ESTER FORMATO | Fra le mie visioni del Napoli Teatro Festival fa capolino un testo poco conosciuto di Tennessee Williams, Le eccentricità di un usignolo che poi – apprendo – l’autore trasformò nel più noto Estate e Fumo. In prima nazionale al Festival, l’allestimento a cura di Sarah Biacchi che ne è la protagonista, per Castellinaria e Siciliateatro, ripropone un’ambientazione filologica dell’opera che ci riporta ancor più indietro nel tempo. Questo accade perché, pur attribuendo alle sue eroine tensioni e turbamenti emotivi cruciali della sensibilità novecentesca, nel nostro caso tali sotterranei attriti sono incapsulati dall’autore americano in caratteri che ricordano un dramma borghese prenovecentesco. Due nuclei familiari si fronteggiano, quello del perfetto John jr. giovane e promettente medico, adorato da sua madre, e quello di Alma Winemiller, figlia del reverendo del paese alle prese con la pazzia della moglie, uno scandalo che deve sopportare insieme al timore, del tutto fondato, che anche la sua Alma, a causa delle sue eccentricità, non goda di una buona reputazione fra i concittadini.

L’ambientazione è un interno di una modesta casa di un paese degli Stati del sud che per il drammaturgo americano ha spesso un’evocazione ossessiva. Uno schermo proietta le immagini esterne alla casa o interne ai ricordi di Alma Winemiller, insegnante di canto; non molto lontana dalla più ben famosa Blanche di Un Tram che si chiama desiderio, questa giovane donna di provincia ha quel tragico destino che accomuna le eroine di Williams, dotate di una pazzesca vitalità e vittime al contempo di una infelicità soffocante, stavolta dovuta all’impossibile amore per John che amichevolmente è attratto dalla purezza e dalla complessità della ragazza, ma che non potrebbe mai volerla al suo fianco.

Foto Giusva Cennamo – Ag. Cubo

Alma è curiosa, è colta, ma le piccole manie che i suoi concittadini considerano come eccentricità, le tante ossessioni che riverberano su micro-gesti del suo corpo, come ridere forte, non curare gli eccessi emotivi che spesso si palesano nella sua voce, non possono di certo renderla a pieno una donna bella, una donna da desiderare. Ed è questo il punto; la sua femminilità e il suo desiderio di amare ed essere amata sono insoffocabili sotto la patina delle sue piccole anomalie in cui – implacabile – si aggira lo spettro della malattia materna.

Non manca nulla dei temi cruciali di Tennessee Williams nella cui scrittura fanno capolino i moti più profondi del suo vissuto e, naturalmente, la sua amata sorella Rose di cui gran parte dei suoi personaggi femminili – inclusa la nostra Alma – sono il surrogato e che l’autore non ha fatto altro che mettere in scena. Il teatro – forse la sua più longeva psicoterapia – è l’immaginifico mondo interiore al quale il drammaturgo del Missisipi ha dato forma per salvare se stesso. Ma per il nostro Tennessee l’amore non salva, ammala, fa esplodere l’anima e con essa ci viene sottratto il nostro posto sociale nel mondo, sebbene sia il viatico per poterci congiungere alla parte più autentica di noi stessi.

La regia di Sarah Biacchi è elegante, priva di sbavature, sembra dare una misura composta e raffinata alla raggelante lentezza con la quale la pazzia sta raggiungendo la tenera Alma. E l’insistenza di immagini sul pannello al centro del palcoscenico – a mo’ di lanterna magica – sembra procedere su questo binario.

Per la produzione siciliana la scelta di lavorare su un testo del genere può essere una sfida; in primis, non è fra quelli più vincenti di Williams e a primo impatto si ha la sensazione di assistere a una commedia dai contenuti e dall’estetica superati o superabili. D’altro canto è proprio la figura di Alma che, rendendosi gigantesca nella sua tormentata stratificazione, trascende dai limiti fisici e culturali dell’interno borghese e può restituire allo spettatore la visceralità della vita che spesso l’autore del Mississipi ha camuffato dietro la grazia delle sue parole.

Procedo con le mie visioni e mi soffermo in particolar modo sulla Sezione Osservatorio del festival che dà spazio a giovani compagnie e a quelle per cui spesso è difficile avviare delle produzioni, alle quali è dunque giusto riservare uno sguardo in più, soprattutto a ridosso di una pandemia che ha inficiato così gravemente tutto il settore.

E così mi sono ritrovata nel giardino romantico di Palazzo Reale, in prima fila e dinanzi ad altre due creature, a loro modo, eccentriche: un ragazzo e una ragazza (Daniele Paoloni e Grazia Capraro) occupano il piccolo assito colmo di svariati oggetti apparentemente alla rinfusa, senza un criterio distinguibile. Due personaggi anonimi, troppo banali e insignificanti per assurgere a identità predefinite su di una scena, sono i protagonisti di Bolle di Sapone, scritto e diretto dal giovane Lorenzo Collalti e prodotto da Khora Teatro.
Un ipocondriaco e una celiaca, un ossessionato igienista e un’asociale a oltranza, o semplicemente due giovani molto timidi di una comune città italiana; oppure due sfigati che nella loro vita non hanno mai avuto relazioni di qualsiasi tipo. Insomma, ognuno immagini come vuole questi due caratteri immersi in un’ordinarietà del quotidiano, il cui vissuto appare troppo diafano per poterne raccontare, ma contemporaneamente sono troppo “patologici” per poter garantire loro una vita complessa e articolata. Almeno fino a quando, una mattinata nel parco, qualcosa si differenzia dall’abitudinaria routine e allora, finiscono seduti a distanza ravvicinatissima e tale contatto umano genera nelle loro anime turbamento e scompiglio.
La narrazione è molto semplice; si procede in terza persona, a ritroso nel tempo si scava nelle due solitudini fra sogni, incubi e ricordi. Bolle di sapone è uno dei casi in cui l’ironia non fa che raddolcire l’anima dello spettatore; un esempio di scrittura compatta e brillante che riesce con mirabile delicatezza a scandagliare due anime troppo inadeguate alla vita e quindi, provocatoriamente, anche alla scena di un teatro. È probabile che la maggior parte di chi guarderà questo spettacolo non sia ossessionato dalla presenza altrui, né ami solo Kafka, né tanto meno dia da mangiare ai piccioni delle molliche di pane per non nascondere la propria celiachia; che non sia fuggito dall’unica occasione amorosa a causa delle fobie legate ai batteri, né abbia sempre schivato la possibilità di conoscere qualcuno dell’altro sesso; eppure, queste grandi e piccole ossessioni che attanagliano entrambi i protagonisti e al contempo li costringono a non incontrarsi, si trasformano, nella scrittura di Collalti, in un poetico afflato delle nostre paure – quelle che tutti abbiamo – di incrociare lo sguardo dell’altro. Riaffiorano le nostre timidezze, riemergono teneramente quelle possibilità d’incontro che sono svanite, o mai giunte. Gli spazi vuoti sulle nostre panchine, le attese, le occasioni smorzate dalle nostre ossessioni o manie.

