asti-teatro-2012RENZO FRANCABANDERA | Iniziamo col dire che Asti teatro è manifestazione storica, giunta quest’anno alla 34esima edizione. Questo già chiarisce la consolidata presenza sul territorio, il richiamo di artisti di fama ed emergenti, che fra fine giugno e inizio luglio scelgono i palcoscenici della città piemontese per proporre nuovi lavori o spettacoli già rodati, ma che nella città acquistano una magia particolare.

L’edizione di quest’anno, sotto la direzione artistica di Gianluigi Porro e con la consulenza di Emilio Russo, è stata nel complesso interessante, con alcune punte coincise con la trilogia che ha portato Saverio La Ruina a proporre i suoi lavori di maggior esito, o il proustiano lavoro di Lombardi/Tiezzi. Sensibile anche la scelta delle compagnie indipendenti, come i Sacchi di Sabbia, o la Compagnia Dammacco. E di qui partiamo per il racconto della nostra serata del 4 luglio ad Asti.

IL BUONO
Ma che dico buono, l’ottimo risultato cui approda fin dalle prime repliche pubbliche “L’ultima notte di Antonio” di Mariano Dammacco e della sua giovane compagnia, merita una riflessione e un’indagine. Avevamo perso le repliche al Giardino delle Esperidi, ma è innegabile che l’allestimento di Asti, che coproduce lo spettacolo, era senza dubbio più imponente, non fosse altro che per l’impianto luci. Una porta, in fondo ad un’immaginaria stanza segnata sul pavimento da nastro bianco e niente altro.

La vicenda di Antonio, personaggio dal tratto psicotico, uscito da una vicenda di fine Ottocento di bevitori d’assenzio o come costola triste da un fumetto di Pazienza. Dammacco torna finalmente, dopo i successi di gioventù coincisi con la nascita dell’esperimento Kismet a Bari e alcuni anni passati in Lombardia a maturare come regista e scrittore, a sfoderare un colpo di talento che sorprende lo spettatore.
Innanzitutto per il testo, una proposta coraggiosa come da tempo non si vedeva, il diario di una morte annunciata, intervallato da episodi grotteschi ispirati ad un documentarismo irridente. Le ispirazioni letterarie sono diversissime e vanno dai romanzi ottocenteschi alla letteratura post punk fino ad approdare sicuramente a qualche rivista da barbieri per soli uomini della provincia di Potenza.
Eppure questo melange sporco, che sta ancora cercando un definitivo equilibrio interpretativo, nel contrappeso fra i meno (meno enfasi su epifanie figlie dei laboratori di preparazione come il carillon, la bambola, la figura narrante, meno effetti luce) e i più (più equilibrio fra gli interpreti, più decisione nelle scelte sulle presenze/assenze sceniche), arriva a piazzare un colpo sorprendente.
Un testo dicevamo, così ardito che ex post non viene in mente alcun’altra ragionevole messa in scena possibile se non quella cui il duo registico composto da Dammacco e Salvo Lombardo dà vita; vincitore del Premio nazionale di drammaturgia contemporanea Il centro del discorso – edizione 2010, il testo si veste di una parola capace di irridere nei momenti di maggior drammaticità e di far commuovere in quelli di maggior ironia.
Parliamo, di solitudine, algida, amletica solitudine, ma con un intreccio della vicenda, un modo di prendersi sul serio il giusto, che lascia respiro, nell’ora di recita, ad un’aria teatrale fresca, che di rado si assapora. Bene anche Serena Balivo, giovane attrice di talento che ha ancora margine per regalare ad un personaggio difficile, la compagna del misantropo, una meccanicità dal volto umano, che sappia incarnare quel colorito olivastro che il bel disegno luci di Francesco Dell’Elba le dona fin dalle prime battute.
Qualche scelta coraggiosa necessita sulla parte di movimento, dove il personaggio del narratore fuori scena, Salvo Lombardo, non è poi così fuori scena come si dovrebbe.
Siamo tuttavia in un ambito di riflessioni che riguardano le scelte registiche e su cui la Compagnia ha spazio per lavorare, con l’obiettivo di arrivare a proporre ben levigato un piccolo gioiello, ancora in parte grezzo in queste primissime uscite, ma di cui è impossibile non leggere la straordinaria lucentezza drammaturgica e di scelte teatrali. Lo spettacolo deve girare assolutamente per dare alla talentuosa compagnia modo di crescere.

