RENZO FRANCABANDERA | In un grande ambiente buio, grande quanto tutta la scatola teatrale del Comunale di Ferrara liberato dalla quintatura, emergono dal buio, a lume di candela e con poche fioche luci, le immagini viventi dei quadri fra storia e mito di cui si compone l’allestimento di Qinà Shemor, spettacolo realizzato da Teatro Nucleo in collaborazione con il MEIS (Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah), in concomitanza con la mostra Oltre il ghetto. Dentro&Fuori, e andato in scena il 17 febbraio 2022 al Teatro Comunale Abbado di Ferrara, affollato in ogni ordine.
Il pretesto creativo della messa in scena è L’Ester, tragedia tratta dalla Sacra Scrittura di Leone Modena (o da Modena), intellettuale ebreo vissuto a cavallo fra il Cinque e Seicento, e di cui nel 2021 si è celebrato l’anniversario dei 450 anni dalla nascita, occorsa il 23 aprile del 1571.Leone fu, tra le altre cose, pedagogo, scrittore, interprete, correttore di bozze e traduttore, ma soprattutto un anticonformista, dal carattere complesso e non esente da vizi, tra i quali il gioco d’azzardo; nacque da genitori di origine ferrarese e cresciuto nel ghetto di Venezia, luogo in cui gli ebrei vivevano reclusi dal 1516.
Conosciamo bene la vita dell’intellettuale, anche grazie alla sua autobiografia, tradotta in Italiano da Rav Emanuele Artom e pubblicata qualche anno fa da Zamorani.
La famiglia, di origine francese, conservava una pergamena su cui era riportato un albero genealogico di oltre 500 anni, con avi che una volta in Italia si erano occupati nella gestione di un banco feneratizio, soggiornando a Bologna fino a quando l’editto di espulsione di papa Pio V del 1569 costrinse tutti gli ebrei a lasciare la città felsinea.
I Modena si trasferirono prima a Ferrara e poi a Venezia. Leone tornò poi da rabbino per un breve periodo a Ferrara con le scole che se lo contendevano perché tenesse le sue derashot, e in questo periodo scrisse anche un corale per il tempio, fortemente contestato da un rabbino locale, su cui si accese una diatriba sull’ortodossia di questa creazione, in particolare sul tema se fosse lecita la polifonia o l’astenersene rientrasse fra le forme di lutto da osservare per la distruzione del Santuario. Leone stesso scrisse a esponenti del mondo rabbinico italiano con la richiesta di pronunciarsi sull’argomento, mentre nel libro che raccoglie i suoi responsi intitolato Ziqnè Yehudà, viene presentato il suo punto di vista favorevole all’istituzione del coro.
Leone Modena è diventato, nel ricorrere dell’anniversario dalla nascita e in concomitanza con l’importante mostra sui ghetti italiani curata dal MEIS, per un allargamento al codice teatrale del dialogo fra le culture. Nella sua scrittura, anche la giocosa capacità di fondere la lingua ebraica e quella italiana, come nell’epitaffio bilingue molto famoso che dà il titolo allo spettacolo, si intitola Qinà Shemor (trad. Preserva l’elegia funebre) che in italiano va letto: Chi nasce mor.

Lo spettacolo con la regia di Horacio Czertok e Marco Luciano (che ha curato anche la drammaturgia) gioca sulla attualità della figura di Leone, sulla sua complessità moderna, finanche sulle sue abilità artistiche e in qualche modo teatrali già da enfant prodige: si racconta che a due anni e mezzo disse la prima aftarà a Ferrara dove si era trasferita la famiglia, e un anno dopo si applicava già nell’esegesi e spiegava la parashà. Siamo ovviamente fra realtà e leggenda ma resta utile come pretesto per la commemorazione di una figura peculiare, la cui memoria viene rievocata attraverso il ritorno alla sua opera teatrale che nello spettacolo, pur non riprodotta se non per brevi accenni, diventa il chiave per la creazione.
Lo spettacolo infatti inizia con alcuni attori che arrivano, a mo’ di orchestrina ebraica, in proscenio a sipario chiuso. Suonano in modo un po’ sgangherato, ritornano però, nelle parole di Marco Luciano, sui toni del Prologo della Tragedia, in cui Leone con attualità (per il suo tempo) shakespeariana, quasi come Puk nel Sogno di una notte di mezza estate, parla al pubblico.