La brillantezza e semplicità del testo sembrano tradursi in una buona tenitura scenica; la predilezione del racconto indiretto che evita il dialogo – una scelta molto significativa, che avvalora l’impossibilità dei due di contattare anche con la parola l’altro – riporta i due attori alla frontalità sul palcoscenico attraverso la quale è possibile alternare la dimensione  narrativa e rappresentativa. Due sedie che separano le due identità segnano quel “distanziamento sociale” di due anime delicate e spaesate nella girandola della vita e delle relazioni.

Una volta effettuato il giusto rodaggio, lo spettacolo  potrà farsi un piccolo dono per chi lo guarda, raccontando di un maldestro e delicato stupore di ritrovarsi accanto a qualcuno.

Altro giro, altra corsa invece per Luminator Bernocchi il cui nome deriva da una nota lampada progettata nel 1926 da Luciano Baldessari, che compare sul palcoscenico pronta a svelare il suo metaforico senso alla fine della piéce. Scritto e diretto da Alberto Mele e Marco Montecatino che è anche interprete insieme a Cecilia Lupoli nei ruoli di X e Y, rispettivamente blu e bianco e rosso e bianco.
Se in Bolle di Sapone l’assenza dei nomi propri dei protagonisti scaturisce da un intimo disagio nei confronti di qualsiasi contatto sociale che palesi l’uno all’altro, in questo lavoro prodotto dall’Isola di Ted e da Mestieri del Palco la nomenclatura, per così dire, cromosomica lascia invece spazio all’identificarsi di qualsiasi coppia nella storia che si sta svolgendo. E non solo. Più che altro, a guardar bene, all’interno della vicenda che finisce poi per ruotare attorno alla più grande tragedia che una coppia possa affrontare, la nomenclatura X e Y insiste sul dissolversi l’uno per l’altro, sull’effetto che il dolore può avere su due giovani che si sono amati, ma che sono ora lì, trasparenti nel loro dolore.
La narrazione procede per capitoli speculari a un ipotetico romanzo che lui sta scrivendo, in attesa che un lampo di genio letterario possa decretargli fortuna, ma l’ordine progressivo ne è mischiato e ciò ricade sulla drammaturgia che prende corpo attraverso singoli quadri, ragion per cui lo spettacolo – non privo di una buona idea di partenza – ha ancora bisogno di prendere il suo ritmo e un assetto armonico. A tratti un linguaggio forte e d’impatto riesce a far arrivare allo spettatore la volontà di indagare il deterioramento dell’anima, l’approdo a una disperante anaffettività.

Lo spettacolo è posto ancora in essere, e al suo debutto presenta punti di fragilità (ad esempio, l’idea di non rispettare la progressione cronologica si rende interessante,  ma ha bisogno di una compagine drammaturgica più forte) come è lecito in un festival di prime assolute che molto lentamente stanno riaccendendo, non senza problematiche, le luci su di un palcoscenico.

 

LE ECCENTRICITÀ DI UN USIGNOLO

di Tennessee Williams
traduzione Masolino D’amico
regia Sarah Biacchi
con Sarah Biacchi, Riccardo Eggshell, Alessandra Frabetti, Paolo Perinelli
e con la partecipazione di Paila Pavese
si ringraziano per l’amichevole partecipazione in video Daniela Giovannetti, Graziano Piazza, Viola Graziosi, Paolo Vanacore
disegno luci Francesco Barbera
musiche originali Mimosa Campironi
scenografie Andrea Ceriani
costumi Britta Böhm
regia video e aiuto regia Rachele Studer
assistente alla regia Silvia Ponzo
elettricista Enzo Sorrentino
produzione Siciliateatro, Castellinaria

BOLLE DI SAPONE

Regia e drammaturgia Lorenzo Collalti
con Grazia Capraro e Daniele Paoloni costumi Silvia Romualdi
produzione Khora.Teatro
in collaborazione con L’uomo di fumo

LUMINATOR BERNOCCHI

testo e regia Alberto Mele, Marco Montecatino
con Cecilia Lupoli, Marco Montecatino
costumi Elena Soria
musiche originali Gino Giovannelli
scene Angelo Navarro
disegno luci Tommaso Vitiello
assistente alla regia Renato Bisogni
progetto grafico e foto di scena Antonella Maffettone
produzione associazione culturale L’isola di Ted
produzione esecutiva Mestieri del Palco

Napoli Teatro Festival Italia
Luglio 2020

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