ELENA SCOLARI e IL PIGNOLO | Se il teatro è un gioco, il gioco ha bisogno di regole. Renato Gabrielli, in questo, è un mago. Ce lo testimoniano i suoi lavori più noti come quelli più recenti (l’ultimo a debuttare, Nessun miracolo a Milano, al Teatro della Cooperativa, con Massimiliano Speziani), che pur spaziando tra ogni genere e forma condividono un comune denominatore: la disposizione certosina della cordata che orta gli spettatori, a passi lenti, attraverso un mondo scenico altro dalla realtà. È un gioco a fasi cicliche: spiazzamento iniziale, lenta ricomposizione delle tessere del mosaico, la mano della drammaturgia che le scombina di nuovo. E così via.

Quella che è, per ora, l’ultima casella di questo Jumanji ha per titolo Basta problemi. Commedia; i giocatori, immersi nella cornice dell’Out Off di Milano, sono Stella Piccioni e Daniele Gaggianesi, quest’ultimo anche regista dello spettacolo. Attori alle prese con Gabrielli già negli scorsi mesi, rispettivamente con l’adattamento di Uno, nessuno e centomila (sempre all’OutOff) e la lettura scenica di Procedura (vincitore premio InediTO), insieme formano la compagnia Tripee, in onore all’amore per il dialetto milanese; si aggiunge Paolo Bufalino, personaggio muto che si fa carico delle venature più irriverenti dello spettacolo.

IP: Un manager dalla parlata meneghina alla Guido Nicheli, pragmatico e indaffaratissimo, comincia un percorso di purificazione spirituale con l’adepta di un improbabile guru new age. Il registro comico e parodistico iniziale, a schernire le ossessioni della strana coppia cumenda-fricchettona, si sgretola con lo svelamento graduale di un piano della memoria, fino al capovolgimento che porterà a galla ricordi nascosti. Questa l’ambiziosa operazione: a te, Elena, domando se sia riuscita.

ES: Operazione riuscita, paziente deceduto? Prima di parlare dell’esito dell’operazione tutta vorrei dire che la tua sintesi del plot semplifica il compito al lettore qui leggente rispetto al lavoro che ha dovuto compiere lo spettatore: al di là della credibilità della storia – che ci interessa fino a un certo punto perché c’è un chiaro intento “mescolatorio” tra realtà e stati mentali – il primo fatto incomprensibile è perché mai l’uomo rampante in giacca e cravatta si trovi in una specie di tempio sciamanico tra un flusso di energia e l’altro. Solo a metà spettacolo (cioè dopo circa 45 minuti) ci viene dato un indizio, ma fino ad allora io ho passato il tempo a cercare di darmi una spiegazione, invano.
La nebbia si dirada un poco quando intuiamo che – grazie a una conversazione con un orsacchiotto definito oggetto transfer – il manager abbia rimosso una parte della sua vita presente, già da un po’, non riconosce più la moglie e così la donna lo ha invitato (ma a questo punto non si capisce a quale titolo) ad andare nell’oasi illuminante altrimenti lo avrebbe lasciato. L’orso facilita la memoria consapevole e il tappo salta.
Mi rendo conto, caro Pignolo, che la vicenda appaia farraginosa e non un esempio di linearità, secondo te lo stile dei tre interpreti in scena aiuta a dipanare la psycho-matassa?

IP: La recitazione, complessivamente buona, soffre un po’ la sindrome della frizione abbassata: sembra che fatichi a ingranare, a prendersi quegli spazi che lo spettacolo chiede. Dopo l’iniziale caratterizzazione, perfettamente centrata, ci si aspetta un cambiamento graduale dei personaggi: questo avviene ancora in maniera disomogenea, con oscillazioni troppo repentine tra la macchietta e la ricerca di profondità.

