ELENA SCOLARI | La psicanalisi in teatro ultimamente va di moda, non sempre sembra la via più adatta per la scena ma per Non si sa come di Luigi Pirandello è la strada perfetta.
Il testo è del 1934, anni in cui gli studi freudiani iniziati a fine ‘800 erano ben conosciuti e tanto considerati da influenzare le elaborazioni artistiche di drammaturghi attenti e profondi come l’autore di Girgenti.
Non si sa come è l’ultima opera compiuta di Pirandello e sembra inizialmente narrare una storia di corna immaginate ma è in realtà ben più di questo: in una torrida estate borghese Ginevra, moglie dell’ufficiale di marina Giorgio Vanzi, è ospite per alcune settimane nella tenuta dei coniugi Daddi, frequentata anche dal marchese Nicola Respi, da sempre spasimante di Bice, consorte fedele e insospettabile del conte Romeo Daddi. Repentinamente Daddi sembra essere colpito da delirio, forse follia, fa discorsi strani, fissa i compagni con sguardo indagatore che inquieta, li incalza con interrogativi esistenziali che lasciano tutti attoniti e straniti.


L’ufficiale Vanzi (Alessandro Pazzi, risoluto e solido nella sua apparente razionalità ma capace di mostrarne le incrinature) raggiunge il gruppo durante alcuni giorni di licenza e assiste alla preoccupazione di tutti per le condizioni dell’amico Romeo, il quale insinua un possibile tradimento della moglie – difesa convintamente da tutti – con Respi, che l’ha sì corteggiata ma è stato recisamente respinto. Scopriremo invece che il tradimento è di Daddi stesso che, accecato da un istinto momentaneo e incontrollabile, ha concupito Ginevra, accecata anch’essa.
La peggior confessione non è però questa, il fatto veramente grave è ciò di cui il conte si è macchiato in gioventù: l’assassinio, anche questo frutto di un atto andato oltre le intenzioni, di un ragazzino colpevole di aver torturato e ucciso una lucertola. (Bellissima la descrizione della pancia bianca del piccolo rettile illuminata dalla luce della luna).
Il delitto (ormai prescritto) era stato esemplarmente rimosso da Romeo, che pare davvero averlo ricordato improvvisamente, e altrettanto improvvisamente ha avuto bisogno di metterne a parte gli altri.
Da qui si dipana un’incessante analisi, basata su dialoghi dialetticamente stringenti, su cosa sia un delitto: ciò che si compie deliberatamente, con la volontà di un effetto delittuoso, appunto, oppure anche ciò che si è consumato come in un sogno (o un incubo), in uno stato quasi incosciente?

Riccardo Magherini è un conte febbrile, pressante, che bracca i propri interlocutori sottraendo loro il tempo per risposte lucide, procede nel suo percorso lastricato di pesanti ammissioni e riflessioni incessanti; Annig Raimondi interpreta una Ginevra disincantata e decisa a governare il malessere con misura; la Bice di Maria Eugenia D’Aquino è solo all’inizio ingenua ma diventa man mano sottile nel capire i meccanismi psicologici e generosa nell’affrontare una situazione ingarbugliata come mai; Matteo Bonanni è bravo nel trovare un equilibrio tra la sicurezza e l’agitazione. In generale la recitazione di tutti è forse leggermente caricata, in relazione al tono cerebrale dei pensieri perno del testo. Testo che, a tratti, è un poco pedante e non immune da qualche ripetizione.

La regia di Paolo Bignamini per lo spettacolo di PACTA (nell’ambito della stagione L’insolito palcoscenico) lavora molto sull’inquietudine che abita i personaggi, sul loro rimanere disarmati, anche nell’atteggiamento fisico di occupazione dello spazio: tranne Magherini, che entra ed esce con disinvoltura dalla scena, si siede in platea, dialoga e monologa anche a distanza, gli altri sono spesso cristallizzati in una voluta fissità che mostra lo stupore e lo stordimento dell’anima e della mente.
Nello spazio scenico (scene a cura di Anusc Castiglioni) si delineano più aree: una è quella dove per tutta la prima parte si segna il distinguo tra Daddi e gli altri, un rettangolo di terra rossa come il fondo del campo da tennis, con sdraio e sedie di vimini; una seconda è la striscia a fondo scena dove una lunga pedana diventa di volta in volta passerella, tavola, banco degli imputati; e la terza è la cornice dove più liberamente si muove il conte, il suo spirito indagatore, meno costretto dai perimetri delle convenzioni. La divisione di queste aree non è sempre precisa ma accompagna comunque lo spettatore a percepire, magari inconsciamente, i diversi livelli e sviluppi dello spettacolo.
E aiutano anche le luci di Fulvio Michelazzi, colori di diversa temperatura, raggi che suggeriscono lo scandaglio emotivo dell’interiorità.
Lo spettacolo mette anche in luce un aspetto per così dire storico dei costumi “morali” dell’epoca: il tradimento di una donna era considerato al pari di un omicidio per un uomo, le cui scappatelle erano invece quasi un vanto se non un dovere “virile”. Un senso comune che allora spiegava una certa duttilità femminile nell’affrontare i guai, anche seri, combinati dai maschi.

L’inconscio è una forza incalcolabile che può muovere gesti e parole ai quali a volte aderiamo solo a posteriori oppure li rinneghiamo fino a scordarcene, per sopravvivere.
Perché tutte le azioni (e reazioni), anche quelle malvage o violente, sono umane.

NON SI SA COME
di Luigi Pirandello

adattamento Gianmarco Bizzarri
con Matteo Bonanni, Maria Eugenia D’Aquino, Riccardo Magherini, Alessandro Pazzi, Annig Raimondi
regia Paolo Bignamini
scene Anusc Castiglioni
luci Fulvio Michelazzi
costumi Nir Lagziel
assistenti alla regia Marianna Cossu
produzione PACTA . dei Teatri

16 gennaio 2020, in scena fino al 26 gennaio

 

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