RENZO FRANCABANDERA | Sono arrivato a Umbria Danza Festival 2025 nel secondo weekend di programmazione. Ci sono andato convinto dalla direttrice artistica Valentina Romito a unirmi a loro in questa quarta edizione del festival, che per ricchezza della programmazione e novità delle figure artistiche coinvolte ha trasformato Perugia in uno spazio pulsante dove architettura e danza hanno dialogato in un continuo scambio di energie per due settimane.
Questa edizione, dispiegata a giugno in 16 giorni, ha fatto della città un vero e proprio corpo danzante, con 32 repliche che hanno coinvolto 24 compagnie – tra cui 4 straniere e 4 autonome – in 6 luoghi simbolo, dal Complesso di Sant’Anna (spazio riqualificato grazie ai fondi PNRR) all’Orto Medievale. Un festival che non si è limitato a portare la danza in spazi non convenzionali, ma ha reso i luoghi stessi co-autori delle performance, in un dialogo continuo tra storia e contemporaneità. Il Festival riprenderà poi a ottobre per la sezione kids.

La poetica del corpo si è rivelata in tutta la sua potenza già al nostro arrivo, il 27 giugno, con Breathing Room di Salvo Lombardo, dove la straordinaria Elena Giannotti ha trasformato il respiro in una partitura politica, amplificando quel gesto involontario fino a farlo diventare atto di resistenza nella Sala Sant’Anna.
La creazione nasce dall’idea del coreografo di chiedere ad alcuni amici e conoscenti una riflessione sul respiro in forma epistolare. Da queste lettere sono nati alcuni file audio che in sequenza vengono proposti, su una base musicale tenue e in crescendo; su questa base sonora musical/testuale la performer, che cambia ogni volta e che non conosce la struttura musicale proposta, inizia un’azione improvvisata dentro una geografia che viene movimentata dalla presenza degli spettatori stessi, che non sono seduti sulle poltrone di una platea, ma su alcuni cuscini, per terra.
L’intenso crescendo emotivo sia dei testi che dei gesti induce gli spettatori in una dimensione di riflessione, che nessuno, alla fine, quando cala il buio, si sente di interrompere con l’applauso che, infatti, tarda ad arrivare, quasi a voler mantenere la sacralità del momento. Nel nostro caso, l’ha interrotta Lombardo stesso, che ha voluto leggere un appello sulla drammatica situazione dei festival multidisciplinari, stangati dalla commissione ministeriale proprio il 27 con una serie di punteggi che, insieme agli analoghi esiti delle commissioni danza e teatro, sconvolgeranno probabilmente la geografia dell’Italia dell’arte dal vivo.

Elena Giannotti nello spettacolo di Salvo Lombardo Breathing room – @simonerossiphoto

Nello stesso giorno, il Chiostro si è animato con A Human Song di Chiara Frigo, progetto partecipato che ha unito professionisti e abitanti in un coro di corpi, dimostrando come la danza possa essere collante sociale.
Con la consulenza drammaturgica di Riccardo de Torrebruna e la consulenza artistica di Maru Rivas e Giovanna Garzotto, lo storico esercizio della schiera, nell’andirivieni di questa popolazione così ibrida, sia per l’anagrafe che per le differenze fisiche, si anima progressivamente di intenzioni emotive e di descrizioni di forme sociali ora disgregate ora ritrovate.
Il finale, che chiama gli spettatori a unirsi a questa umanità in viaggio, senza meta, ma con un bisogno importante di sostegno gli uni degli altri, ci appare metafora di questi giorni complicati.

I protagonisti di A human song di Chiara Frigo @simonerossiphoto

La notte è poi esplosa con bpm – bodies per minute di Sara Maurizi e Tommaso Petrolo, dove il confine tra performance e festa si è dissolto in un vortice di musica e movimento, ribadendo l’idea di un festival che non separa arte e vita.

