RENZO FRANCABANDERA | Teatri di Vita si trova nel territorio di Bologna al confine con Borgo Panigale. È vicinissimo alla stazione di Bologna Borgo Panigale, in una struttura all’interno di un parco pubblico che, dopo lavori di riorganizzazione e ristrutturazione, negli anni è diventata polo di propagazione culturale, dedito in primis al linguaggio teatrale, ma in generale a forme di dialogo accogliente verso le esperienze e le rivelazioni sul tema dell’identità.
A questo si sono dedicati, nel tempo, tanto Andrea Adriatico, il regista residente in questa struttura creativa, quanto Stefano Casi, studioso e scrittore. La combinazione delle loro intellettualità, e di quelle dei tanti che a questo progetto, con l’andar degli anni, si sono dedicati, si è mossa in modo aperto e sperimentale, raccogliendo diversi riconoscimenti in Italia e all’estero, anche per la viva indagine sul tema del genere, sviluppata cercando dentro testualità e autoralità spesso poco conosciute, o aiutate a essere diffuse in modo ampio nel teatro italiano, sempre assai restio alla testualità contemporanea.

Anche la drammaturga inglese vivente Jo Clifford è fra queste. Con lei Andrea Adriatico torna a confrontarsi con i temi LGBTQ+ e con la fluidità di genere. Nel suo privato Clifford è padre ed è diventata anche nonna, dopo la transizione. Come scrittrice ha scritto oltre cento opere teatrali, ricevendo diversi riconoscimenti e suscitando anche scalpore e polemiche come è stato per The Gospel According to Jesus, Queen of Heaven, con cui nel 2009 andò lei stessa in scena interpretando, da trans, niente meno che la parte di Gesù Cristo. Ha una propria compagnia, la Queen Jesus Productions.
Il tema del rapporto con la religione è evidentemente un leitmotiv della questione poetica di Clifford, in particolare il condizionamento sociale che deriva da un impianto radicalmente maschilista insito nella pratica religiosa, cattolica in particolare. God’s New Frock (La nuova tonaca di Dio), titolo originale di evǝ, è stato scritto nel 2002 e presentato in Italia pochi anni più tardi nella forma del monologo da Alessandro Baldinotti al Teatro della Limonaia di Sesto Fiorentino (Firenze), in collaborazione con il Florence Queer Festival, nel 2007 all’interno di Intercity Festival.
Andrea Adriatico affronta questa regia, lavorando con Stefano Casi, che ha ritradotto il testo, a un adattamento che trasforma il monologo in una partitura a più voci, una polifonia di narrazioni identitarie, di storie di vita che si mescolano al testo di Clifford, fra autobiografismo e tentativo di incarnare nel vissuto soggettivo le vicende che la drammaturgia specifica, e che sono eminentemente legate alla questione del maschilismo nella religione fin dai sacri testi. È proprio la Genesi, la nascita di Eva dalla costola di Adamo, a diventare pretesto drammaturgico per indagare la terra di mezzo.
Come non di rado negli allestimenti di Adriatico, lo spettacolo e le scelte registiche si muovono in una dimensione profondamente architettonica, all’interno della quale la disposizione fisica degli attori e il movimento di scena diventano elemento cruciale della partitura e dell’interpretazione della drammaturgia, mantenendo un vivo effetto di persistenza nella memoria.
Adriatico, d’altronde, è architetto, e questa abilità di composizione e ricomposizione delle vicende umane negli spazi, oltre alla presenza specifica e ricca di elementi di design nel suo lavoro, è sempre una nota peculiare dei suoi allestimenti. In questo caso, con lui a scene e costumi hanno lavorato anche Andrea Barberini e Giovanni Santecchia. 

Gli interpreti appaiono al pubblico imprigionati dentro tubolari trasparenti che paiono di vetro, reclusi e apparentemente immobili in questa gabbia trasparente che ci permette di vederli e permette a loro di vedersi. E così, l’unico movimento che si possono permettere è quello di girarsi dentro il tubo di vetro per voltarsi nella direzione di chi di loro è in modalità narrativa (spesso autobiografica, come dicevamo). Questo accade per un’ampia porzione dello spettacolo, fino a quando una dinamica, se non coreografica senza dubbio di movimento disegnato e non spontaneo o improvvisato, viene posto in essere con un escamotage che permette agli interpreti (tutti molto generosi) di muoversi.
In una seduta dall’alto si apprezza come si dispongano via via a comporre una croce, a creare partizioni, distanze e avvicinamenti, mentre nessuna musica distrae dal racconto, se non la tutt’altro che casuale Take Me to Church di Hozier, che apre e chiude lo spettacolo. Un gruppo di singolari chierichetti in vitro, interpretati da Eva Robin’s, icona attorale della cultura trans in Italia che debuttò 30 anni fa a teatro proprio con Adriatico al Festival di Santarcangelo interpretando Cocteau, Rose Freeman, regista e performer della scena americana, Patrizia Bernardi e Saverio Peschechera, storiche colonne di Teatri di Vita, l’attore palestinese Anas Arqawi e il performer Met Decay.

