elena_elfoFRANCABANDERA & ZAZIE | Freddina e umidosa Milano in queste prime piogge. Usciamo dall’Elfo dopo Elena, Tragedia lirica sulla deriva del mito di Maddalena Mazzocut-Mis con la regia di Alessia Gennari. Due donne fra tradimenti, famiglie, uomini, figli. La scena divisa in due, davanti le due attrici, dietro un velo scuro trasparente i membri dell’Ensemble vocale Calycanthus diretto dal M° Pietro Ferrario. Le due donne sono Elena Russo Arman (che interpreta una moderna Elena (Bovary), moglie e madre, insoddisfatta dalla provincia e che cerca in un altro uomo il brivido del vivere) e Sara Urban (la tradita, che accudisce un figlio malato). Gli uomini non compaiono, sono giacche, i bambini hanno sembiante di pupazzi di stoffa. Il coro intervalla il recitato in prosa.

R.F: Rieccoci. ti trovo sempre all’uscita, mai una volta che ci si accordi prima…Allora? Che mi dici, severa visionaria?
Z: Cherchez la femme! Anzi les femmes, in questo caso. Già perché di chercher les hommes siamo stufe, noi Elene, non è à la page. E quindi appendiamo le giacche maschili al chiodo. Maschi assenti, giacche vuote, che novità…
R.F: A me piaci perchè hai il profumo di quelli che nella Corte d’Onore di Avignone si alzano durante lo spettacolo di Marthaler e vanno via facendo chiasso e battendo i piedi sulle impalcature di ferro. Penso che il teatro debba avere riguardo per chi lo guarda attentamente e anche per chi esprime il suo dissenso. La vera ricchezza. Dimmi allora, così ci confrontiamo.
Z: Non sarà che giacché si parla di miti, il timore che incutono impedisce di dire la propria sincera opinione fuori dai denti accademici? Ultimamente va l’idea di sostenere che Elena sia stata vittima, del fato, delle leggi, della propria bellezza. Sarà forse per questo che lo spettacolo vuole offrirne una nuova interpretazione. Intento non del tutto riuscito, secondo me. Prima di tutto il mix tra Elena, Menelao, Paride con Medea ed Ermione, a me, che sono sbadata, si sa, è sfuggito il senso. Tu che sei colto mi sai spiegare se sbaglio, poi, a trovare inspiegabile il figlio di Medea in dialisi che mangia la pastina?! E l’attualizzazione del mito che passa attraverso una chiave provinciale di corna domestico/casalinghe per la quale Elena l’amante aspetta la sera tardi l’uomo Paride che si liberi della famiglia gabbia mi lascia perplessa.
R.F: Bah, diciamo che è un lavoro in cui si sommano codici diversi. Il coro per esempio mi sembra una ricchezza del richiamo al tragico; sulla drammaturgia penso il richiamo (proprio o improprio) al tragico non sia un problema e, in generale, non sia il vero peccato originale di un testo che in avvio e per ancora un bel po’ ha anche un bel ritmo. Nel seguito, secondo me, si pretende di parlare di troppe cose e troppo grandi, i rapporti fra donne, con gli uomini, la provincia, i figli abbandonati, i nostoi…Tutto in un’oretta e per giunta intervallati dal coro, se non si è Eschilo… Secondo me focalizzandosi su meno questioni, la drammaturgia avrebbe anche potuto approfondire meglio alcune cose e fermarsi lì.
Z: Sempre per sbadataggine non ho tanto capito nemmeno Ermione pupazzo di pezza, mosso dall’attrice con tanto di voce in falsetto, figlia brutta che odia la madre bella.
R.F: la figlia-pupa di pezza mi è parsa non funzionare. Absolutely. Codice distonico con il tentativo di lasciare la scena abbastanza simbolica.
Z: Voglio dire qualcosa anche della regia, crepi l’avarizia! Buono lo spazio secondario, creato dal coro, fisso dietro una garza nera traslucida, a fondo palco, che contrappunta.
R.F: Come l’hai detto bene… Quando fai capire quanta ne sai, mi sento un po’ a disagio. Torna umana.
elena elfo2Z: Sciocco! Non mi far perdere il filo: il coro, stavo dicendo. E’ un elemento fisico e sonoro che dialoga coi personaggi, che invece non parlano mai tra di loro, a beneficio di un’ulteriore fissità, che era però già più che sufficiente. La Russo Arman, che altrove piacque, qui usa un birignao irritante, che se non sei stata Valentina Cortese è meglio lasciar stare, Sara Urban è più discreta ma debole, ed entrambe sembrano ispirate e mosse enfaticamente dalle mani del Fato, ma sono invece lasciate a loro stesse, perse nella scena del cui spazio non mostrano consapevolezza.
R.F: le due interpreti hanno calibri di femminilità diversa, sia nel trasposto drammaturgico che nella loro individualità attorale. Zac! Così parlo difficile anche io! Detto questo anche a me pare che, una volta avuta l’idea che le due non si parlino fra loro, restino incomunicabili e riversino le rispettive angosce sul rapporto filiale, la regia non arriva profondamente ad un’idea capace di dare nella seconda metà dello spettacolo una chiave di volta al lavoro, che infatti si appoggia su una certa fissità di schemi da cui non esce. Che, per carità, è in fondo anche la vicenda di questi soggetti in gabbia nella provincia senza brividi, come dice una battuta chiave in bocca ad Elena, ma il tutto alla fine resta un po’ “in bambola”.
In sostanza la dico così: uno sforzo onesto, di un gruppo di persone evidentemente appassionate, che provano un’operazione dai postulati interessanti e dall’esito non del tutto convincente. Cosa manca? Beh non posso dirlo io. Non è lavoro mio andare a mettere i baffi alla Gioconda. Il nostro è uscire di sala, analizzare quella che c’è, fantasticare e arrabbiarci sui simboli e poi…
Z: …e poi andare a cena. Lo so, lo so, non me lo ricordare. Sei un mitologico deficiente, affamato di cibo più che di cultura.
R.F: Ne vado fiero.

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