RENZO FRANCABANDERA | Sono diversi anni ormai che AtelierSi, il collettivo artistico riunito attorno a Fiorenza Menni e Andrea Mochi Sismondi basato a Bologna nell’omonimo spazio, ha intrapreso, insieme a una serie di artisti che vengono di volta in volta associati ai progetti, un originale percorso di approfondimento e ricerca che si fonda su un dialogo con la memoria, con il tema del ritrovamento e della rielaborazione.
Abbiamo già raccontato di due lavori recenti, Soli del 2019 e La mappa del cuore di Lea Melandri del 2020, fra suggestioni pirandelliane da Pensaci, Giacomino! nel primo caso, e un omaggio agli anni Ottanta, attraverso la combinazione tra la rubrica delle lettere di Lea Melandri su una rivista per ragazze di quegli anni, Ragazza In appunto, e le canzoni dei Duran Duran, nel secondo.
Un duetto di spettacoli più chiaramente costruiti intorno a un generale sentimento quasi di nostalgia che ha caratterizzato, sempre nel 2019, la proposta per l’Asolo Film Festival di sonorizzare in modo performativo Non troverete nulla di me in questo film.
Quest’ultima creazione di Cosimo Terlizzi, sempre del 2019, unisce un film muto del 1916 di Febo Mari, Cenere, con Eleonora Duse, ad alcuni stralci di lettere dell’attrice alla figlia, interpretate da Fiorenza Menni. Lo spettacolo inaugurò l’Asolo Art Film Festival 2019 e lo scavo dentro questa corrispondenza di inizio Novecento si collega metodologicamente all’attività che Menni e Mochi Sismondi stavano compiendo, contemporaneamente, sulla corrispondenza della Melandri, e a seguire sulle lettere e le testimonianze autobiografiche della poetessa russa Marina Cvetaeva, di cui parleremo oltre.
Non troverete nulla è un progetto di sonorizzazione che aiuta, con la parola e la musica, a fa emergere la forza della grande diva, ma anche la fragilità e i dubbi del suo passaggio dal teatro al cinema, conferendo un nuovo e sorprendente senso a un film che fu invero accolto molto tiepidamente al tempo, e non ebbe successo. La performance è stata peraltro riproposta con successo lo scorso 11 novembre, presso gli spazi di Atelier Sì a Bologna in combinazione con la proiezione di un altro muto, At Land, film di Maya Deren con il commento sonoro eseguito live dal duo Bono/Burattini, di cui uscirà nel 2023 il primo album che raccoglie le sonorizzazioni di tre film della Deren. Un sound psichedelico e ambientale di pregiatissima fattura, che proietta l’ascoltatore verso un sonoro alto e rarefatto.

E arriviamo così a fine Novembre, con il debutto, allo Storchi di Modena (con repliche fino all’11 dicembre), dello spettacolo dedicato alla poetessa dissidente russa Marina Cvetaeva, intitolato Nell’impero delle misure.
La vita della Cvetaeva è indissolubilmente legata a quella della sua terra di origine e ai fatti che la stravolsero nella prima metà del Novecento. Nacque nel 1892 e morì 49 anni dopo, suicida per disperazione e miseria, dopo aver patito sulla propria pelle l’isolamento umano e materiale in seguito alla rivoluzione bolscevica. Visse, emigrando da sola non ancora maggiorenne, per oltre 14 anni in Francia e anche in Germania, sfuggendo alla rappresaglia dei rivoluzionari “rossi” che abbatterono il regime degli zar, essendosi la sua famiglia schierata con i rivoluzionari bianchi nel 1917. Anche all’estero la sua vicenda continuò ad essere legata a quella della madre patria, per via di un matrimonio, peraltro contratto da giovanissima, con una figura che si rivelò poi legata alle vicende politiche, Efron: da lui ebbe comunque tre figli, di cui una morta in orfanotrofio di stenti, dopo che lei dovette abbandonarvela per impossibilità di sostentamento. Le complicazioni si esacerbarono infatti quando Efron venne coinvolto nell’omicidio del figlio di Trockij e lei fece ritorno in Russia. L’apparato staliniano non perdonò, e nel 1939 due figlie furono arrestate e portate nei gulag, e Efron venne fucilato. Lei si uccise due anni dopo.