La sveglia alle 8 di mattina di sabato 28 giugno ci proietta all’Orto Medievale, un bellissimo hortus conclusus gestito dall’Università di Perugia, dove si sono svolti alcuni spettacoli mattutini della rassegna. Assistiamo qui a Lamponi di Silvia Dezulian, coreografia in cui tre donne, che sembrano uscite da un quadro di Botticelli, trasformano pian piano la loro natura giocosa in figure grottesche e feroci, che si accaniscono intorno a un piatto di frutti rossi, che mangiano avidamente.
La creazione ha scomposto gli stereotipi di genere attraverso tre donne sospese tra grottesco e poetico. È ben pensata e, se di poco asciugata da alcune insistenze, ha i crismi della pregevole creazione adatta sia a spazi aperti, come i chiostri, che a sedi museali, o gallerie.
Ci sono piaciute anche le altre due performer in azione con la Dezulian, Francesca Bertolini e Gloria Trolla, capaci di alternare la postura del gesto classico all’improvvisazione espressionista.

Dezulian – Lamponi @simonerossiphoto

La serata ha toccato vette altissime con il doppio omaggio a Maguy Marin: la pioniera della danza contemporanea francese e figura seminale del teatro-danza europeo, qui presente anche grazie alla MM Contemporary Dance Company diretta da Michele Merola, il coreografo italiano che a distanza di diversi decenni dal debutto, ha avuto licenza di riallestire due storiche creazioni, Duo d’Eden (1986) e Grosse Fugue, spettacoli rimontati e reinterpretati dai danzatori di Merola, a cui la Marin ha dato la responsabilità di poterli rimettere in scena, grazie al supporto di alcuni suoi originari  danzatori (nel caso del duetto Cathy Polo e Ennio Sammarco).
Il primo pezzo è stato presentato il 28 giugno nel Chiostro di Sant’Anna, trasformando lo spazio rinascimentale in un giardino dell’Eden contemporaneo, carico di tensioni e contraddizioni. I due interpreti, Lorenzo Fiorito e Fabiana Lonardo, hanno dato vita a un dialogo fisico ipnotico, avvolti in tute color carne che esaltavano la loro nudità simbolica.
La coreografia, che avevamo già visto nella edizione post-Covid di Bolzano Danza, è accompagnata da una colonna sonora minimalista della stessa Marin, ed esplora l’intreccio perpetuo tra eros e conflitto: lei, con una parrucca dai capelli lunghissimi, si arrampica, scivola e si riavvolge sul corpo di lui in una sequenza di attacchi, difese e riconciliazioni. Un Adamo ed Eva postmoderni, lontani dall’idillio biblico, immersi in un rapporto che oscilla tra fusione e opposizione, dove ogni abbraccio può trasformarsi in lotta, e ogni sostegno in dominio.

Duo d’Eden. Foto di Riccardo Panozzo

La performance, della durata di 20 minuti, è stata seguita da un dialogo tra la critica Raffaella Tramontano e Michele Merola, che ha sottolineato come il lavoro di Marin «resista al tempo perché scava nell’umano senza retorica».
La notevolissima Lonardo, insieme ad altre tre straordinarie danzatrici (Matilde Gherardi, Giorgia Raffetto, Alice Ruspaggiari), è stata poi protagonista di Grosse Fugue, altra grande coreografia sempre di Marin, rimontata da Dorothée Delabie: le quattro danzatrici traducono in movimento la complessità della Die Grosse Fuge di Beethoven, creando un contrappunto visivo alla partitura musicale, che la coreografa ha immaginato come un incastro complicatissimo di gesti che seguono pedissequamente la musica per poi distanziarcisi in un andirivieni fra caos e ordine.
Un’esplosione di energia femminile che ha mostrato l’altra faccia dell’Eden: non più la coppia, ma la comunità, non più l’intimità, ma la forza corale. Respiriamo con la comunità presente (ci sono per fortuna anche le autorità del territorio a testimoniare presenza e vicinanza al mondo dello spettacolo) l’attualità di una coreografa che, dagli anni ’80 a oggi, continua a interrogare il corpo come territorio di verità scomode, in un’epoca che fatica a decifrare le relazioni umane.

