RENZO FRANCABANDERA | Andrea Cerri è una figura peculiare nel panorama dello spettacolo dal vivo in Italia. Organizzatore teatrale, Project Manager e curatore classe 1985, con studi in scienze politiche a indirizzo socioeconomico, si trova ad essere, pur avendo concentrato la sua attività finora in una provincia certamente non centrale per le dinamiche artistiche nazionali come quella di La Spezia, ad essere con la Associazione Culturale gli Scarti e l’omonima compagnia, il direttore più giovane della stabilità italiana. Venerdì 3 giugno gli esiti del nuovo triennio Fus 2022/2024 del Ministero della Cultura hanno individuato Gli Scarti come Centro di Produzione, unica realtà della Liguria (e la prima volta in assoluto per il territorio della Spezia).
L’attività della compagnia, fondata quasi un decennio fa insieme ad Enrico Casale e un collettivo di artisti, tecnici e operatori, ha due sedi principali, che sono il Teatro degli Impavidi di Sarzana e il Dialma, a La Spezia.

Partiti come giovane compagnia del territorio (già ospite con le proprie produzioni nel 2010 nei più prestigiosi festival italiani) sono stati riconosciuti dal MiC nel giro di due trienni, prima come Impresa di produzione under 35 (nel 2015), poi come impresa di produzione d’innovazione (nel 2018) e ora, nel 2022, come nuovo Centro di Produzione Teatrale d’Innovazione. È il terzo teatro ligure dopo il Teatro Nazionale di Genova e il Teatro della Tosse   ad entrare a far parte degli enti della stabilità teatrale nazionale.

Un percorso senz’altro frutto di un grandissimo impegno sul territorio, oltre che di un percorso di studi brillante culminato per Cerri con il Dottorato di ricerca (PHD) in “Economic History” presso dipartimento di Storia e Sociologia della Modernità all’Università di Pisa dopo il Master di II Livello in “Management dell’innovazione e Ingegneria dei Servizi” alla Scuola Superiore Sant’Anna.


Lo abbiamo intervistato.

