RENZO FRANCABANDERA | L’attrice britannica Natasha Parry, figlia del regista Gordon Parry, è morta nel 2015 a 84 anni, durante una vacanza a La Baule, sulla costa atlantica francese, dove si trovava con il marito, il regista teatrale Peter Brook, anch’egli da poco scomparso, con cui era sposata dal 1951. Lui l’ha più volte diretta, sia a teatro che al cinema e insieme hanno avuto due figli, Simon e Irina.
La si ricorderà certamente a teatro nel Re Lear del 1953 (adattato per la tv USA, dove compariva accanto a Orson Welles), o ne Il giardino dei ciliegi con Michel Piccoli nel 1981, in Cin cin con Marcello Mastroianni (1984) ma oltre che con suo marito, aveva lavorato anche con altri registi, come Voutsinas, Béjart, Donnellan e al cinema il pubblico italiano la ricorda in Romeo e Giulietta di Franco Zeffirelli (1968).
Nata in una famiglia così, Irina Brook ha vissuto il profumo del fascino internazionale dell’arte, e ha potuto anche vivere il privato di queste esistenze che hanno segnato il linguaggio dell’arte dal vivo a cavallo fra i due secoli, oltre che sperimentarlo a sua volta, diventando regista teatrale, produttrice e attrice, nominata Chevalier des Arts et des Lettres nel 2002 dal Ministero della Cultura francese e nel 2017 Officier de l’ordre des Arts et Lettres e insignita della Legion d’Onore.
Ha un amore particolare per Venezia dove sono stati diversi i suoi passaggi artistici, fino all’ultimo di pochi giorni fa, con la performance House of Us ospitata alla Casa dei Tre Oci, luogo da cui si gode uno dei panorami più incredibili della città lagunare, da cui in un unico sguardo si abbraccia la Punta della Dogana e San Marco.

House of Us – part 1 – the Mother “, è un progetto performativo ideato dalla Brook e prodotto dal Teatro Stabile del Veneto. Rientra nella rassegna Asteroide Amor, nata dal progetto della Fondazione di Venezia Giovani a Teatro 2.0, a cura di Università Ca’ Foscari Venezia (Teatro Ca’ Foscari a Santa Marta), Università Iuav di Venezia e Teatro Stabile del Veneto – Teatro Nazionale.
La performance si è svolta tutti i giorni da martedì 29 novembre a domenica 11 dicembre ad entrata continuata con 4 turni cadenzati alle ore 17, 18, 19 e 20.
Accogliendo il pubblico prima di accedere agli spazi della dimora storica, Irina Brook anticipa, in una breve conversazione introduttiva in inglese con gli spettatori, i temi e gli incontri che si avranno durante questo piccolo percorso installativo-performativo che occupa i due piani della casa.
Il piano terra in questo allestimento è una sorta di mausoleo della memoria, che accoglie il pubblico e lo porta al momento cristallizzato della separazione.
Irina racconta prima dell’inizio della performance di come sua madre sia morta quando aveva preparato le valigie per un ulteriore futuro viaggio: scomporre quelle valigie ha significato per la figlia in buona parte fare i conti con la personalità e l’assenza della genitrice, donna attratta dalla sensibilità orientale, dalle altre culture, dalle notizie.
La pianta architettonica della Casa dei Tre Oci si compone sia al piano inferiore che al piano superiore  di un grande ambiente centrale su cui si aprono alcune piccole stanze laterali. Enormi finestroni regalano la vista sulla punta della dogana e sullo sfondo sul campanile di San Marco.
Basta già solo questo a fare poesia.

ph Renzo Francabandera

Gli spettatori sono liberi di circolare liberamente al piano di sotto, di fotografare, quasi a frugare dentro un’esistenza di cui accolgono rivelazioni tramite libri, piccoli video, materiale fotografico ordinato per essere proposto alla narrazione. Vestiti appesi e un letto sospeso da terra con dei libri poggiati.
Nelle stanze laterali, altre narrazioni, illuminate con attenzione e cura. Sugli schermi appesi alle pareti e nelle stanze, oltre a installazioni di abiti, foto, libri, case di bambole, vanno in dissolvenza immagini e in una stanza anche quello che ci pare un frammento del mitico Giardino dei ciliegi diretto da Brook padre nel 1981, alle Bouffes du nord, dove Natasha Parry, come detto, recitava con Michel Piccoli.
Come apprenderemo al piano superiore, che è il piano delle narrazioni, la donna collezionava notizie di giornali: ne teneva in casa tantissimi, spesso anche vecchi, e tornava a leggerli e ritagliare articoli con precisione puntigliosa, conservando in diversi archivi centinaia di ritagli di notizie.
Ad un certo punto il gruppo di giovani performer coinvolti dal Teatro stabile del Veneto nel progetto e al servizio della regista (Antonio Giuseppe Bia, Daniele Boccardi, Lisa Boni, Giada Capecchi, Stella Capelli, Francesco Lunardi, Susanna Re, Ottavia Sanfilippo, Chiara Trevisi, Sara Verteramo), guida gli spettatori al piano superiore, dove il tema delle installazioni diventa più simbolico, quasi oscuro e legato a memorie che evocano i riti, il teatro. Qui entra in scena la figura dell’attore maturo, impersonato dalla figura diafana e vestita di nero, avvolta da un cappotto lungo e con indosso degli anfibi neri, Geoffrey Carey, a sua volta figlio d’arte di un grande attore dei film western, Phil. Del rapporto conflittuale, finanche di rifiuto, da parte del padre, ci racconta in una stanza dove è seduto in solitudine, in un monologo breve in cui rivela tutto il suo fragile, la sua complicatissima adolescenza da “brutto”, il dover essere venuto via dall’America in Europa per poter fare l’attore, allontanato volontariamente da suo padre. Nel frattempo gli spettatori girano nelle altre stanze, curiosano liberamente. Ognuno può scegliere se e cosa vedere e dove, tranne in alcuni momenti precisi di riunione della visione unitaria.