foto di Daniele Mantovani

Si approfitta qui per introdurre la figura di Leone, la sua grandezza non solo come predicatore acclamato, maestro illustre di Torah, ma soprattutto come figura di intellettuale aperto alle proposte della cultura contemporanea, anello di congiunzione tra lo spazio chiuso della tradizione rabbinica e la dimensione fluida e mutevole della società seicentesca.
Aperto il sipario, ci si immerge nel buio della memoria, nella rievocazione della figura dell’anziano studioso, che troviamo seduta al suo tavolo, a lume di candela, proprio mentre si sta per festeggiare la festa ebraica di Purim e quasi come un capocomico, intento a definire le scene della messinscena domestica del suo testo. La sua famiglia, come da tradizione del Purim, infatti, si dedica a un piccolo allestimento teatrale, che verrà proposto alla fine della cena. Siamo nel ghetto della città lagunare sui primi anni del Seicento.
Usi, tradizioni e storie si dispiegano davanti agli occhi dello spettatore nei bellissimi e curati costumi realizzati da Teatro Nucleo in collaborazione con Maria Ziosi e Chiara Zini, e nelle scene che pur semplici rimandano a oggetti della tradizione, talvolta reinterpretati attraverso gli artwork di Sara Garagnani.
Attorno a lui si agita una umanità pulsante, famigliare e rumorosa, che allude proprio a quanto nell’autobiografia l’uomo poneva al centro delle sue questioni umane, ovvero il profondo contrasto fra l’uomo timorato di Dio ma tormentato dai sensi di colpa di chi non ha la costanza di aderire pienamente al sistema di vita nel quale crede fermamente e che la Legge, tante volte commentata e spiegata al pubblico, gli impone.
Così la narrazione sovrappone due piani narrativi: il primo è biografico, con il sapiente (interpretato da Horacio Czertok) che parla e illumina, proprio per la sua ambivalenza così moderna, le questioni e le contraddizioni che ancora oggi tutti viviamo; l’altro piano narrativo, riportato in scena come esperimento di teatro nel teatro, consiste nell’allestimento in casa della tragedia scritta da Leone, L’Ester, focalizzato sulla figura biblica della regina di Persia, sposa del re Assuero, personaggio fondamentale della tradizione ebraica che, con il suo coraggio, salvò il popolo ebraico da un’imminente e immotivata strage ordita dal nemico Aman, imponendosi in un mondo governato da uomini.
Sostengono in modo significativo la creazione scenica le musiche, ispirate a composizioni musicali dell’epoca, eseguite dal vivo con ricercatezza filologica da un giovane ensamble composto da Stefano Galassi (contrabbasso) con Simona Barberio e Guglielmo Ghidoli (violini) e Luca Chiari (chitarra).

foto di Daniele Mantovani

Sulle loro note si iscrive la vorticosa azione scenica affidata all’interpretazione del gruppo degli attori del Nucleo, che unisce all’esperienza di Horacio e Natasha Czertok e Marco Luciano le doti attorali ma anche acrobatiche dei suoi interpreti, cui si aggiunge una particolare presenza di giovanissime figure, bambini, presenti effettivamente insieme al personaggio di un angelo, anche nel testo di Leone: Rachele e Greta Falleroni Bertoni, Francesca Mari, Gianandrea Munari, Gaia Pellegrino, Veronica Ragusa, Nicolo Ximenes, Anidia Villani e Viviana Venga.
Il tema della creazione quindi è da un lato un fatto tutto teatrale, un allestimento scenico evocato con poesia e ricchezza di costumi e pregevoli realizzazioni artigianali per le maschere dei personaggi, dall’altro una sorta di elogio della conoscenza, mezzo attraverso cui combattere l’oscurantismo, la diffidenza e l’odio verso l’altro.
Il contributo del Museo alla produzione è stato sottolineato, in apertura di serata, dal saluto di Amedeo Spagnoletto, direttore del MEIS e che ha un po’ dato il sapore di un intervento culturale che, aggiungendosi alla mostra, ha voluto esaltare gli intenti e l’occasione anche per la comunità ebraica locale, di ritrovarsi per un allestimento teatrale.
Il fatto scenico è dinamico, specialmente per le azioni corali, pregevoli le ricostruzioni filologiche dei costumi e il movimento, caratteristiche sempre vive nelle produzioni di Nucleo.
La drammaturgia di Marco Luciano cerca di dare qualche cenno sia sulla vita di Leone che sulla vicenda di Ester cui la scrittura di Leone si ispira, e che avvicina fatti che nel testo biblico sono anche temporalmente distanti.
Soprattutto su questo secondo punto, nell’ipotesi di riallestimenti, potrebbe essere felicemente aggiunto qualche ulteriore frammento testuale di collegamento esplicativo sul testo della tragedia e le vicende bibliche, in modo da cementare ulteriormente i binari narrativi che sostengono lo spettacolo, asciugando magari alcuni momenti performativi più prolungati.
Rimane comunque centrale l’istanza divulgativa e di accessibilità, su cui si inseriscono alcune non banali ricercatezze sia di documentazione che di realizzazione scenica, e in quest’ottica sicuramente la creazione ha una sua riuscita, sia come azione collettiva e inclusiva di linguaggi, sia dal punto di vista dello sguardo, con alcune scene visivamente intense, che avvicinano in modo gentile alcuni temi della tradizione ebraica.

QINA’ SHEMOR. Ester, la regina del ghetto

Regia Horacio Czertok e Marco Luciano
Drammaturgia Marco Luciano
Interpreti: Horacio Czertok, Natasha Czertok, Rachele Falleroni Bertoni, Greta Falleroni Bertoni, Marco Luciano, Francesca Mari, Veronica Ragusa, Nicolo Ximenes, Anidia Villani, Viviana Venga, Gaia Pellegrino
Scene e costumi a cura di Teatro Nucleo in collaborazione con Maria Ziosi e Chiara Zini
Artwork di Sara Garagnani
Musiche dal vivo a cura di Stefano Galassi (contrabbasso) con Simona Barberio e Guglielmo Ghidoli (violini) e Luca Chiari (chitarra)
Produzione Teatro Nucleo
in collaborazione con il Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah
con il patrocinio del Ministero della Cultura, del Comune di Ferrara e dell’Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara
Con la collaborazione del Teatro Comunale di Ferrara

L’iniziativa è realizzata grazie al contributo FUS – Progetti Speciali Teatro 2021 della DG Spettacoli del Ministero della Cultura

 

 

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