di vuoti d’aria e depressurizzazioni, se loro non sono al massimo, esiste. La figura del terzo personaggio assente, la madre, è troppo poco abbozzata e quindi a conti fatti irrilevante per le dinamiche sceniche e narrative. Arriva al momento giusto ma forse non riesce a rifornire l’aereo in volo.

Dal che, riflettiamo che trattasi di lavoro onesto, con i due interpreti bravi e generosi, semplice, evocativo, con alcune buone idee che appartengono ad una modalità narrativa che pur mostrando la sua cifra anagrafica, riesce ancora a parlare con efficacia ad un pubblico sensibile. D’altro canto rileviamo parimenti che Desideranza è artigianalmente imperfetto, che in questi anni non è cambiato come il ritratto di Dorian Gray, ma è rimasto lì, fermo coi suoi anni. Le evoluzioni artistiche che di lì sono seguite sono nella proposta dei nostri giorni della compagnia, di cui pure ci siamo occupati su PAC di recente. Crescere non è facile, l’equilibrio fra comicità e umorismo difficile da calibrare, e la sfida del sodalizio artistico avrebbe forse più strada non necessariamente nella direzione di una contemporanea surrealtà che rischia di avvicinare la macchietta e di schiacciare l’esperimento su se stesso, ma verso piuttosto un tentativo più radicale di discussione dei paradigmi creativi, allontanandosi anche dal sentimento drammaturgico un po’ “regionale” che da Scimone-Sframeli, Vetrano-Randisi, ha già gli interpreti di un codice che si sta “facendo vecchio”.
D’altronde l’esito del Premio Scenario 2007 è lì a ricordarcelo: la sfida del teatro è quella di una creatività in movimento, che ridiscuta le parole, le storie e finanche la presenza dell’attore in scena, proponendo qualcosa che ancora sia capace di stupire e far gridare al miracolo. Resta il fatto che, comunque, il 2007 fu un’ottima annata.

Convivere (forzatamente) in «una Stanza a Sud»

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stanza a sudVINCENZO SARDELLI | Tre bizzarri viaggiatori costretti a coabitare in un ambiente angusto. Dove finiscono per scatenare allucinanti istinti repressi.

Dopo aver aperto la stagione del Teatro Binario 7 di Monza, sbarca al Libero di Milano, fino al 9 dicembre, Una stanza a Sud, singolare spettacolo pulp di Corrado Accordino.

L’ambientazione da foresta pluviale amazzonica, lussureggiante e inospitale, è il residuo amarcord di un percorso compiuto da Accordino vent’anni fa in America latina, sulle orme dell’analogo viaggio, tra romanticismo e verità, del giovane Ernesto Guevara.

I tre protagonisti (un assassino, un biologo, un fotografo) sono identificati da tre distinti colori: un vigoroso rosso sanguigno, un verde straniante, un marrone violaceo, ibrido degli altri due, miscuglio dei loro caratteri ingarbugliati. I costumi di Maria Chiara Vitali, ispirati a Kill Bill e al mondo fumettistico di Dick Tracy, amplificano la potenza trasfigurante dei personaggi.

Una stanza a Sud sfugge ai cliché del teatro tradizionale. Accordino, aiutato alla regia da Valentina Paiano, attinge piuttosto alla grammatica cinematografica: fermo immagine, flashback, piani lunghi, una sceneggiatura tra giallo e noir: dialoghi serrati, ritmi veloci, rumori espressivi e d’ambiente, continui colpi di scena. Poi citazioni: dal cinema (Le IenePulp fictionIndiana JonesSaigonPlatoonApocalypse Now); dallo stesso teatro (Harold Pinter); dalla Bibbia (il Qoelet); dalla filosofia (Rousseau, Kant, i “maestri del sospetto”).
È un sovraccarico di codici e generi, il dramma, la farsa, il grottesco. Con un abbrivo di pioggia e tuoni, atmosfere esotiche, l’uso dell’inglese all’inizio di una trama che si dipana come lampo all’indietro. Un’accumulazione, che non diventa guazzabuglio.

Parte piano lo spettacolo. E ti preoccupi, perché viaggia intorno alle due ore. Poi decolla, vola, plana. È spiazzante, non capisci mai dove vada a parare. Eppure il filo c’è, autoreferenziale, coerente con l’indole stravagante dei protagonisti.
Un mondo capovolto. Con zattere-nubi a coprire il cielo. Con il mare alto sulle nostre teste. Con le nostre teste in alto mare. Con suoni (selezionati da Raffaele Mezzanotte) che variano dal marziale cadenzato della Cavalcata delle Valchirie ad armonie tribali, alle note oniriche dei Doors, fino all’esilarante sigla cartoon Daitarn III che, insieme a fari abbacinanti puntati sulla platea, sbigottiscono i propensi al sonno.
La ragione genera mostri anche in piena veglia, nelle luci lunari di Chiara Senesi che cristallizzano uno stato d’infinita attesa.

