RENZO FRANCABANDERA | Parliamo in questo contributo di due spettacoli, visti al Teatro dell’Elfo di Milano: “Freddo” di Lars Norèn per la regia di Marco Plini e il commovente “Elettra”, di Nicola Russo – Compagnia Monstera

Freddo: ovvero quando viene difficile applaudire uno spettacolo ben fatto. In scena in questi giorni all’Elfo di Milano, il testo di Lars Norèn diretto da Marco Plini e interpretato da un gruppo di validi e giovani interpreti, non lascia molto spazio a fantasie di sorta.

Un gruppo di tre ragazzi di periferia, espressione di un sottoproletariato senza diritti e speranze, come spesso accade nelle nazioni ricche, vive la propria emarginazione affidando il disagio al credo del nazionalismo di matrice nazista, che nel Nord Europa continua a mietere vittime innocenti: una lunga serie di incidenti e violenze, l’ultima delle quali, proprio nella penisola scandinava, per mano di una persona dal tratto mitomane e squilibrato che ha però causato la morte di decine di giovanissimi attivisti, riuniti in festa su un isoletta.

La drammaturgia, dicevamo, non lascia spazio all’immaginazione: come già per il 20 Novembre portato in scena da Fausto Russo Alesi due anni fa, questo testo va a scavare proprio in quello che abbiamo sotto gli occhi e non vogliamo vedere, quel disagio violento, quella solitudine disperata, quel vuoto consumistico e di niente le cui metastasi sono proprio le forme di violenza estrema in cui la tensione sociale e la disperazione individuale trovano sfogo.

La squadra di attori si muove perfetta, ad orologeria, con uno spirito di fondo che in fermi immagine fotografici stile Hopper, finisce per fissare nella mente dello spettatore una serie di istantanee che vanno a fondo e lasciano un graffio di profondissima inquietudine.

Come nella storia del bombarolo di De Andrè, nessuno può dirsi assolto o estraneo: queste derive della società sono responsabilità della società stessa, della distanza che il mondo ricco e borghese traccia e segna. In fondo la vittima del terzetto di naziskin, incolpevole nei fatti, rimane colpevole nella sostanza di un’estraneità al tessuto sociale povero, di cui rimane vittima. Nessuno di noi si sente responsabile ad esempio del riscaldamento globale, o delle violenze e del degrado sociale, ma ognuno di noi ne è profondamente e intimamente causa, in quell’indifferenza e in quella disattenzione quotidiana, che continua a volgere lo sguardo altrove. Norèn ci sbatte in faccia questa realtà e ci costringe a farci i conti.

Plini, in questa produzione ERT, legge bene il testo, lo porta in scena con millimetrica precisione e, grazie alle notevolissime interpretazioni cui riesce a portare gli attori Angelo Di Genio, Michele Di Giacomo, Alessandro Lussiana e Federico Manfredi, non lascia scampo agli spettatori. Belle le scene e i costumi di Claudia Calvaresi e le luci surreali e davvero gelide di Robert John Resteghini.

La cosa più dura della messa in scena è veder tornare, a fine replica, semplici e sorridenti persone comuni questi ragazzi che fino a qualche istante prima erano belve narcotizzate in preda a deliri etilico-nazistoidi. Una rassicurazione che ancor di più esalta le interpretazioni, perfette e faticosissime, degli attori. Mai come in questi casi il meritatissimo applauso viene difficile da fare. Ma questo, forse, vuol dire che l’operazione artistica ha raggiunto il suo scopo.

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Elettra, biografia di una persona comune, è la prova d’autore con cui il giovane e talentuoso Nicola Russo ci porta nella storia e nella vita di Elettra Romani. Russo è in scena con Sara Borsarelli, in uno spettacolo che definire povero è un eufemismo, ma che con piccoli interessanti accorgimenti, affidati a video, scene, costumi e immagini di Giovanni De Francesco restituisce in forma di estrema tridimensionalità e palpitante partecipazione la vita di una soubrette di provincia, Elettra Romani appunto, della quale sotto i nostri (e anche i suoi stessi occhi) scorre la vicenda umana.

Lo spettacolo potrebbe appartenere, volendo dar spazio alla senescente tassonomia teatrale, alla famiglia del teatro di narrazione. Russo ha lungamente intervistato l’attrice ormai anziana, ripercorrendo con lei non solo la vita artistica, ma anche e soprattutto la durissima vicenda privata, costellata di incredibili sfortune, che parevano combinarsi con una vita passata sui palcoscenici di quel genere, la Rivista, ormai dimenticato, ma che è stato nei decenni degli anni Cinquanta e Sessanta, fino ad inizio anni Settanta, l’ossatura della forma spettacolare che davvero unificava, insieme al cinematografo, il tessuto e la cultura nazionale. Ci viene ricordato nello spettacolo che esistevano riviste specializzate, che nominavano ogni anno per sondaggio popolare l’interprete dell’anno, e la Romani aveva vinto per ben due volte il riconoscimento.

Lo spettacolo è una recita in mutande e paillette, trovata geniale della regia, che costringe i due giovani interpreti a passi minimali, da gemelle Kessler. Qui e lì le difficili vicende della Romani, altrimenti narrate in forma di monologo a due voci, vengono porte allo spettatore come episodi d’avanspettacolo in rima, con piccole coreografie studiate grazie all’intervento di Stefano Bontempi e alla direzione musicale di Gabriella Aiello.

Nelle sue tournèe Elettra Romani era stata ospite del palcoscenico del Puccini di Milano negli anni Settanta, e il suo ritorno su questo palcoscenico non poteva essere più caloroso e commovente, dopo quasi trent’anni. La produzione Monstera, che ha vinto anche l’edizione 2010 del E45 Napoli Fringe Festival, al netto di qualche marginalissima ingenuità dovuta ai pochi mezzi e alla giovinezza degli interpeti, sa portare lo spettatore ad una autentica e non artefatta commozione, di quelle rare da provare, che racconta di una storia umana dura ma anche dell’incredibile fascino della ribalta, i due lati della medaglia della vita di molti artisti, dedicata alla scena e che finisce per essere pagata al duro prezzo della solitudine e a tratti anche dell’oblio.

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