LORENZO CERVINI | Coronata da ramoscelli di quercia e ulivo, una stella è sospesa sulla chioma di una donna vittoriosa in vesti verde, bianche, rosse che si dirige su un carro trascinante angeli e anime. Antica immagine cantata dai poeti, la donna Italia diviene primo simbolo alla nascita della Repubblica, riassunta nella stella suo diadema. Unione di stato, forze armate, popolo lavoratore, la stella d’Italia è risultato di un impegno corale, arroccata sullo stemma vincitore di un concorso nazionale.

Foto di Rodolfo Tagliaferri

Una stella spunta dallo zaino di Luca d’Arrigo che nel buio infestato della sua scena, solista, la abbraccia, unico luminoso strumento da viaggio.
Che l’A. Pace sia con voi è il pellegrinaggio reale ed epico che lo porta alle mura dell’Hotel Pace e al primo posto nella selezione del bando annuale Storie interdette della compagnia di Claudio Ascoli, Chille de la Balanza.
Il luogo in cui nasce il progetto, gli edifici riabilitati del vecchio manicomio di San Salvi, è significativo nella comprensione del lavoro di Chille, che si impegna nel riportare le coscienze in quei posti in cui simili furono rinchiuse e dimenticate. La compagnia dei Chille è indirizzata nell’esposizione di vicende ancora oggi negate, taciute, di chi scappa e cerca un futuro migliore, alla definizione di quegli spazi mentali e fisici d’isolamento eretti intorno all’umanità in difficoltà.
Con questo intento, Storie interdette sfida i giovani drammaturghi alla narrazione di tematiche nascoste, ai confini della costruzione sociale.

D’Arrigo si ferma al perimetro di questo confine incivile per evidenziare le voragini legislative che risucchiano e occultano difficili situazioni di persone al limite, lasciando, al di fuori, cittadini impotenti che osservano l’ingiustizia dispiegarsi. Sono soggetti come le vittime di dipendenza, donne nel vortice della violenza domestica e bisognosi colpiti da disturbi psichici che D’Arrigo riassume nella donna che incontra, per strada e poi a teatro.
Una ragazza quasi cieca, in stato confusionale, implora il raggiungimento di un albergo in cui afferma c’è il suo ragazzo, ferito. Unico a fermarsi è l’uomo che la accompagna, superando la resistenza delle forze dell’ordine che spolverano le suppliche dei due via dal loro piano di azione.
Istituti di sicurezza che invadono la stanza, presenti, ma inoperosi, risuonano cupi nel cranio di Luca, nelle dichiarazioni sbrigative dell’agente.
Corpo solo, ma tormentato da una giuria di ufficiali, D’Arrigo distende il suo discorso, interrotto da una voce fuori campo, atemporale, eco del testo di Thomas Hobbes, Il leviatano. Il mostro dello Stato e della Legge si insinua parassitario nella rete neurale e ostacola le verità che sono tagliate alla concezione. Eppure, sono le parole che viaggiano insieme ai due come altrettanti personaggi, materializzandosi al fianco del protagonista come entità minacciose: prima tre ombre di uomini che ricercano la ragazza, poi visi intravisti dalle inferriate all’entrata dell’Albergo.
Nella seconda parte, scatenato dal rifiuto alle porte dell’edificio, reale e astratto, dell’Albergo Pace, il sentiero che i due percorrono è trasportato in una dimensione extracorporea, definita come spazio di Via Crucis, in cui D’Arrigo affronta da eroe le questioni che brulicano intorno all’esclusione dalla protezione comunitaria di civili fragili, persi.
A ricordarci che non esiste fuga dal mostro onnipresente della Legge e dei suoi cavilli castratori, il pavimento si illumina dei colori della bandiera. La stella prima appesa a Titulus crucis si stacca e cade a terra.

Nel profondo nero del suo sfondo, Che l’A. Pace sia con voi si esprime liberamente attraverso vari codici teatrali e fiorisce in modo vertiginoso nei momenti vicini alla poesia performativa.
Accerchiato da una minacciosa e precisa luce gialla, davanti ai nostri occhi dall’unico corpo presente appaiono le schiere armate, le distese di sofferenti, l’insieme degli addendi del popolo oscurato dalle torri cittadine, nella costruzione immaginifica che il testo conquista.
Il coro di anni di storia e battaglia si restringono nella terminazione nervosa dell’unico corpo, a cui sovrasta solo la figura dello Stato, una figura che ricorda il roveto ardente dell’Antico Testamento, resa perfettamente dalla registrazione distorta che introduce e conclude la storia.

Foto di Rodolfo Tagliaferri

Davanti al linguaggio tecnico delle istituzioni, qualsiasi parola svanisce, soffocata nel soffio di uscita. D’Arrigo stende un testo che trasforma queste parole in spilli infuocati. Nella sua vigorosa lettura, discorsi incoerenti dalle frasi sconnesse che corrispondono alle bocche di questi uomini fragili sono sostituiti da voci che esplodono pungenti e rivelatorie. La composizione accelera sempre di più, ma non si libera dalle briglie che la tengono appesa agli oggetti di scena.
Anche nei momenti in cui le parole occupano l’intero paesaggio della rappresentazione, queste sono costrette nella cornice delle icone (prima la stella, poi l’attaccapanni e infine l’Inno d’Italia) e rimangono inchiodate alla stessa rella per abiti che D’Arrigo trascina come Vera Croce.
Nascosti nel covo cerebrale che contiene la simbologia con cui D’Arrigo li colora, questi oggetti appaiono incogniti e difficili da decifrare per lo spettatore, che è investito dalla carica significativa delle parole pronunciate.

Luca D’Arrigo, con il sostegno dei Chille, si appresta a un tour nazionale, a Novara, Lecco, Messina con l’intenzione di giungere a una perfezione sintetica di forma e contenuto. Che l’A. Pace sia con voi è un testo che merita la distensione: il risuonare di voci di soggetti silenziati è abbastanza per prestarsi ad armamentario necessario per raggiungere la liberazione e la comprensione finale.
«Una risposta come sparo», in questo modo il protagonista descrive l’incontro con la ragazza per strada e questa la carica con cui le parole arrivano a noi. Parole che devono essere stese per gonfiarsi al vento in modo da attraversare il corpo vuoto di D’Arrigo come strumento musicale, rilassando le fibre muscolari dalla tensione della folata sparata nel bocchino.

 

CHE L’A. PACE SIA CON VOI

di e con Luca D’Arrigo
luci di Teresa Palminiello
suoni di Francesco Lascialfari
video e foto Cristina Giaquinta
Prima assoluta

6 marzo 2022
San Salvi Città Aperta
Via di San Salvi, 12  Firenze | Padiglione 16

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