Certamente non erano anni facili, men che meno per una donna che pretese, per quasi tutto il tempo, di vivere delle sue poesie e poco più, fra stenti e privazioni indicibili, che la portarono alla depressione e al suicidio.
Come sia stato possibile, in tanta disperazione, che lei si sia aggrappata alla poesia resta difficile poterlo credere. Eppure era la sua passione più antica, alla quale si era dedicata fin dall’età di sei anni; fu conosciuta e riconosciuta dagli ambienti letterari del suo tempo, che ne sancirono la grandezza già da ragazza.
Marina aveva pur sempre avuto una educazione raffinatissima in famiglia, essendo nata da una talentuosa pianista e da un filologo e storico dell’arte, creatore e direttore del Museo Rumjancev, oggi Museo Puškin di belle arti, a Mosca.
«Ai miei versi scritti così presto, che nemmeno sapevo d’esser poeta, scaturiti come zampilli di fontana, come scintille dai razzi». così scriveva, alludendo alla sua prima e più potente passione; il suo primo libro, Album serale, pubblicato a sue spese nel 1910, poco più che maggiorenne, conteneva le poesie scritte tra i quindici e i diciassette anni e fu comunque notato e recensito da alcuni tra i più importanti poeti del tempo.
Di lei e della sua vita, delle sue molte identità, raccontano quindi in questo nuovo lavoro Fiorenza Menni e Andrea Mochi Sismondi, in scena con Angela Baraldi, Margherita Kay Budillon e Francesca Lico.
Il nucleo drammaturgico dello spettacolo scompone su più interpreti femminili la molteplicità di personalità che incarnano le diverse tensioni di Cvetaeva, con l’obiettivo e il desiderio di condividere con il pubblico progressivi avvicinamenti alla sua irriducibile essenza.

L’azione scenica, in questo allestimento che ha per molti aspetti una natura site specific per adattarsi al ridotto del teatro Storchi di Modena, beneficia dell’effetto interno/esterno dello spazio, posto al secondo piano dell’edificio e connotato da grandi vetrate a sommità arrotondata.
Il pubblico è disposto per il lungo in questo salone rettangolare di dieci metri circa per cinque, su alcune file di sedie allineate sul lato opposto rispetto ai grandi finestroni, a guardare verso fuori.
Sul terrazzo esterno, ad un certo punto, mentre il musicista e sound designer Vincenzo Scorza accoglie gli spettatori giocando su due accordi di chitarra agitati da una vibrazione elettronica, incomincia a cadere la neve. La regia legge bene, infatti, la possibilità dell’esterno notte e così fa incominciare l’azione sotto la neve con la giovane protagonista che, vestita alla russa, rientra in casa dal grande freddo.
Lei è Margherita Kay Boudillon, che interpreta con vigore di spirito e di corporeità la poetessa da giovane, con i suoi ardori adolescenziali, pre rivoluzionari. Il suo sembiante ricorda quasi il tratto delle donne di quella geografia. Incarna, come presto si capirà, una delle quattro declinazioni femminili del personaggio voluta dai registi. L’altra, quella della donna matura e prostrata dalla miseria, è affidata alla precisa potenza attorale della Menni.
Le altre due figure in cui è ripartita la figura della Cvetaeva, sono affidate alle intense interpretazioni, eminentemente di matrice sonora, di Francesca Lico e Angela Baraldi: hanno un portato più psichico e corrispondono nel caso della Lico (che insofferente e smaniosa di libertà è al pianoforte per quasi tutta la recita) al rapporto con la madre, e nel caso della Baraldi (cantante di una struggente maturità) alla relazione con i sentimenti, con l’amore.

In scena insieme a questo composito quadro di femminilità così diverse, c’è anche Andrea Mochi Sismondi, che con dedizione ha lavorato alla composizione testuale, ritagliandosi un ruolo opportunamente misurato e dunque giusto, di collante fra queste identità, attraverso parole di epistolari, riflessioni.
Di fatto il testo è composto da poesie della Cvetaeva ed è incredibile come da questo si riesca a risalire, senza inutili didascalie e sottotesti, all’esistenza tormentata della donna, alla sua psiche così viva ma anche beccheggiante fra momenti di esaltazione e abissi di oscurità.

