andy_violetANDY VIOLET | L’ossessione di quasi tutti filosofi occidentali, in fin dei conti, è sempre stata lo scarto tra realtà e rappresentazione. Sin da quando ad Elea ci si permise di far distinzione tra alétheia (verità) e doxa (opinione), il complicato rapporto tra il dominio della conoscenza umana e il dominio delle cose ha tormentato le menti più acute, provocando armoniche oscillazioni tra immanenza e trascendenza, tra prevalenza del mondo e dittatura dell’Io, senza mai tuttavia colmare l’intercapedine tra forma e sostanza, ineffabile e necessitante come il vuoto tra gli atomi. È lì che lavora incessantemente l’officina dei significati e dei sensi, che tra referenze spicciole e raffinate ambiguità costituisce il nostro infinito mondo di idee, in cui a qualcuno piace perdersi; mentre ad altri pare più sicuro rifugiarsi dietro un muretto di pregiudizi, stillati dritti in gola e già digeriti, come il pasto di una nidiata pigolante.

Quando la ricerca della verità si fa troppo estenuante, si sceglie più facilmente di accogliere per buona la prima verosimiglianza, ed abdicare al processo di continua revisione e autoperfezionamento che costituisce la verità come processo e non come dato ontologico. Ecco che si cade vittima di idee a basso prezzo, le ideologie, con i loro discorsi assiomatici e le semantiche univoche; come se la vita umana fosse null’altro che pura geometria. La semiotica berlusconiana è una di queste: una potente macchina di produzione di senso. La domanda è: quale senso? O meglio, quali sensi? Sono molti di più di quanto lui stesso possa immaginare, sebbene sia allenato alla stratificazione e alla manipolazione dei significati attraverso l’arma del fraintendimento.

Arma quasi sempre a doppio taglio. L’aggressione di Tartaglia ha sancito il corto circuito finale tra simbolo e referente all’interno di una dialettica articolata fra l’io mediatico di Berlusconi e il suo esserci; il corpo ostentato, toccato dai sui sostenitori col fare speranzoso dell’emorroissa biblica in quelle liturgie comiziali in cui egli stesso faceva da eucarestia, cui ha fatto da contorno e da puntello, negli anni, l’esasperante stupro ideologico del celodurismo leghista. Una pericolosa indistinzione tra i due corpi del re, tra ruolo e persona, in cui le dettagliate informazioni sulla prostata del premier fornite nel prime time televisivo da Feltri prendono il posto del parto pubblico del delfino regio nell’ancién règime.

È il risultato della massiccia e duratura iniezione nel tessuto politico della semantica seduttiva peculiare del più raffinato liberismo, saldamente pervasa da un rapporto fideistico con l’entità del potere di cui si finisce per sentirsi incarnazione, senza pensare tuttavia che ogni carne, per quanto coriacea, corre il rischio di esser lacerata; com’è effettivamente successo, da quel piccolo duomo in cui forse l’aggressore, folle o meno che fosse, intendeva condensare la ribellione di una città divenuta emanazione stessa del potere personale del premier, che ne ha costruito gemelle e varianti nel mini-boom economico degli anni Ottanta, formandone gusto, cultura, attitudini, miti ed etica: in una parola, senso.

 

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