Andrea, una volta in un’intervista Albertazzi allora ultra ottantenne, mi disse che in fatto di arte il dato anagrafico non conta.
Forse con riferimento alla pratica, è vero, ma con riferimento al fatto gestionale, forse un po’ sì, in un sistema con una età media molto alta nelle figure manageriali. Ti senti eccezione?
Ora che Scarti è diventato Centro di Produzione sono il direttore più giovane della stabilità italiana. A 37 anni. Proprio ora che cominciavo a sentirmi vecchio. A parte gli scherzi, direi che questo dato la dice lunga sul ricambio generazionale nel nostro sistema teatrale (che riflette in generale le problematiche del sistema-paese).
Ancora oggi è difficile immaginare il Piccolo Teatro o altri grandi teatri pubblici affidati ad under 40. Ma ricordiamo tutti l’esempio di Tiago Rodriguez, nominato direttore di un Teatro Nazionale proprio a 37 anni.
Certo è che non sempre l’età anagrafica è garanzia di innovazione, soprattutto in campo artistico. Ma in un’epoca dove storia, linguaggi e medium corrono e cambiano a velocità forsennata, servono di continuo nuovi sguardi e punti di vista. Anche per entrare in connessione con quel “pubblico giovane” che tutti cercano, ma che purtroppo, a parte rari casi, in pochi riescono realmente a coinvolgere.  All’interno della prossima stagione Fuori Luogo (la dodicesima) ci sarà una rassegna affidata artisticamente ad operatori della generazione successiva alla nostra (under 30).
Servono generosità e “visione” da parte dei più adulti, ma anche assunzione di responsabilità da parte dei più giovani perché ci sia un sano ricambio generazionale.
La Spezia in questi anni grazie alla vostra tenacia e capacità di relazione è diventata un polo importante. Quando è che hai iniziato a credere in questo potenziale?
Nascere in provincia e radicarsi in un tale contesto territoriale ha i suoi lati positivi e quelli negativi. Tra questi ultimi c’è sicuramente la difficoltà ad acquisire credibilità e autorevolezza,  a coltivare rapporti e relazioni quotidiane, personali e professionali con operatori, funzionari di istituzioni, addetti ai lavori. L’idea di realizzare qualcosa di importante per il nostro territorio, di portare avanti un progetto che riguardasse un’intera comunità e proiettarlo a livello nazionale, è una delle motivazioni che ci spinge da sempre. Culmine di questo percorso è stato il decennale di Fuori Luogo (nell’estate del 2021) in cui abbiamo presentato il libro Dieci anni di Teatro Fuori Luogo e organizzato un convegno a Spezia per proporre un’articolata riflessione su tematiche che coinvolgono tutto il sistema nazionale. Abbiamo ricevuto tantissimi contributi da artisti, operatori, critici e spettatori. La stima, e in alcuni casi l’affetto e la riconoscenza che trasparivano in maniera cosi autentica ci hanno travolto e sorpreso, trasformando quell’evento in una festa.
Ci delinei, pur in uno scenario così complesso e incerto, quali secondo te dovrebbero essere le politiche strategiche per il rilancio del settore in Italia?
Credo che prima di tutto servirebbero politiche di sostegno alla domanda di teatro per il pubblico e per i più giovani. Andrebbero finanziati progetti e azioni che contribuiscano a rendere il teatro (ma anche la partecipazione alla vita culturale della propria comunità) un’abitudine necessaria, qualcosa di normale e accessibile a tutti. La ripartenza non può che avvenire dal sistema dell’istruzione e dalle giovani generazioni. Credo sia importante in quest’ottica investire sulla centralità del ruolo dello spettatore: non come consumatore di un prodotto ma come co-creatore dell’evento teatrale. Ma anche rendere meno marginale il teatro nel dibattito culturale pubblico, incentivando i canali di comunicazione a “parlarne”. A cominciare da quelli pubblici.
Il sistema del finanziamento pubblico italiano è invece sbilanciato sul sostegno alla produzione e dunque all’offerta di spettacoli (ed eventi).  Così si crea una sovrabbondanza che il mercato non riesce ad assorbire, né dal lato dei teatri/festival che programmano, né da parte del pubblico.
Questo sbilanciamento, unito alla preponderante centralità dei parametri quantitativi, crea dei meccanismi perversi che favoriscono burocratizzazione e ingessamento del sistema, attraverso pratiche diffuse e dannose come quelle degli scambi, o come il sostegno a produzioni sempre più orientate all’intrattenimento e ai linguaggi “televisivi”. Questi sono i veri ostacoli all’innovazione, alla ricerca, alla sperimentazione di nuovi linguaggi, alla crescita di nuove generazioni di artisti, e in sostanza alla creazione di un pubblico consapevole e disposto a mettersi in gioco.
Infine, me ne rendo conto, un’ovvietà: l’investimento in Cultura e in particolare la dotazione del FUS andrebbe quantomeno raddoppiata per risultare in linea con gli altri paesi europei. Credo che qualche passo in avanti negli ultimi tempi sia stato fatto ma non ancora sufficiente per parlare di rilancio del settore.
Secondo te il teatro è un linguaggio in crisi e meno importante nel suo rapporto con la società rispetto agli anni scorsi? Come si fa a coinvolgere pienamente i giovani, attratti sempre più da esperienze videoludiche e fruizioni seriali?
La società contemporanea va verso una sempre maggiore “mediazione” tecnologica del nostro rapporto col mondo. Tutto sembra dirci: “potete vivere e fare tutto comodamente da soli, seduti sul divano di casa col vostro device in mano” o addirittura che possiamo vivere una vita “altra” nel c.d. “metaverso”. E questo ci sta portando verso un esasperato individualismo, una più marcata disgregazione e frammentazione sociale, una maggior restrizione degli spazi pubblici.
Forse è solo una mia illusione – o speranza –  ma questo mi fa pensare che il teatro possa assumere un ruolo sempre più centrale, in quanto uno degli ultimi baluardi di socialità e condivisione, di rapporto “fisico”, di riflessione ed autorappresentazione.
Per questo non credo sia sano “competere” con le piattaforme d’intrattenimento. È preferibile concentrarsi sulla ricerca sui linguaggi e interrogarsi sulle evoluzioni tecnologiche che stanno determinando un cambiamento antropologico e delle relazioni umane.
E’ importante che artisti e operatori si concentrino su quelli che sono gli elementi costitutivi (il pubblico e gli artisti) e le specificità del rito teatrale, sulla loro unicità e irriproducibilità rispetto alle esperienze solipsistiche in video.
In un recente convegno sulla partecipazione svolto qui a Spezia parlando di progetti di comunità, Enrico Casale ha ben riassunto nel suo intervento quello che è il nostro approccio: vivere il teatro per vivere la vita vera.
ph Francesco Tassara
È possibile il mutualismo nell’arte? Durante il Covid alcune forme di aggregazione per la tutela dei diritti dei lavoratori hanno avuto un qualche sviluppo, ma in generale questo, a dispetto delle idee spesso sbandierate, resta un settore ammalato di egoismi e companilismi. Come li si supera?
Le crisi sono aggregative o disgregative?
Uno dei pochi aspetti positivi del periodo pandemico è stato aver costretto tutti noi a fermarci dalla rincorsa quotidiana ai numeri per riflettere più approfonditamente sulle problematiche del settore a livello di organizzazione/impresa, tutele dei lavoratori, sistema di finanziamento pubblico.
Questa esperienza, con una crisi cosi devastante e inaspettata, ha prodotto una nuova – seppur ancora molto frammentata e timida – coscienza di settore ed è risultata – almeno temporaneamente – “aggregativa”.
Sono nate molte organizzazioni di base, i sindacati tradizionali hanno iniziato ad occuparsi anche dei lavoratori dello spettacolo, sono state varate misure di “ristoro” e introdotti disegni di legge che tentano di introdurre elementi di tutela del lavoro in ambito culturale.
Tutto ciò dimostra che se il settore si muove unito nelle sue rivendicazioni (pur nelle differenze di ruoli) qualche piccolo risultato riesce ad ottenerlo.
Si è persa purtroppo l’occasione per un ripensamento globale e radicale del sistema dello spettacolo dal vivo (da più parti invocato) e del finanziamento pubblico, che avrebbe potuto produrre  nuove soluzioni e politiche innovative.
Ma quantomeno è rimasta impressa a tutti una lezione: nei momenti di crisi l’egoismo e il campanilismo non pagano e che le organizzazioni intermedie di mediazione con la politica, le associazioni di settore o i sindacati di lavoratori non sono poi cosi inutili come tanti pensavano.

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