Ha osato, Corrado Accordino. Questo spettacolo ambizioso era utile testarlo al Binario 7, davanti a un pubblico che si riconosce quasi a occhi chiusi nelle scelte del suo direttore artistico. Ma qui passa a tutti il messaggio di un’umanità ghettizzata, degenerata a livello di bestialità antropomorfa. È la solitudine che disumanizza. I bravi interpreti (Pasquale di Filippo, Giancarlo Latina, Alessandro Castellucci) sono zattere dove tutto è possibile, portate dal vento in ogni direzione.
Uno spettacolo che aiuta a osservare il mondo da un altro punto di vista. In fondo, tutti dovremmo abituarci a nuovi codici di sopravvivenza. Ad accettare quel po’ di compagnia, in luoghi dove è ancora possibile “uscire dal campo”.

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Il ritorno del ritorno. Pinter secondo Stein

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Il-ritorno-a-casa-Foto-Pino-Le-Pera-300x336RENZO FRANCABANDERA | Il confronto è sempre il più utile degli strumenti che l’intelligenza ha a disposizione per strutturarsi. E quindi felice l’opportunità che offre in questi giorni il Piccolo Teatro di milano che, dopo aver ospitato nella scorsa stagione Le retour diretto da Luc Bondy, interpretato da un cast importante di attori del teatro e del cinema francese, propone quest’anno in cartellone il testo del 1964 di Harold Pinter Il ritorno a casa, nella versione diretta da Peter Stein, al Teatro Grassi fino all’1 dicembre.

Il ritorno a casa è un testo della maturità, corrosivo quanto aperto, aperto in una modernità che lascia spesso anche il gusto del piacere incompiuto perchè inquieta, crea spazio all’inconscio. La drammaturgia è assai particolare e per certi punti di vista controversa, perché scarta su un doppio focus drammaturgico, il secondo dei quali arriva inaspettato e abbastanza politicamente scorretto a indagare il ruolo ambiguo della donna.

La trama è quella della classica riunione di famiglia che si trasforma in un’occasione per tirar fuori veleni, irrisolti, derive psicotiche e sentimentali, esasperate da una presenza femminile ambigua che nel secondo atto farà letteralmente saltare il banco. Un padre, suo fratello, e tre figli (Paolo Graziosi, Alessandro Averone, Elia Schilton, Rosario Lisma, Andrea Nicolini, tutti bravissimi), uno dei quali professore negli States che per combinazione arriva nella casa dove convivono gli altri quattro con la moglie (Arianna Scommegna). Costei, apostrofata come una puttana dagli altri, si rivelerà dotata di un’indole quantomeno plurale, disposta ad accettare di restare con i quattro mettendo in campo persino la possibilità di prostituirsi, abbandonando marito e figli oltreoceano, per una vita in cui, però, da sfruttata finirà per diventare sfruttatrice. Il perché di questa scelta e dei veloci passaggi psicologici e decisionali della donna restano la vera incognita della drammaturgia, che, infatti, gioca proprio sui non detti e gli irrisolti, come se una serie di questioni appartenesse più all’emergere dell’inconscio che al reale.

Cosa c’è in scena e in cosa il lavoro di Stein risulta interessante in assoluto e in comparazione con la proposta di Bondy?

In scena c’è un interno inglese classico, proletario, di quelli da film di Loach, periferia, umanità avariata, fra piccolo brigantaggio di periferia, simpatiche canaglie cresciute e diventati disadattati pressochè cronici, con la coazione all’abitazione per evidente stato di indigenza e di fallimento del progetto di vita.
Il lavoro di Stein è ormai da anni focalizzato su testo e attore, sulla modalità dialogica fra questi elementi, fino quasi a consentire marginali adattamenti del primo ai secondi, come conferma Schilton in un’intervista agli attori disponibile sulla web tv del Piccolo Teatro.

Da questo punto di vista, la lettura che Stein dà sia del testo e del lavoro degli attori è come al solito di altissimo profilo. Anzi, forse in questo allestimento, complice anche un numero di attori più ridotto rispetto al kolossal I Demoni, il gruppo sembra più compatto e la direzione del recitato, volta a creare caratteri differenti ed esasperati ma che trovano tutti ragionevole spazio dentro le maglie di un testo equivoco, appare davvero la scelta più ricca ed azzeccata del lavoro.