Doppio il contributo al Festival di Nicola Galli, che ha presentato negli ultimi due giorni due creazioni che incarnano la sua ricerca tra corpo, suono e paesaggio, trasformando alcuni spazi storici di Perugia in territori coreografici vibranti.
Iniziamo il 28 giugno con Il mondo altrove, presentato alla Galleria Nazionale dell’Umbria. Si tratta di una coreografia storica del performer, un rituale danzato che attinge alle tradizioni sciamaniche sudamericane e al teatro Nō giapponese, con una particolare attenzione alle composizioni di Giacinto Scelsi e al suo concetto di suono sferico.

Nicola Galli alla Galleria Nazionale Umbra @simonerossiphoto

Galli, in solitaria, abita la sala iniziale del percorso espositivo del museo con movimenti segmentati e archeologici, indossando una bellissima maschera da lui stesso creata, e trasformando questo grande spazio in un campo di risonanza tra visibile e invisibile, dove ogni gesto diventa interfaccia tra mondi. La performance sfida la frontalità tradizionale della danza, posizionando il corpo come strumento di attraversamento dello spazio artistico, con momenti di fluidità alternati a scatti improvvisi che richiamano la codificazione del teatro orientale e che utilizza come unico oggetto scenico una serie di pietre salendo scomodamente sulle quali il danzatore, muovendosi all’indietro, sparirà. Una creazione di rara intensità.
Come pure intenso e coinvolgente, il giorno successivo, sempre al mattino nell’Orto Medievale, è stato Cosmorama, un’altra performance per grandi spazi che fa dell’azione nel paesaggio il vero protagonista. Insieme al danzatore Rafael Candela, Galli guida il pubblico in un’ascensione simbolica attraverso il giardino storico, trasformando ogni elemento naturale in parte integrante della composizione coreografica. I due performer sono vestiti in modo assai elegante, con abiti e stivaletti color crema, stirati di tutto punto, e si muovono come fauni chic fra gli alberi, portando il nostro sguardo dentro un sistema di ragionamento sull’ambiente circostante, con lo sguardo guidato da bacchette magiche di metallo dorato.
Pian piano le bacchette si uniranno per formare un’unica asta lunghissima che, nel finale dell’azione performativa, viene issata dagli spettatori stessi chiamati a entrare a far parte del rito che da fruitivo diventa azione collettiva. L’opera si sviluppa, quindi, come un laboratorio di percezione, dove i confini tra performer e spettatori si dissolvono progressivamente in una lenta processione che evoca tanto i rituali agrari tradizionali, quanto le pratiche contemporanee di consapevolezza corporea, che lo spettatore apprezza.
I due lavori, apparentemente distanti, rivelano in realtà i cardini della poetica di Galli: da un lato l’indagine sulla memoria culturale attraverso il suono e la maschera ne Il mondo altrove, dall’altro la relazione simbiotica con l’ambiente naturale in Cosmorama. Entrambe le performance dimostrano come per Galli il corpo sia una superficie di stratificazione, capace di attivare connessioni profonde con lo spazio che lo circonda.
La preparazione, che spesso avviene durante lunghe residenze in luoghi specifici, testimonia per un verso la capacità di costruire un approccio site-specific che fa della danza un atto di archeologia sensibile, per un altro verso la grande capacità delle creazioni di Galli di farsi segno astratto, capaci di trasportarsi e di indagare l’altrove. Due atti diversi, ma notevoli.

Di diverso segno, ma ugualmente duplice la presenza al festival di Gianni Notarnicola, ex danzatore della Batsheva Dance Company e vincitore del premio per la coreografia al 28° International Solo-Dance-Theatre Festival di Stoccarda, che ha portato all’UDF 2025 due lavori distinti, ma complementari: KAMA e G.O.A.T.S. (going on a trip, sis). Entrambi esplorano il corpo e la relazione umana come territorio di fragilità e resistenza, riflettendo la sua formazione nel metodo Gaga e la collaborazione con artisti come Ohad Naharin e Billy Barry.