In scena sono presenti quattro ideali postazioni, luoghi attorno i quali si addensa l’azione: un pianoforte all’estrema sinistra, una pedana in legno al centro leggermente spostata a sinistra, una postazione coperta all’ingresso del pubblico in sala e dietro cui è nascosto uno schermo che servirà per proiettare l’evidenza della misurazione del battito cardiaco dei protagonisti, e infine sulla destra una scrivania illuminata da una candela con degli oggetti in legno. Quest’ultima postazione verrà abitata esclusivamente da Fiorenza Menni.
Dall’ingresso in scena della poetessa da giovane sotto la nevicata, con una serie di sequenze montate una dietro l’altra, si dipana una drammaturgia composta in principale luogo dalle parole poetiche, delicatamente cementate da spezzoni di lettere e corrispondenze verso questo o quel poeta, scrittore, parente.
In tal modo, senza che venga mai esplicitata una linea temporale, anzi giocando volutamente a mischiare i piani fuori dalla diacronia, si ricostruisce con intelligenza la biografia della protagonista che passa, in modo manifesto, per la misurazione del battito, quasi ad alludere a un rapporto simbiotico con l’arte e la scrittura come fatto di cuore, di spirito.
Null’altro può condurre a una vita di così enorme abbandono alla passione  se non proprio a una dimensione ascetica di relazione con l’arte.

Lo spettacolo si costruisce intorno al felice intreccio di queste quattro identità, senza che mai nessuna sovrasti le altre per intensità, anzi per tutta la creazione si cercano e si confondono, fluiscono l’una nell’altra, sembrano dialogare fra loro, passarsi la mano, come a voler far coesistere più demoni in unica personalità.
Le interpretazioni sono tutte meritevoli e profonde, aiutate da un’attenzione al gesto e al movimento di particolare accuratezza. La costruzione musicale elettronica di Scorza permette alla creazione di assumere una rotondità specifica molto interessante, dialogando anche con i brani del repertorio pianistico novecentesco scelti per lo spettacolo ed eseguiti con appassionata veemenza da Francesca Lico. Così come pure è pregevolissima la parte canora affidata alla Baraldi, che chiude lo spettacolo con un suo brano, uno dei suoi esordi, e che anni addietro la Menni aveva sognato di poter avere in un suo spettacolo. Un sogno realizzato intorno a questo fatto poetico, dunque.

ph Margherita Caprilli

Risulta, come esito di tutto ciò, un’operazione non solo di particolare raffinatezza, ma anche capace di lasciare allo spettatore una grandissima curiosità per il personaggio, un sentimento di appartenenza a quelle parole con le quali viene esaltato il grande istinto alla libertà, all’abbandono verso le forze superiori a cui l’intelligenza dell’essere umano deve rivolgersi nella ricerca di sé. Una meravigliosa lezione non solo per chi fa arte ma per chiunque, per le persone di tutti i giorni, per tutti coloro che hanno bisogno di cominciare a sentir risvegliare in sé l’istinto profondo di cercare l’animale selvaggio che reclama di potersi esprimere.
Lo spettacolo, misurato e profondo, ben recitato, è stato asciugato fino alla misura e alla durata giusta per essere una freccia affilata nell’intelligenza e nel sensibile dello spettatore, che esce incuriosito ed emozionato, anche perchè non viene ingozzato di banale biografismo narrativo di piccolo cabotaggio. Si respira un’intima compiutezza, formale e concettuale.
Appena finito quasi lo si rivedrebbe. Cosa che, almeno personalmente, capita di poter dire assai di rado.

NON TROVERETE NULLA DI ME IN QUESTO FILM

ideazione e regia Cosimo Terlizzi
voce Fiorenza Menni
musiche originali e sonorizzazione dal vivo Luca Maria Baldini

NELL’IMPERO DELLE MISURE

di e con Fiorenza Menni e Andrea Mochi Sismondi
e con Angela Baraldi, Margherita Kay Budillon e Francesca Lico
elaborazione ed esecuzione musicale Angela Baraldi (voce), Francesca Lico (pianoforte), Fiorenza Menni (progetto sonoro) e Vincenzo Scorza (elettronica)
grazie per la cura a Eugenia Delbue
consulenza letteraria Sara De Simone
realizzazione abiti les libellules Studio, ILSARTO di Dario Landini
comunicazione e progettualità Tihana Maravic
promozione e distribuzione Antonella Babbone
amministrazione Greta Fuzzi
direzione tecnica Giovanni Brunetto e Vincenzo Scorza
produzione Ateliersi, Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale
in collaborazione con SoFraPa – Emergency Training Specialist
con il sostegno di Ministero della Cultura, Regione Emilia-Romagna e Comune di Bologna
Le parole di Marina Cvetaeva sono tratte da: Dopo la Russia (Mondadori), Il paese dell’Anima, Deserti Luoghi e Il poeta e il tempo (Adelphi) nella traduzione di Serena Vitale; dai Taccuini 1919-21 (Voland) nella traduzione di Pina Napolitano; da Una serata non terrestre (Passigli) nella traduzione di Marilena Rea e da Indizi terrestri (Guanda) nella traduzione di Luciana Montagnani

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