ILENA AMBROSIO | C’è e sempre uno scintillio speciale negli occhi di un bambino che guarda al teatro, la preziosa ingenuità di uno sguardo fresco e incontaminato che si affaccia a un mondo nuovo e si avvia – si spera – a farsi spettatore.
Acquista perciò un senso di rituale quasi iniziatico la scelta di Primavera dei Teatri di riportare il teatro a Castrovillari – dopo il vuoto di questi mesi – rendendo autonoma la sezione del Festival dedicata al teatro ragazzi con Primavera Kids, progetto, ideato da Scena Verticale, organizzato con il sostegno della Regione Calabria e in collaborazione con la libreria La Freccia Azzurra di Castrovillari. La rassegna, avviata il  21 giugno con ultima serata il  2 luglio, ha accolto i lavori di Gianfranco De Franco e Dario De Luca, Occhiosulmondo, Mammut Teatro e Luna e GNAC Teatro, tutti ruotanti attorno a tematiche “sconttanti” del nostro tempo – bullismo,  solitudine, dell’indifferenza, dell’eroismo nascosto, della femminilità e della capacità delle donne di prendere in mano il proprio destino – e seguiti da incontri con il pubblico dedicati proprio al confronto rispetto a realtà con le quali è necessario che anche i bambini si confrontino, in una prospettiva, dunque, anche pedagogica. Oltre a questo esperienze laboratoriali per consolidare ulteriormente il recupero di un contatto reale e in-mediato con i ragazzi.
Abbiamo Incontrato Dario De Luca, direttore artistico della rassegna, per farci raccontare lo spirito di Primavera Kids. 

Il teatro ragazzi ha sempre avuto un suo spazio durante Primavera dei Teatri ma quest’anno avete deciso di dedicargli un tempo autonomo. Perché questa scelta e proprio in corrispondenza con la ripresa (più o meno generalizzata) delle attività teatrali? Cosa può dirci in questo momento il teatro rivolto alle nuove generazioni?

Nel cartellone di Primavera dei Teatri c’è da diversi anni questa sezione dedicata al teatro per l’infanzia e l’adolescenza, perché da sempre proviamo a immaginare quello che sarà il pubblico del futuro. Il nostro obiettivo è organizzare un festival in cui possano partecipare intere famiglie, con gli adulti che vedono il teatro contemporaneo e i piccoli che invece seguono i laboratori e gli spettacoli a loro dedicati. Quest’anno abbiamo deciso di rendere autonoma questa costola molto più giovane, e di proporla nel periodo estivo, in concomitanza con la riapertura di tutte le attività. L’Italia è ormai in zona bianca, quindi abbiamo colto l’occasione per creare un luogo della socialità, ludico e allo stesso tempo pedagogico proprio per i ragazzi, perché pensiamo siano la categoria sociale più fortemente privata della possibilità di esprimersi liberamente dalla pandemia. In un momento in cui i nostri ragazzi vivono quasi imprigionati nelle community virtuali dei social, volevamo riportarli alla vera vita di comunità. Il teatro è il luogo per eccellenza dove la comunità si riunisce in uno stesso luogo per ascoltare storie, giocare e divertirsi.

“Re Pipuzzu fattu a manu”. Foto Antonello Parrilla

Gli spettacoli che stanno andando in scena toccano questioni tutt’altro che frivole: bullismo, solitudine, forza femminile. Quanto è importante, secondo voi, che si venga educati fin da bambini ad avere consapevolezza e sguardo critico rispetto a queste tematiche?  

È indispensabile che i ragazzi si pongano fin da giovanissimi delle domande su questioni importanti, in modo da assumere consapevolezza rispetto a queste tematiche che riguardano la nostra società. Alcune di esse li toccano da vicino, come l’esclusione sociale, il bullismo o la violenza sulle donne. Nei laboratori teatrali che teniamo durante l’anno ci siamo resi conto della forte necessità che sentono i giovani di trattare queste tematiche e di avere una rotta da seguire rispetto a esse. Il teatro è un modo per sublimare delle cose, per assumere un approccio poetico, ma anche catartico, come ci insegnano gli antichi greci. Lo dico sempre, anche nelle scuole agli insegnanti, non bisogna aver paura di certe problematiche né edulcorarle, ma è importante trattarle con la massima delicatezza, precisione e sensibilità.

Ogni spettacolo è seguito da un incontro tra pubblico e attori. È una pratica forse troppo poco diffusa nel teatro “adulto”. Quale valore aggiunto credi possa dare al rapporto con lo spettatore e, nello specifico, alla formazione di spettatori in erba? E, da artista, quanto credi possa arricchire chi fa il teatro confrontarsi con il pubblico?

L’incontro con gli artisti spesso è relegato al teatro ragazzi, oppure in casi eccezionali per gli adulti, come quando si incontra una star del cinema o del teatro. Secondo me è una pratica che può anche non esserci, perché trovo molto bello il fatto che ognuno rimanga nel suo rapporto personale con lo spettacolo e che si relazioni con i pensieri e le emozioni che gli ha suscitato nei modi e nei tempi che preferisce. Però, visto che il teatro crea degli interrogativi, l’incontro è l’unico momento in cui lo spettatore può confrontarsi con l’autore, il regista o l’attore sulla sua visione dello spettacolo. È una pratica che mi piace applicare con i ragazzi per farli diventare più consapevoli. Ben vengano un ragionamento, un momento di riflessione e le domande dei più giovani agli artisti che hanno visto in scena. Non dobbiamo credere che sia un’attività adatta soli ai piccoli spettatori, in alcuni casi è bello riservarla anche  agli adulti. Il confronto con il pubblico sta alla base del fare teatro. Non esiste un uomo che va sul palco a raccontare una storia senza che ci sia uno spettatore che lo guardi, e lo spettatore ha la stessa importanza dell’attore, Per cui può dire la sua e tenerne conto, secondo me, fa parte anche di una deontologia che un uomo di teatro deve avere. Poi l’artista può decidere cosa farne dalle opinioni che arrivano dalla platea, però è importante confrontarsi.

Dario De Luca in “Re Pipuzzu fattu a manu”. Foto Antonello Parrilla

Spettacoli, incontri, ma anche tre laboratori che mettono in contatto i piccoli partecipanti con la propria percezione e la propria creatività. Dopo, anzi, durante un tempo in cui bambini e ragazzi si stanno assuefacendo a una percezione falsata o comunque alterata dalla tecnologia e in cui la creatività è, giocoforza, limitata, sei fiducioso che l’esperienza laboratoriale possa smuovere le loro sensibilità? 

I ragazzi vanno sempre stimolati. Ho due figli adolescenti e so che quando provo a dar loro uno stimolo la prima risposta mostra una grande scocciatura. Non bisogna comunque arrendersi, perché sono in ogni caso semi che vengono piantati in un terreno incolto e prima o poi qualcuno di questi semi attecchisce.

Uno spettacolo che ti vede coautore e coprotagonista ha aperto la rassegna. Quale percezione hai avuto, dalla scena, di questo Festival? Cosa senti che sta offrendo sulla comunità?

Ci siamo ritrovati a chiudere ad ottobre il teatro con Primavera dei Teatri e a riaprire nel nostro territorio con Primavera Kids, facendo quindi sia da chiudipista che da apripista. Abbiamo trovato un pubblico numeroso con grande voglia di tornare a teatro ed è stato bello vedere dalla scena gli adulti che hanno seguito lo spettacolo insieme ai bambini. Immagino che questo sarà il leitmotiv di tutto il festival: il piacere di condividere questa esperienza teatrale tra adulti, genitori e bambini.

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