Gianni Notarnicola – G.O.A.T.S (going on a trip, sis) @simonerossiphoto

Partiamo con G.O.A.T.S. presentato il 29 giugno alla Sala Sant’Anna, un ironico e fulminante duetto creato con Billy Barry, che approfondisce il tema della caduta – fisica ed emotiva – all’interno di un’amicizia.
Ispirato a una storia vera, il lavoro mostra i due performer impegnati in un viaggio che da viaggio reale diventa scandaglio emotivo sulle ragioni delle vicinanze e delle lontananze. In un continuo vogueing in cui si continuano a cambiare d’abito e a porre in essere gesti e azioni ora buffe, ora disperate, i due inciampano sia fisicamente che emotivamente l’uno nell’altro, alternando momenti di sostegno reciproco a distacchi improvvisi. La fisicità acrobatica, ereditata dall’esperienza nella Batsheva, si fonde con una narrazione intima, trasformando il palco in un diario coreografico di ferite e riparazioni. Molto riuscito.
Stessa cifra fra l’ironico e il malinconico, ma questa volta in solo, ha KAMA, nato dallo spunto di un malinteso linguistico (la parola ebraica per “come”) e che indaga la doppia natura dell’identità.
Notarnicola interpreta un personaggio diviso tra un’esteriorità seducente e un’interiorità sofferente, giocando con stereotipi gestuali e modi di atteggiarsi. La performance, accompagnata da un design luminoso essenziale di Rotem Elroy, trasforma il palco in un campo di tensioni tra esposizione e isolamento, dove ogni movimento rivela la vulnerabilità celata dietro le maschere sociali, che vengono poi ribaltate sul pubblico, chiamato, come in un happening, a fare da sparring partner per la esuberante personalità del personaggio interpretato dal danzatore.
Notarnicola, con la sua ricerca sul movimento che unisce precisione tecnica e crudezza emotiva, ha portato a Perugia un segno che interroga le convenzioni, dove la vulnerabilità diventa potenza performativa.

Elisa Sbaragli – Se domani @simonerossiphoto

Buono e convincente l’esordio di Se domani, una creazione di Elisa Sbaragli, che vede impegnati come performer Lorenzo De Simone e Alice Raffaelli.
Si tratta di un’indagine sul corpo come territorio di crisi e possibilità, trasformando la scena in un limbo dove i due corpi vicini, ma che a lungo non si guardano, essendo posti di fronte al pubblico, negoziano costantemente il confine tra isolamento e relazione. La coreografia, nata in alcuni laboratori proprio qui a Perugia presso Dance Gallery è sostenuta da Tir Danza ed era stata selezionata per la NID Platform 2024.
Come si posiziona l’individuo di fronte alle crisi globali, esistenziali e ambientali che caratterizzano il nostro tempo? Sbaragli risemantizza la nozione stessa di “crisi”, restituendole il suo significato originario di scelta, di soglia che obbliga a ripensare la relazione con l’Altro e con il mondo, in un finale che vedrà i due abbracciati, in un atto di umana e reciproca pietas. I due sono vicini, in uno spazio liminale dove disegnano traiettorie che si avvicinano, si respingono e talvolta si sfiorano, in un dialogo perpetuo tra attrazione e fuga.
La drammaturgia di Eliana Rotella e il sound design di Edoardo Sansonne amplificano questa tensione: il ritmo sonoro, inizialmente meccanico e frammentato, si trasforma progressivamente in canto, e i costumi di Chiara Corradini, oscillano tra una “bulimia dell’immagine” – citazione evidente del culto contemporaneo dell’individualismo – e momenti di disarmante nudità emotiva, come quando i due danzatori si toccano per la prima volta, rompendo la barriera di protezioni gestuali costruite fino a quel momento.
Un’opera prima di qualità per la Sbaragli, la cui formazione spazia dalla danza contemporanea (con Sosta Palmizi) agli studi in Scienze Politiche, da cui forse proviene la combinazione fra l’ossessione per la precisione tecnica e un’attenzione quasi antropologica per gli spazi ibridi. In Se domani questo si traduce in una coreografia che evita facili lirismi, preferendo un linguaggio fisico asciutto, dove ogni gesto è insieme azione e interrogativo. Un invito, come suggerisce il titolo, a immaginare un “dopo” che non sia semplice sopravvivenza, ma rinascita attraverso la relazione.

