Il secondo fine settimana di Santarcangelo 2012 forse più del primo restituisce la cifra di una rassegna che decide di ricalibrarsi nel segno della continuità e della discontinuità.
Segue la storia tutto quello che è di contorno al festival, e ovviamente l’intima essenza degli spazi più tradizionali di questa cittadina, il lavatoio, le grotte, lo Sferisterio, le strade. Segue la storia e la naturale evoluzione dei linguaggi il programma, sempre attento a pluralità, multimedialità, apertura alle espressioni internazionali.
Si rafforzano collaborazioni pluriannuali come quella con Richard Maxwell, portato in Romagna da Chiara Guidi, e che ha accettato per Santarcangelo 2012 di dar vita ad un progetto, ADS, in cui è stata coinvolta la comunità cittadina, chiamata a raccontare in pochi minuti se stessa attraverso sogni e speranze che descrivessero il senso della vita per ciascun abitante. Gli ologrammi degli abitanti, ripresi in brevi monologhi, dichiarazioni sul senso della vita e della felicità. Nulla di tangibile, insomma. E proprio per questo potenzialmente ricco.
Questo spettacolo andava forse visto in controluce con la sua altra ideale metà, quello di Viriglio Sieni, che identicamente restituiva la corporeità dei sogni di una comunità. Maxwell e Sieni sono in questa edizione del festival l’esito compiuto della scelta voluta dalla triade di direzione Bottiroli-Sacchettini-Ventrucci, che hanno indirizzato dall’inizio il loro impegno non sull’evento estivo ma intorno alla costruzione nel/per il territorio di un valore aggiunto attraverso l’arte e la comunicazione.
Già dall’anno scorso il festival era addirittura riuscito a colmare il tragico gap economico che le ultime folleggianti edizioni di inizio anni 2000 avevano lasciato. L’indirizzo delle edizioni ultime, quelle della triade romagnola Raffaello-Motus-Albe, era già andato nel segno di un riequilibrio di forze e di maggior misura e ragionevolezza. Quella di quest’anno è un’edizione piccola ma non triste, governata dai tre operatori che proprio per le ultime edizioni avevano lavorato nell’ombra ad organizzare il tutto. Il passaggio di mano è stato indolore ma non evanescente.
Le maggiori risorse sono state forse quelle spese per confermare il festival, l’impegno sul territorio, ribadirne il vantaggio, misurabile in crescita culturale ed economica e intessere un dialogo con le persone che negli anni si erano sentite un po’ estromesse dal palcoscenico dell’evento, a favore di una messe di foresti che per dieci giorni all’anno strapopolavano il borgo.
Abbiamo speso queste note perché Santarcangelo 2012 è nel senso della continuità proprio in questi termini di restituire la creatura al territorio. Non nascondiamo che Santarcangelo è anche una speranza di modello nuovo, di cambio generazionale, di attenzione ai costi, di ritorno all’importante e all’essenziale.
In questo si misurano anche i momenti di discontinuità: il percorso invernale, gli spettacoli e le residenze, il centro culturale Liviana Conti, diventato luogo del dopo festival ma anche sede di ospitalità all’interno di uno spazio che ha il sapore di officina e magazzino di periferia, ma riadattato in maniera intelligente e sobria.
Circa spettacoli di questo fine settimana, lasciamo volentieri testimonianza su quello di Gyula Molnàr. Alcuni anni fa Moni Ovadia raccontava, in un suo monologo, di come durante l’assedio del ghetto di Varsavia c’era una attempata signora che non smise neanche per un momento di fare teatro, utilizzando molliche di pane. Il teatro di Molnàr è fatto con sei cioccolatini, una compressa di alcaselzer, una mappa cittadina, dieci noccioline, tre scatole di fiammiferi, una tazzina da caffè piena di chicchi, due tubetti di schiuma da barba, una noce di cocco e due orologi al quarzo. Come con tutto questo sia possibile raccontare esclusione, amore disperato e logica del sopruso in cinquanta minuti è la sfida dell’artista, che aiutato da una mimica facciale che per i più giovani può ricordare quella di Mr Bean, e per i più grandi quella di Walter Matthau, porge al pubblico tre storie (le prime due che terminano con dei “suicidi”) intrecciate ad un codice narrativo necessariamente eroso dalla termite dell’illogico, per evitare il sopravvento della didascalia in un tracciato che si svolge su un piano scenico che è quello di un tavolino illuminato da una lampada fioca, dietro il quale lui è seduto. Il pubblico dall’altro lato, comprende, si illumina, a tratti si emoziona perfino, per il tanto con poco. Bello.
Allegro, per lungo tratto interessante ma poi incapace di trovare una chiusa all’altezza dell’idea e quindi alla fine inutilmente lungo è stato il lavoro di Kalauz/Schick: CMMN SNS PRJCT.
Due ragazzi attendono il pubblico nel grande spazio Liviana Conti. Sono i banditori di un’asta di premi da poco. Li regalano via via al pubblico, introducendoli poi ad una lunga riflessione sul possesso, che culmina con la vendita dei diritti in licenza common creative ad uno spettatore. Impresa riuscita. Di qui in poi lo spettacolo inizia una digressione inutile e cervellotica. Devono averglielo detto in tanti visto che ne parlano nello spettacolo stesso, loro ne sono consapevoli ma non lo hanno mai cambiato. Buon per la loro tenacia. Meno per gli spettatori. Peccato. Il senso della misura è una necessità essenziale per il teatro più performativo.
La riflessione, su livelli qualitativi per fortuna sensibilmente superiori, vale anche per la proposta di She She Pop, collettivo femminile tedesco, che ha portato a Santarcangelo Schubladen, una riflessione sull’unificazione fra le due Germanie vissute nel confronto intergenerazionale fra donne, in un dialogo a coppie, fra sei espressioni della femminilità assai diverse. Quasi come colonna sonora, e in parte farcita di musica, la recita, che si allunga per due ore circa, porta sul tavolo, è proprio il caso di dirlo, il di qua e il di là del muro. Due trentenni, due quarantenni e due cinquantenni: le loro vite, diverse e uguali, i loro sogni, diversi e uguali. Le loro illusioni e disillusioni. Una arriva a mimare, su una sedia d’ufficio con le rotelline, le evoluzioni sui pattini di Kate Witt, la dea dei pattini su ghiaccio, una delle ultime regine dello sport nella DDR. Cosa resta di tutto questo universo di differenze? E cosa poi rimane uguale, quasi incurante dei sistemi sociali di provenienza? Meno ironico di Goodbye Lenin e per loro stessa ammissione più accademico, lo sguardo sul cambiamento, su come questo ha influito sulle loro vite, ha comunque un sapore intenso, deciso e interessante. Disperatamente ( e un po’ lungamente) femminile.

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