ES: Ci sono alcune incongruenze: la donna che ha intrapreso la strada dello spirito compie i gesti rituali di respirazione, agevolazione dell’apertura dei canali energetici o qualunque cosa fossero con piglio nervoso, atletico, tutt’altro che rilassato. L’uomo dedito a like, share, contatti, dallo scetticismo dovrebbe passare a una completa adesione, dato lo scioglimento di un nodo centrale della sua psiche, invece mantiene un atteggiamento tutto sommato coerente con la propria natura. Il terzo personaggio, il guru, muto, è vestito in modo da accentuare l’aspetto cheap di una filosofia d’accatto: una brutta tuta da ginnastica di colori smargiassi, infradito con i calzini, canotta bianca, ma è il personaggio più simbolico.
C’è, a mio parere, una situazione di traffico in cui si trovano congestionate molte idee che non vengono sviluppate. In due parole: la parte di commedia non è mai di sola parodia perché il clima ha sempre un sottofondo di inquietudine disagevole, ma questa inquietudine non è veramente indagata. Prendiamo in giro le strade alternative e ingenue che cercano il senso tra tappetini/confine e porte spirituali da aprire, ok, ma perché non provare a domandarsi perché hanno tanto successo? Perché le persone le seguono e hanno così bisogno di qualcuno che gli indichi una via, quale che sia?
Un motivo è la confusione, che in effetti volutamente regna anche tra gli arredi scenici…

IP: Da un tepee a una sedia di design, un esercito di scarpe allineata sul proscenio (tra le cose più enigmatiche), pelouche enormi, luminarie natalizie e verdure varie appese a un filo. Come per la recitazione, anche qui la frizione chiede un poco di gas: basterebbe anche la metà degli elementi a chiarire l’ambientazione iniziale dell’incontro new age, mentre manca qualcosa che ci trascini in profondità al momento del ribaltamento, una volta entrati nel piano dei ricordi. Il testo c’è, gli attori anche: l’atmosfera, per ora, è ancora un po’ indistinta.

Foto di Marcella Foccardi.

ES: Io trovo il testo di Gabrielli un tantino tortuoso ma sicuramente racchiude elementi che – se ben sviscerati – potrebbero risvegliare riflessioni non banali sul gorgo esistenziale che assorbe molti di noi e ci fa perdere la bussola tanto da non distinguere più la realtà dalle nostre proiezioni.

IP: Sicuramente è un elemento di valore dello spettacolo. Oltre, sicuramente, alla presa degli interpreti sugli spettatori. L’inizio dello spettacolo con le luci di sala accese si rivela una buona idea (meno, forse, lasciarle accese anche quando il dialogo si chiude alla sola scena). Gaggianesi, narratore istrionico ma mai arrogante, si guadagna da subito la simpatia del pubblico, mentre la linea paradossale di Piccioni e Bufalino è efficace anche come contrappeso scenico.

ES: Io credo che la regia di Gaggianesi debba ancora trovare una linea più decisa, che farà pulizia di alcuni fattori ambigui e ridondanti, a vantaggio di una più attenta stratificazione dei personaggi, che possono essere più sfumati e meglio disegnati.
Per esempio, dal punto di vista della costruzione teatrale: la consolle vegetale dove Stella Piccioni “suona” gli ortaggi e, tramite un software, fa produrre a porri e carote suoni casuali che formano una specie di melodia su cui lei inserisce un canto, non ha una funzione drammaturgica: è un ingrediente in più che ancora non ha un gancio leggibile nell’economia complessiva.

IP: Si tratta di una prima nazionale, l’impressione è che si siano aperte molte porte in cerca di una strada unica da percorrere: ci sarà forse una scrematura del superfluo, mantenendo solo l’essenziale ed esplorandolo a fondo. Cercare di fare un piatto d’alta cucina con solo tre-quattro ingredienti di qualità. Intanto, il gruppo si porta a casa uno spettacolo in cui, per almeno 50 minuti (su quasi 90), il pubblico non si annoia quasi mai.

BASTA PROBLEMI. COMMEDIA

regia Daniele Gaggianesi
testo Renato Gabrielli
con Paolo Bufalino, Daniele Gaggianesi, Stella Piccioni
assistente alla regia Antonio Gargiulo
scene e disegno luci Gigi Mattiazzi
musiche Stella Piccioni
produzione Out Off / Tripee Teatro

Teatro Outoff, Milano | 10 marzo 2022

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