Concludiamo il nostro racconto di due eventi di domenica 29 giugno, My Body is Your Body_outdoor di Tim Behren e Stuporosa di Francesco Marilungo, Premio Ubu 2024 come miglior spettacolo di danza. Presentati entrambi nell’ultimo giorno dell’Umbria Danza Festival 2025, rappresentano due polarità complementari della danza contemporanea: la prima, un’indagine socio-politica sull’identità fisica, agita attraverso la pratica acrobatica; la seconda, un’immersione archetipica nel dolore collettivo del femminile.
My Body is Your Body_outdoor, presentato il 29 giugno nella palestra di Dance Gallery, riporta per la prima volta a Perugia Francesco Gemini in questa opera che fa parte di un trittico con il quale il coreografo tedesco indaga gli spazi del potere, la geografia dei luoghi assembleari, dal parlamento a pianta circolare a quello inglese. In questo atto, in particolare, il pubblico si dispone come nel parlamento britannico, e viene “costretto” a osservare il trio di performer – composto dalla danzatrice Mijin Kim e dal duo acrobatico Francesco Germini e Maiol Pruna Soler – da prospettive opposte.
Questa struttura, ispirata alle dinamiche parlamentari, trasforma il movimento in un atto politico: i corpi, diseguali per formazione fisica (danza contemporanea vs. acrobazia), diventano metafore di identità ora frammentate, ora obbligate a trovare equilibrio poggiandosi una sull’altra per evitare la caduta, a negoziare lo spazio sotto lo sguardo diviso degli spettatori. Behren sfida così le gerarchie dello sguardo, suggerendo che ogni percezione del corpo è filtrata da strutture di potere.

Francesco Marilungo – Stuporosa

In radicale contrasto, Stuporosa di Marilungo – atteso atto conclusivo del festival – che trasforma il Chiostro di Sant’Anna in uno spazio rituale. Cinque donne (insieme a Barbara Novati, Roberta Racis, Francesca Linnea Ugolini ci sono anche Alice Raffaelli, già impegnata nella precedente azione con la Sbaragli, e Vera Di Lecce, che segue il coreografo anche in altre creazioni) danno vita a un pianto corale che attinge ai lamenti funebri salentini, oscillando tra disperazione e canto, frammentazione e ricomposizione.
Marilungo, che in questa fase del suo percorso creativo pare interessato a scandagliare l’antropologia degli stati emotivi e della condizione del femminile attraverso i riti e le rivelazioni della cultura tradizionale meridionale, vuole scavare “figure di pathos” universali: quasi come i Lai di Testori, le donne in scena, una alla volta, vanno a microfono per il loro lamento. I corpi si torcono, cadono, si rialzano in sequenze che rievocano danze tradizionali, mentre voci sussurrano formule magiche e ninne nanne. La performance, definita “un esorcismo contemporaneo”, avvicina e passa il testimone a Cani Lunari, una ricerca sulla figura della magara calabrese, donna del popolo che incarna l’ambivalenza della conoscenza medica, del rito sacro e della guarigione, in un immaginario di costumi e tinte gotiche, esaltato dalla ricerca vocale della Di Lecce, che oltre a essere interprete in entrambi i lavori, ne cura colonne sonore e vocal coaching, tessendo un filo rosso tra danza, suono e ritualità.
Oltre alla cura del movimento, lo stesso ruolo della maestra di canto, che agisce kantorianamente muovendo la scatola musicale dal palcoscenico, introduce in Stuporosa un originale posizione della doppia regia, quella coreografica e quella sonora, l’una esterna allo spazio performativo e l’altra interna: l’uso della voce – tra spoken word e canto popolare – cuce, per così dire, dall’interno il gesto alla memoria orale.

