imagesMARAT | Mi domando spesso perché continuo col teatro. Credo se lo domandino in tanti. Ma non riesco mai a darmi risposta. Una almeno che resista al tempo. Ai saliscendi della mia sensibilità ciclotimica. Di solito faccio semplicemente passare la giornata. Altre volte ho bisogno di qualcosa di bello per crederci di nuovo. Uno spettacolo, un progetto, perfino una semplice conversazione, un incontro. E i festival estivi in questo aiutano. Ma ci sono periodi in cui il pensiero picchia duro, fastidioso come la maleducazione. Giorni in cui ti svegli con Tricky, ce l’hai proprio nel sangue Tricky, ti accompagna a casa, ti rimbocca le lenzuola. Così roco. Da bronchite mal curata. I drink till I’m drunk, and I smoke till I’m senseless. In quei giorni penso con una certa convinzione cose del tipo: c’è troppo poco talento; vedo decine di spettacoli orribili; il meccanismo è distorto, elitario, si autoalimenta, come una riserva indiana; i vertici sono inadeguati, la base fa la fame, in mezzo è mediocrità; gli stipendi sono da ridere, si fa leva su passioni e fragilità; vige il piccolo cabotaggio, il basso profilo; un film o una canzone di solito mi emozionano dieci volte tanto; la critica non ha più alcun ruolo, si bea di una condizione masturbatoria e salottiera, del superbo giochino del giudizio. Cose così. Ma solo quando sono di cattivo umore… Ultimamente lo sono meno. Alzo un po’ di più la tapparella, non litigo in macchina. E quando mi domando perché continuo col teatro, penso a un saggio di Gillo Dorfles “Meglio un pianoforte scordato?”, in cui prosegue la riflessione già in “Elogio della disarmonia”. Ovvero, di fronte all’arte, l’importanza della tensione fra il fattore equilibrante e quello disequilibrante. Il fascino dell’imperfezione. Una sensibilità. Che diviene, a seconda dei casi, semplice soddisfazione estetica, passaggio necessario per godere del successivo ritorno alla simmetria, fuga da una perfezione che invece di rassicurare sgomenta, come il sublime romantico. Ecco, subisco il fascino dell’imperfezione. Che mi fa preferire la Madonna di Munch, la Pietà Rondanini, l’urlo di Layne Staley, la trattoria sotto casa. Il teatro. La cui distanza fra proclami e quotidianità fa quasi tenerezza. E che comunque vada, osservi con gli occhi dell’innamorato. Che innamorato rimane anche di fronte ai difetti. E scambia occhiate complici con chi ancora ne sa intravedere la (grande) bellezza. Come noi.

 

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