GIAMBATTISTA MARCHETTO | Una rivoluzione attraverso la depravazione? Una visione distopica dei paradossi che governano il presente? Un reality show giocato sulla spinta all’esperienza parossistica di una violenza assurda e naif? Un gioco crudele tra la fantapolitica e sociopatia? Difficile identificare un canale di lettura univoco per Hard to be a God del regista ungherese Kornél Mundruczó, presentato alla Biennale Teatro 2021 firmata ricci/forte, con il cui racconto PAC chiude il suo diario teatrale dalla laguna.

Il focus di questo lavoro dai tratti noir sembra essere la banalità del male. Nell’allestimento al Parco Albanese di Mestre la platea è stata incastonata tra due tir che fanno da scena, quinte e diaframma tra il mondo di chi osserva e un reality grottesco fatto di traffico di corpi, emozioni, dolore, sesso e disperazione. Lo spettacolo ha davvero i connotati di un reality show, con tanto di stanza nascosta in cui si consuma un dramma paradossale, avulso da ogni senso e tremendamente banale.
I protagonisti sembrano concentrati sull’imbastire un piano rivoluzionario che cambierebbe il mondo in un batter d’occhio. La chiave per svelare il piano è da ricercare nel ragazzino nascosto al mondo, figlio segreto di un potente vigliacco e corrotto, al quale recherebbe danno un qualche scandalo sessuale ispirato a una figlia seviziata e uccisa.


Tutto questo è già lapalissianamente assurdo, costruito come è su una inverosimile composizione simbolico-tribale di nefandezze che dovrebbero avere un afflato rivoluzionario. Se poi si aggiunge la presenza di uno “straniero” che, parafrasando scompostamente le ingerenze degli dèi nella mitologia antica, prima assiste senza intervenire (anzi involontariamente partecipe) alle follie che imperversano sulla scena e poi la sconvolge ammazzando tutti i personaggi… il grottesco assume contorni paradossali.
Forse l’intento di Mundruczó è quello di disturbare gli animi del pubblico – perché l’azione è a dir poco disturbante per la gratuità della violenza portata in scena – e far riflettere sull’impatto nella società di un cinismo diffuso, ma rimane piuttosto in superficie lasciando spazio a un uso sgraziato della brutalità che rende la performance davvero simile a un reality finto da televisione di serie B.


L’allestimento è interessante nella sua struttura e gli interpreti sono credibili nel restituire il senso di banalità di quell’assurdo che germina in scena. Il processo drammaturgico non riesce però a tenere la tensione o a portare un senso drammatico nell’azione, risultando così finta da lasciare lo spettatore nella posizione di osservatore (incuriosito o inorridito) esterno e vagamente distante. E solo l’arrivo di un’ambulanza (vera) con lampeggianti accesi alle spalle della platea ha regalato un brivido di coinvolgimento vero: purtroppo non era parte dello spettacolo.


HARD TO BE A GOD

Proton Theatre
con Annamária Láng, Kata Wéber, Diána Magdolna Kiss, Marina Gera, Roland Rába, Gergely Bánki, László Katona, János Derzsi, János Szemenyei, Zsolt Nagy
regia Kornél Mundruczó – assistente regista Dóra Büki
scritto da Kornél Mundruczó, Yvette Bíró
dramaturg Viktória Petrányi, Éva Zabezsinszkij
musica János Szemenyei
scena e costumi Márton Ágh
luci András Éltető
co-produzione Alkantara Festival, Lisbona; Baltoscandal, Rakvere; Culturgest, Lisbona; KunstenFestivalDesArts, Bruxelles; Rotterdamse Schouwburg, Paesi Bassi; Theater der Welt 2010, Essen; Théâtre National di Bordeaux in Aquitania; Trafó House of Contemporary Arts, Budapest

Parco Albanese, Mestre – Biennale Teatro
7 luglio 2021

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