La chiusa del festival con questi due spettacoli, pur nella loro diversità, risponde al claim del festival Del Sapere e del Fare: se il primo ci costringe a interrogarci sulle dinamiche di controllo insite nell’osservare/essere osservati, Stuporosa trasforma la platea in comunità partecipante, coinvolta in un rito che supera i confini individuali, ma in entrambi, il corpo si rivela, fino alla nudità, come archivio vivente di storie personali e collettive, ponte tra politico e poetico.
La direzione artistica di Valentina Romito ha saputo coniugare grandi nomi, anche internazionali, con giovani emergenti, dimostrando che la danza contemporanea può essere insieme sperimentale e accessibile. In un’epoca di relazioni sempre più digitali, l’Umbria Danza Festival 2025 ha ricordato la potenza del corpo come strumento di conoscenza e connessione.

I DISEGNI DAL VIVO DI RENZO FRANCABANDERA

 

 

BREATHING ROOM
ideazione, testi, voce e ambiente Salvo Lombardo
con la partecipazione di Elena Giannotti
sound design Fabrizio Alviti
Prima Nazionale

A HUMAN SONG
ideazione di Chiara Frigo
con la partecipazione del gruppo di lavoro della comunità locale
consulenza drammaturgica Riccardo de Torrebruna
consulenza artistica Maru Rivas, Giovanna Garzotto
produzione Zebra Cultural Zoo
cura del progetto Nicoletta Scrivo
Anteprima

BPM – BODIES PER MINUTE
di e con Sara Maurizi e Tommaso Petrolo
dJ set live a cura di Spazio Modu

LAMPONI
un’azione fuori posto di Silvia Dezulian
con Francesca Bertolini, Silvia Dezulian, Gloria Trolla
musiche Michèle Schladebach
Prima Nazionale

IL MONDO ALTROVE, UNA STORIA NOTTURNA
concept e coreografia e danza Nicola Galli
musica Giacinto Scelsi, 3/4 had been eliminated
maschere e costumi: Nicola Galli

COSMORAMA
concept e coreografia Nicola Galli
danza Nicola Galli, Rafael Candela
dramaturg Giulia Melandri

SE DOMANI
coreografia Elisa Sbaragli
danza Lorenzo De Simone e Alice Raffaelli
suono Edoardo Sansonne
Prima Nazionale

DUO D’EDEN
coreografia e colonna sonora Maguy Marin
coreografia rimontata da Cathy Polo e Ennio Sammarco
interpreti Lorenzo Fiorito, Fabiana Lonardo
produzione MM Contemporary Dance Company

GROSSE FUGUE
coreografia Maguy Marin
coreografia rimontata da Dorothée Delabie
musica Ludwig van Beethoven, Die Grosse Fuge, op.133
interpreti Matilde Gherardi, Fabiana Lonardo, Giorgia Raffetto, Alice Ruspaggiari
produzione MM Contemporary Dance Company

BPM – BODIES PER MINUTE
di e con Sara Maurizi e Tommaso Petrolo
dJ set live a cura di Spazio Modu

KAMA
coreografia, spettacolo e costumi Gianni Notarnicola

G.O.A.T.S. (going on a trip, sis)
Prima Nazionale
coreografia, performance e costumi Billy Barry e Gianni Notarnicola
suono Sean Howe

MY BODY IS YOUR BODY_OUTDOOR
Prima Nazionale
interpretazione Mijin Kim, Maiol Pruna Soler, Francesco Germini
creazione Mijin Kim, Leon Börgens, Leonardo García
produzione Overhead Project

STUPOROSA
regia e coreografia Francesco Marilungo
con Alice Raffaelli, Barbara Novati, Roberta Racis, Francesca Linnea Ugolini, Vera Di Lecce
musica e vocal coaching Vera Di Lecce

Perugia | 27-29 giugno 2025