Con particolare riferimento poi alla figura chiave della protagonista femminile, l’interpretazione della sempre notevole Arianna Scommegna, finalmente in una grande produzione, mette fortemente in luce una serie di sfaccettature che Bondy aveva del tutto taciuto, preferendo l’immagine della donna bella, sciocca ma pronta poi ad approfittare.

In un finale da tableau vivent da incisione di Kempff di fine Ottocento, la donna-sfinge, domatrice più che doma, con gli uomini cagnolini ai suoi piedi, vale davvero lo spettacolo e propone un enigma nell’enigma che invece l’allestimento di Bondy non sfruttava, limitandosi a giocare su dinamiche sceniche e recitative in apparenza più eterodosse, ma nella sostanza più piatte. Il palco era quello dello Strehler, una casa garage, un’autorimessa della vita, con la scenografia votata all’eye catching, che lasciava intravedere vie di fuga e spazi ulteriori.
Stein sceglie un profilo sicuramente più tradizionale e meno centrifugo, creando un interno asfissiante e senza vie di fuga. Il mondo è in un interno senz’anima, senza dialogo col mondo, così che l’alternarsi di giorno e notte lo intuiamo solo da quello che fanno gli abitanti della casa. Sopraffazioni, abusi di posizione e di ruolo: potrebbero persino leggersi, i diversi caratteri, come parti di un’unica psiche in lotta fra loro. Abitanti schizofrenici di una sola personalità le cui diverse anime giocano a mettersi sotto scacco e a giocare/far sul serio nel provocarsi piccoli dolori. Come quando si torna a casa. E fra frecciatine e cattiverie si allude alle fortune di questo o quello, alla miseria del parente sfortunato, a quegli sguardi stanchi di famiglie logore, come quando si resta soli con se stessi, a fare i conti con la parte che in noi ha vinto e soggiogato le altre. E difficile, se non impossibile, è capire se ce n’è una davvero migliore.

Mondocane#23 – La vita effimera del pensiero

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Disegno di Renzo Francabandera
Disegno di Renzo Francabandera

MARAT | Tutto mi scivola via. Fra le dita. Incontri, visi, chiacchiere, batticuori. Spettacoli (ovviamente). Letture, parole. “Marat, ti ricordi cosa mi hai detto quella notte?”. No, non mi ricordo. Non mi ricordo mai. O quasi. Forse è per quello che scrivo. Non ricordo dichiarazioni d’amore e insulti, provocazioni e silenzi. In fin dei conti, il mio è un continuo atto di fiducia in chi mi aggiorna su me stesso. E così vola via il pezzo che ho scritto ieri. Sans souci. Penso a tutte le parole che si rincorrono. La loro (la mia) costruzione. Alla volontà di arrivare al lettore, stuzzicarlo, incuriosirlo. Dare una mano ad alzarsi da quel divano (da quella stanchezza). Chissà. Ogni giorno, sul quotidiano. Ma ovunque è lo stesso. Tutto a scivolarmi di nuovo fra le dita. Mentre a volte vorrei solo che quello che ho scritto potesse avere un sussulto ulteriore. Di vita effimera. Fermarsi un attimo. E intanto leggo i pezzi degli altri: poeti e polemisti, talenti e ignoranti. Ad alcuni chiederei indietro il mio tempo, altri hanno il dono di rallentarlo. Solo negli ultimi giorni ho letto nei dintorni almeno tre/quattro pezzi che meriterebbero vita molto più lunga, fosse solo per la volontà di espansione che possiedono. Come l’universo. Volontà frustrata. O così mi pare. M’importa ‘na sega del buono e del cattivo, del bello e del brutto. Se è questo che ci interessa, meritiamo le stelline nelle recensioni. Vado alla ricerca di un pensiero critico allargato, dove spettacoli, libri, mostre siano (quasi) pretesti. Ma anche quando lo trovo, in realtà tutto scivola via. E in pochi minuti siamo già alla prossima Amaca di Serra, all’oroscopino, al pezzo che ci indigna, al giochino goliardico. La decadenza di Berlusconi e la galleria fotografica di una smutandata (cit. mia nonna), sono solo tessere di un mosaico iperinformativo di cui si distinguono a fatica i colori. Dove si sfiora, senza acciuffare. Come da piccino sulle giostre. Talmente pigro che a un certo punto il peluche del giro gratis me lo facevano dondolare davanti agli occhi. E io niente. Come nella Chiesa dei Francesi a Roma. Che sei lì davanti al San Matteo di Caravaggio e si spengono le luci. Non ci sono più monetine. Si va da un’altra parte. È un attimo. Quando magari la sfumatura che stavi cercando era proprio lì, fra la caotica massa dell’altro giorno. In quella bulimia. Che ormai non mastichi neppure.

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