House of us – ph Renzo Francabandera

Qui, al piano superiore, ci sono proprio le cose di casa: l’archivio dei giornali di lei con l’attore maturo raccontare la storia direi che in modo ossessivo ritaglia e conserva gli articoli e poi li dispensa a Tizio o Caio a seconda del bisogno, c’è la loro cucina, con la lavatrice che va.
Irina Brook l’ha fatta portare qui dall’Inghilterra in modo che ci fosse una ricostruzione fedelissima dell’ambiente familiare, e in quell’ambiente gli spettatori partecipano al rito del tè, prima di mettersi intorno al pianoforte a sentire recitare l’amatissimo Cechov. Viene messo in scena un melange, derivato dall’unione dei grandi testi da Zio Vania a Il gabbiano fino a Tre sorelle, intrecciando recitazione, coro, canto. Qui amabilmente nascosto ma nitidamente presente, c’è il racconto anche del disagio dell’essere figlia di…


La regista affida allo scambio fra due giovani attori il racconto dei suoi pensieri di lei bambina. La riusciamo a vedere chiaramente che già piccola capisce dell’opportunismo di tante persone che le rivolgono attenzioni solo perché lei è figlia di…
Questo connota e segna la sua infanzia, lo si comprende, e obbliga una psiche sensibile come quella della donna a dover fare da subito i conti con le proprie abilità, i propri talenti, quello che davvero si sa e si vuole fare. A volte l’arte, quando è pesante eredità, può essere anche una atroce condanna, per certi versi, e qui ce ne viene offerta una intelleggibile lettura.
Veniamo ricondotti al piano di sotto, quello che era tutto pieno di libri, valigie, ricordi, fotografie. Ma ora non c’è più niente. La casa è vuota, svuotata di tutti i ricordi, di tutte le memorie. Al centro del pavimento una spirale di candele all’interno della quale, con passo lentissimo e fino ad arrivare all’inesorabile centro, senza più sbocchi, passo dopo passo  camminerà l’attore anziano.
Sarà lui ad incarnare la vita che passa, mentre in un altro lato del salone viene allestito un rito di lascito di memorie in nome di qualcuno che non c’è più, il rito collettivo denominato Toro-nagashi, la cerimonia giapponese delle lanterne poggiate sull’acqua, piccole barchette di legno con sopra dei lumini, che gli spettatori abbandonano con i loro pensieri su un piccolo specchio d’acqua domestico.

Lo spettacolo finisce in clima natalizio, con il gruppo di attori che cantano a cappella Carol of the Bells, mentre gli spettatori, dopo aver recuperato i propri cappotti, passano attraverso il corridoio umano creato dai performer davanti alla porta d’uscita sulla strada, a ridosso della banchina della fermata Le Zitelle del vaporetto.
Ci si ferma ad applaudire, per i pochi istanti che servono a raccontarsi con sguardi più intensi, il piacere di essere stati insieme.
La performance è ben pensata. È stata replicata per quattro ore, ogni ora dalle h 17, ovvero dall’imbrunire, fino all’ultima replica delle 20 ma quasi sempre è durata un po’ di più.
Il motivo c’è, ed è il fatto che effettivamente alcuni passaggi anche emotivamente hanno bisogno di un tempo giusto per potersi dare. Per tutte le cose che sono raccontate nella casa, per il bisogno dei partecipanti stessi di entrare nella performance, un’ora è davvero un tempo che fugge fra le mani.

House of us – ph Renzo Francabandera

Si vorrebbe avere più tempo da trascorrere dentro, si vorrebbe avere più spazio per meditare sui grandi abbandoni, sulle grandi domande dell’esistere  su quel saluto sull’uscio.
Ma forse anche la velocità ci dice qualcosa. Non sempre siamo padroni del tempo in cui realizzare quello che vorremmo. Anzi a volte per voler guardare tutto si finisce per non concentrarsi su niente e quindi in fondo l’allestimento mette di fronte ad un trade off che è la stessa cosa che  quotidianamente ci mette sotto gli occhi la vita: occorre scegliere.
Nella vita non c’è spazio per tutto… Non c’è spazio per tutti.
E spesso manchiamo di poggiare lo sguardo su quello che è importante veramente.

HOUSE OF US

Ideazione e regia Irina Brook
collaborazione artistica Angelo Nonelli
allestimento a cura di Alex Weller
con la partecipazione di Geoffrey Carey
e con i neo diplomati dell’Accademia Teatrale “Carlo Goldoni” Antonio Giuseppe Bia, Daniele Boccardi, Lisa Boni, Giada Capecchi, Stella Capelli, Francesco Lunardi, Susanna Re, Ottavia Sanfilippo, Chiara Trevisi, Sara Verteramo
assistente alla regia Michele Tonicello
ambiente sonoro Daniele Boccardi
realizzazione scene AWAV Ltd
direttrice di scena Chiara Tarabotti
macchinista Lorenzo Franco
sarta Sonia Marianni
produzione TSV – Teatro Nazionale
in collaborazione con Dream New World, Marsilio Arte e con la Scuola di scenografia, scenotecnica e costume dell’Accademia di Belle Arti di Venezia
partner di progetto Teatro Biondo Palermo, SPAC (Shizuoka Performing Arts Centre)

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