Ad aprire la recita, in una forma che si rivolge agli spettatori in modo molto diretto e aperto, è Patrizia Bernardi, attrice e cofondatrice insieme a Adriatico di Teatri di Vita e della compagnia: riflessi. Di lì in avanti il tono è per un verso quello di una confessione laica collettiva, che affonda nel vissuto individuale, e per altro di una piccola invettiva contro i precetti religiosi fondati sulla discriminazione di genere, e che ancor più fortemente si rivolge a chi si sente nel mezzo.
Il testo e la forma recitata con i veloci cambi di voce, con l’intreccio delle vicende, si fa seguire con attenzione senza il bisogno di essere sostenuto da alcuna enfasi musicale. Pochissimi i cambi di luce, che resta quasi sempre omogenea e piena, con un piazzato che illumina in maniera armonica lo spazio agito, quasi a voler imporre una naturalezza dialogica fra attori e spettatori.
Alla destra del palcoscenico, l’unico elemento scenografico ulteriore, rispetto alle presenze degli attori nei tubi trasparenti, ed è un ulteriore tubo trasparente da cui fuoriesce una lunga stoffa dorata. Una sbrilluccicante stola che allude al venir fuori, prezioso e incontenibile, dai tubi-provetta in cui la società e la religione pretendono di isolare e rinchiudere chirurgicamente le esistenze, che invece rivelano una paradossale trasparenza proprio nel loro limpido rivelarsi.

La stagione di Teatri di Vita prosegue con una proposta assai interessante, fra teatro e danza, e cogliamo qui l’occasione per tornare indietro di un paio di settimane per una nota su un altro notevole spettacolo visto sempre in questo spazio a Bologna, ovvero Bubikopf – Tragedia comica per pupazzi, una co-creazione di Silvia Fancelli e Damiano A. Zigrino, con il grande maestro del teatro dei muppet Neville Tranter, altro grandissimo visionario dello spazio scenico e dell’utilizzo del burattino nella narrazione teatrale.

L’acconciatura bubikopf da cui lo spettacolo prende il nome è una pettinatura corta per donne e ragazze creata da Monsieur Antoine (ossia Antoni Cierplikowski, 1884-1976), un barbiere polacco che lavorava a Parigi, nel 1909, che divenne molto popolare in Europa negli anni ’20.
E la drammaturgia pare tornare indietro, raccontando, in un tempo non precisato, ma che rimanda alla prima metà del secolo scorso, la storia della talentuosa cantante Bubi, che dalla strada approda al palcoscenico, in una compagnia di cabaret.
È un poverissimo cabaret, ormai quasi sull’orlo del fallimento, che cerca di sopravvivere in un’epoca in cui un gruppo armato reazionario appare in rapida e violenta ascesa. Si odono colpi, raffiche di mitra, fin dall’inizio dello spettacolo.
L’atmosfera è insicura, la vicenda umana incerta, fatta di piccoli espedienti, furberie e rancori. Quando la povertà incalza, la miseria umana trova facile spazio per dar prova di sè, tanto quanto la grandezza della passione e dell’amore.
Tranter, maestro assoluto del teatro di figura mondiale, dirige con precisione e grande lucidità il duo Politheater, composto da Damiano Augusto Zigrino e Silvia Fancelli, che lavora a Città di Castello dal 2005 nell’ambito del teatro di figura, con pupazzi, marionette, muppet realizzati dal duo, che qui ha lavorato anche all’innesco drammaturgico con il maestro. È la prima volta che Tranter dirige interpreti italiani, e occorre dire che il lavoro, tanto sulla mimica che sulla maschera neutra con cui i due animano le figure di dimensione quasi umana, è davvero di estrema qualità.
Al centro del palcoscenico una struttura a forma di parallelepipedo apre i suoi battenti per diventare teatro, mentre chiusa ha il sapore di un disperato isolato di periferia (una bella creazione di Jimmy Davies e Luca Giovagnoli). Parte essenziale del gioco emotivo è il sound design di Giacomo Calli, all’interno del quale trovano spazio le belle musiche di Emanuele Frusi.

Il disegno luci, di Giacomo Polverino, è capace di restituire le giuste atmosfere per raccontare i personaggi, che sono tutti, come si diceva, bellissimi pupazzi realizzati da Politheater, arricchiti dal raffinato lavoro sui costumi di Manuela Capaccioni.
Un evidente gioco di squadra di altissima qualità, capace, come deve essere in questo genere di spettacoli, di far sparire gli attori, pur essendo sempre in presenza, esaltando la capacità di “dar vita”, senza prendere mai la scena.
Una narrazione tout public delicata e preziosa, che merita assolutamente di girare.

Evə

di Jo Clifford riflessǝ in Andrea Adriatico
regia di Andrea Adriatico
con Eva Robin’s, Patrizia Bernardi, Julie J e Anas Arqawi, Met Decay, Saverio Peschechera
traduzione di Stefano Casi
scene e costumi Andrea Barberini, Giovanni Santecchia
produzione Teatri di Vita
con il sostegno di Comune di Bologna, Regione Emilia-Romagna, Ministero della Cultura

 

BUBIKOPF

Tragedia comica per pupazzi

di Silvia Fancelli, Neville Tranter, Damiano A. Zigrino
regia di Neville Tranter
con Silvia Fancelli, Damiano A. Zigrino
scenografia Jimmy Davies, Luca Giovagnoli
sound design Giacomo Calli
musiche Emanuele Frusi
audio e luci Giacomo Polverino
costumi Manuela Capaccioni
pupazzi Politheater
produzione Politheater

 

 

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