IL BRUTTO
A volte non è che una cosa è brutta in sé, ma se accostata ad una bellissima viene schiacciata dal confronto.
Forse è finita così, per me, la mia fruizione di Bye Baby Suite, performance sulla figura di Marilyn Monroe nata dallo spettacolo Bye baby di Chiara Guarducci, che ha debuttato il 19 maggio 2009 presso il ridotto del Teatro La Pergola e diventato poi una performance interpretata da Alessia Innocenti, che ha debuttato all’Hotel Liana di Firenze il 23 novembre 2009, e che, da allora, si svolge unicamente in suite e camere di hotel. Grandi città, grandi alberghi, hanno ospitato in questo triennio la recita. Gli spettatori sono incollati al letto di Marilyn, la vedono agitarsi nei pensieri dei suoi ultimi attimi, quando in un cocktail di tristezza e psicofarmaci, abdica alla vita, spogliandosi del personaggio per tornare forse, in punto di morte, persona.
In realtà la recita è sfortunata fin dall’inizio: mentre alcuni spettatori già entravano nella suite riservata allo spettacolo, l’attrice, ancora in (prolungato) training pre spettacolo e distesa già sul letto-palcoscenico, si accorgeva che il pubblico entrava nel piccolo e intimo ambiente e decideva, invece che di lasciar seguire e partire, di farci uscire tutti per spegnere l’aria condizionata. In quel preciso momento, veniva toccata un’inarrivabile vetta di geniale eccentricità, di vero contenuto capriccioso, degno della migliore Monroe. Qui in me si è fatta largo la convinzione, poi incarnata dal vero di lì a qualche minuto, che quello cui avevo appena assistito sarebbe rimasto il fortuito e colossale tocco del caso, mentre il preordinato, umanissimo e normale che di lì a poco sarebbe seguito, altro non poteva essere che qualcosa di molto meno: un percorso testuale a volo d’uccello sui più noti episodi della vita del personaggio pubblico, messi insieme in modo non sempre convincente e di fatto intimamente incapace di far esplodere un conflitto drammaturgico prima ancora che con il mondo con se stessa.
Questa pecca di prima grandezza, ovviamente, affossa ogni tentativo dell’interprete di far decollare nei quaranta minuti di performance, un’emotività legata alla personalità disturbata e capricciosa dell’attrice americana. A onor del vero anche l’interpretazione è risultata, forse a causa dell’aria condizionata, poco convincente, e in diversi fra gli spettatori forzati a vivere questa dimensione iper-intima e reclusa, vagano con lo sguardo in cerca di qualcosa di inafferrabile che non arriva.

IL CATTIVO
E’ così che, dopo aver assistito all’involontaria e straordinaria micro performance iniziale, costretto poi ad un’assai più scontata clausura senza via di fuga, nel pieno dello psicodramma della signora Norma Jeane Baker (ho pensato ad un certo punto l’occasione potesse essere quando l’attrice si reca in bagno per dar di stomaco – ma che caduta di stile il rumore mimato del vomito che cade nel wc!) ho vissuto la più irresistibile voglia di andar via.
Ma il malessere della protagonista dura troppo poco per vincere la mia rispettosa timidezza a rompere il cerchio magico dello spettacolo. Allora resistiamo. Ma il seguito testuale è un’enumerazione cabalistica delle occorrenze a tutti note della vita del personaggio pubblico, un errore che per carità capita anche ai grandi drammaturghi alle prese con le più note biografie (si veda il tiepido esito di Koltès alle prese con la vita e la morte di Coco Chanel), che non fa decollare un’interpretazione schiacciata, vocalmente monocorde e in alcune parti inutilmente urlata.
Allora, come le statue di Bernini davanti alle sgradite architetture di Borromini, decidiamo anche noi di guardare altrove, di distogliere lo sguardo. “Perché sono la favola bionda, la stupida d’oro, la sciocca di zucchero, sono il tuo calendario, la tua colazione, il tuo amore calmante, pensa che buffo il tuo calmante chiuso in manicomio, il tuo calmante è un manicomio, sono sempre stata rinchiusa, c’è qualcosa che non va se mi chiudono a chiave, se mi tengono in cassaforte deve esserci un malinteso… sono un caso, sempre e solo un caso”: decidiamo anche noi che è il caso di staccare i collegamenti, volgendo lo sguardo al soffitto fino al termine della recita.
Non se ne deve avere a male alcuno: se è vero che Pennac rispetto ad un libro reclama il diritto per il lettore di interromperne la lettura, anche lo spettatore deve poter interrompere la fruizione di uno spettacolo teatrale in un qualsiasi momento. E’ quello che ho deciso di fare, impossibilitato com’ero dal buon senso ad alzarmi, io unico, nella camera da letto, con Marilyn morente, e ad andar via, anche se, nel farlo, in fondo sarei stato solo uno dei tanti che l’hanno fatto con lei in vita. Ma post mortem, la sua memoria non meritava tanto. Né io mi sono mai sentito JFK o Joe di Maggio.

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