ESTER FORMATO | Abbigliato con una veste femminile appena recuperata dalla spazzatura, un corpo maschile basculante si muove al ritmo del frenetico sferruzzare di tre donnine. Sono sedute una poco distante all’altra in postura ieratica mentre intorno fanno capolino oggetti e rifiuti i cui colori incorniciano la scena nuda dell’assito. Il rumore dei ferri scandisce l’inizio dello spettacolo, il movimento di Arturo diventa rapsodico e il suo muoversi fende il palcoscenico vuoto. Poi una delle tre si alza, poi un’altra, poi l’altra ancora e, venendo verso il proscenio, iniziano a parlare con una cadenza frenetica e sottovoce perché la terza non ascolti.

Le loro parole sono impercettibili, poi i dialoghi si fanno piani, seppur in palermitano, ma si mantengono veloci: sembra di ascoltare una scrittura in versi.
La lingua palermitana è  plastica e magmatica, distillata dal registro popolare e dà a questo piccolo epillio uno spessore corporeo. Misericordia è l’affresco di un quadretto domestico nel quale non avviene nulla di straordinario ma implica – all’interno di un’ordinarietà quotidiana di tre donne di strada – una compagine tragicomica che dà consistenza ai personaggi e alla lingua. Il breve spettacolo riconferma i talenti insiti nella scrittura di Emma Dante, priva di sbavature e chirurgica pur nella sua esuberanza, perfettamente rimodellata attraverso la recitazione delle protagoniste.
Come Parche dei poveri allevano Arturo, un bimbo nato «scemo» la cui inevitabile ipercinesia è resa splendidamente dai movimenti coreutici di Simone Zambelli. Queste prostitute di bassa lega condividono una sorta di tugurio preso in affitto, fra di loro guardinghe quando l’una ruba qualcosa dalla dispensa dell’altra, si ritrovano a essere madri di una creatura messa al mondo dalla povera Lucia, ammazzata di botte dall’uomo che l’ha ingravidata.
Una fiaba popolare in cui fanno eco richiami mitologici: nelle archetipiche Parche si riverberano lineamenti di caratteri femminili assimilabili al mondo fiabesco di Basile, ad esempio, mentre nel corpo disarticolato di Arturo emerge il Pinocchio collodiano e tutto confluisce in una tessitura drammaturgica armonica a cui non sembra mancare nulla, enucleando una sorta di carmen doctum dei nostri tempi in lingua vernacolare.
Siamo in un bassofondo siciliano; nessun indizio scenico conferisce l’angustia e la povertà – più volte accennate – dello spazio che abitano, anzi: il volteggiare irrefrenabile di Arturo disegna circonferenze enormi entro le quali nessuna delle tre riesce a fermarlo.
Gli inutili tentativi di quietare il corpo di Arturo nudo e ribelle – caravaggesco o che vagamente ricorda proprio quello della Pietà michelangiolesca – che svolazza qui e là, consumano le loro ore in un continuo atto di pietas. Inconsapevoli numi tutelari riservano a una creatura, altrimenti reietta, una cura istintiva che è parte delle loro viscere. Arturo non parla, non riflette, ma ogni giorno è in attesa dell’ora in cui passa la banda del paese e ne imita il frastuono. Tuttavia arriva un giorno diverso dagli altri, quello in cui Arturo dovrà andare via…
Non sappiamo se lo ha intuito ma c’è un cofanetto tutto per lui recante il ciondolo di sua madre, il carillon e i giochini di quando era piccino e dei soldi messi da parte dalle sue tre tutrici; tanti a dir la verità, visti gli stenti in cui vivono, tenuti in serbo proprio come si conserva una dote.

In Misericordia torna evidente l’originaria cifra stilistica di Emma Dante che scrive un testo che sulla scena è una sorta di spartito musicale. Tragedia e comicità sono inestricabilmente combinate e compattate in una lingua precisa ma rappresentate anche dalla rapsodia motoria di Arturo dal cui corpo magro, a tratti smunto, traspare lo smarrimento della sua mente che gli impedisce di giungere in contatto con la realtà. Lo spazio che egli disegna con capriole, salti, rotolamenti è invero una sudicia superficie pervasa da rifiuti che le tre donne si rubano fra loro e che il ragazzo confonde facilmente con giocattoli colorati e stantii che tengono ancora per casa, sin da quando era in fasce. Eppure diviene un mondo ludico, scenicamente reso senza alcuno sforzo naturalistico, anzi sembra che lo spettatore sia portato a guardarlo dalla stessa prospettiva di Arturo. Come un burattino, lo sfortunato Pinocchio vive di gesti meccanici, è di fatto come un omino di legno che stavolta non incontrerà nessuna fata Turchina. Il suo Geppetto è un maschio violento, la povera madre è morta dopo il parto, per le troppe botte subite.
È un archetipo antropologico quello sul quale lavora Emma Dante: quello del tessuto matriarcale che ha tuttora potenti tracce nelle regioni del sud Italia. Una tela di Penelope invisibile, eppure per certi versi ancora forte, appare questo microcosmo sociale entro il quale viene introdotto un emblema di fragilità estrema protetto da Anna, Niuzza e Bettina che esibiscono e vendono la loro ormai fatiscente femminilità.
La misericordia è, dunque, la compassionevole fiamma che accende il sentimento materno sia di chi si è ostinata a partorire, nonostante la vita che ha generato rechi in sé il seme della violenza, sia di chi, prescindendo da ogni atto biologico, accoglie e protegge. È quel misterioso groviglio di identità femminili che fa eterno ritorno in archetipi millenari e scalfiti nell’antropologia popolare, segreta energia che trasforma lo stesso Arturo in una creatura intoccabile, sacra alle loro esistenze perché in un certo senso salvifica e dalla benefica funzione umanizzatrice.
Non è un discorso molto distante dall’icona dell’ultimo nato di alcune numerose famiglie di una certa Napoli popolare, il quale finiva per acquisire un’identità femminile e come tale veniva protetto dalle donne appartenenti al microcosmo famigliare del vicolo; benefiche erano la sua umanità e fragilità di cui è piena la drammaturgia meridionale.
Tutto poi si trasforma in rituale, in antica e quotidiana pratica religiosa – nel senso etimologico e  laico della parola – tanto da pensare che un’operetta come Misericordia racconti nel migliore dei modi, più di qualsiasi sforzo mediatico, l’impenetrabile ma violato mondo femminile a cui ancor oggi cerchiamo, ipocritamente, di tributare riscatto e rispetto.

 

MISERICORDIA

scritto e diretto da Emma Dante
luci Cristian Zucaro
con Italia Carroccio, Manuela Lo Sicco, Leonarda Saffi, Simone Zambelli
coproduzione Piccolo Teatro di Milano– Teatro d’Europa, Atto Unico / Compagnia Sud Costa Occidentale, Teatro Biondo di Palermo
foto Masiar Pasquali

Piccolo Teatro Milano, 5 febbraio 2020

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