RENZO FRANCABANDERA | PolverigiFest: non è solo una questione di nome ma anche di sostanza della proposta artistica che, in questa edizione 2025 del festival, inutile negarlo, vive una sua discontinuità, con l’avvicendamento alla direzione che è ora affidata a Viola Graziosi. Una direzione che ha cercato di rendere più accessibile la ricerca sul linguaggio delle arti sceniche, coinvolgendo artisti nuovi e sviluppando una diversa enfasi sulla multidisciplinarietà.
Il primo weekend del nuovo PolverigiFest, cambiato anche nel nome, ha trasformato Villa Nappi e i suoi giardini immersi nel panorama dell’entroterra marchigiano vicino Ancona in un laboratorio, dove lo spettacolo è diventato un’esperienza da assaporare con tutti i sensi.
A partire dal gusto: in questi primi giorni della settimana si parte con Emozioni da bere di Daniele Vagnozzi, un cocktail show che incomincia alle 18.00 nello Spazio Bar di Villa Nappi e mescola psicologia e mixology. Il pubblico viene accolto negli spazi della convivialità della Villa e ordina un drink a tema emotivo, mentre il giovane interprete, con un tono che va via via perfezionandosi da stand up comedian, percorre un viaggio semiserio dentro le emozioni, in un gioco teatrale che sfuma i confini tra palco e platea.

Un entrèe per quello che arriva poco dopo, che è di solito uno spettacolo di danza all’imbrunire. Ne abbiamo visti due: Quello affidato al duo Baffoni/Perugini al Sabato, e quello che ha visto impegnati Nicola Galli e Rodrigo D’Erasmo la Domenica.
ALGOS | 400 millimetri dopo di Nicholas Baffoni e Camilla Perugini, è una coreografia che trasforma l’alluvione di Senigallia del 2022 come pretesto insieme drammatico e creativo per un duetto fisico ed emotivo in cui i due corpi, come sopravvissuti a un disastro, costruiscono e distruggono ripari, alternando momenti di tenerezza a esplosioni di disperazione, mentre le musiche originali di G. Morale amplificano l’atmosfera sospesa tra resilienza e fragilità. Il salvagente rosa shocking – oggetto insieme banale e salvifico – diventa il terzo corpo di un “trio” composto da plastica, carne e respiro.
Lo spettacolo esplora la sofferenza e il tentativo di salvezza (anche nella relazione a due) non come evento eccezionale, ma come condizione quotidiana con cui negoziare. I corpi in abiti blu, simili a naufraghi su una spiaggia di memorie, si aggrovigliano al salvagente in un dialogo muto: lo riempiono d’aria per poi lasciarlo sgonfiare, vi si aggrappano per poi rimanervi imprigionati.

Questa coreografia dell’ambivalenza – dove il dispositivo di salvezza può diventare gabbia – riflette la complessità del legame umano di fronte al trauma, tanto quanto il finale con l’uomo che, denudato delle vesti, arriva con la testa in una bolla piena d’acqua, un po’ pesce fuor d’acqua e un po’ individuo ignaro dell’altro da sé.
Ben interpretato, con un lavoro fisico non banale e ben sorretto da qualche sprazzo ironico soprattutto nella prima parte, è una specie di Duo d’Eden (per richiamare il classico dei classici della tipizzazione della coreografia sull’identità di coppia) riletto con ironia e giovinezza.
È un’esperimento creativo interessante, non meno del duetto della sera successiva. Sconfinamenti, dialogo originariamente di improvvisazione tra il danzatore Nicola Galli e il musicista Rodrigo D’Erasmo.
A un anno dal loro debutto al Teatro Ponchielli, i due si sono ritrovati sul palco di Villa Nappi per riproporre quel dialogo improvvisato tra danza e musica, nato come esperimento sulla soglia dei rispettivi linguaggi, e maturato attraverso successive performance in festival come Torinodanza e Drodesera. La partitura coreografico-sonora, che in origine nasceva dall’istantaneità del gioco, a Polverigi mostra una nuova consapevolezza: il corpo di Galli, in movenze vicine ma diverse dalla ricerca sviluppata in Il mondo altrove – di cui abbiamo anche di recente parlato – dialogava con il violino elettrico di D’Erasmo in una struttura più articolata, pur mantenendo l’essenza dell’improvvisazione come pratica di ascolto reciproco. Polverigi qui ha ribadito la sua vocazione storica ad accogliere la sperimentazione, e ha offerto il contesto ideale per questa evoluzione, a cui il numeroso pubblico ha tributato il giusto omaggio. Il paesaggio fisico ma anche culturale del festival – da sempre crocevia di teatro-danza e nuove musiche – ha amplificato la natura ibrida del lavoro: i movimenti di Galli, tra astrazione e figurazione, rispondevano alle incursioni elettroacustiche di D’Erasmo in un flusso continuo.

Ci è parso di leggere tre distinte creazioni sonore, ma gli artisti stessi ne contano l’uno cinque l’altro sei, proprio a voler dire che effettivamente è una creazione che si lascia aperta al sentire finanche nella sua architettura. Se al debutto l’incontro tra i due artisti era dominato dalla sorpresa della prima volta, a un anno di distanza emerge una complicità fatta di pause calibrate e slanci condivisi. Dalla maschera rituale della sua recente produzione, con gesti carichi di risonanze simboliche, qui la musica eseguita dal vivo permette un gioco di nuove libertà cosmiche, in cui i tipici gesti delle braccia di Galli, alla ricerca di geometrie emotive, trovano risposta con il musicista che propone armonici pizzicando con le dita le corde del violino e mandando i suoni in distorsione, a disegnare traiettorie nell’aria. L’improvvisazione diventa metodo compositivo, trasformando ogni replica in un atto unico, che invita anche lo spettatore a superare il confine del proprio territorio, e che affida alle arti performative il compito di ripensare la relazione tra fisico e sonoro.
Il nostro weekend immersi nelle meravigliose colline marchigiane che attorniano Polverigi ha avuto nel menù anche Teatro, musica e videoarte.
Il reading Bartali all’inferno di Sergio Pierattini, è un primo studio che porta sul palco l’eroismo silenzioso di Gino Bartali durante la Resistenza. La regia di Manuela Mandracchia sceglie un approccio al testo che guarda già al possibile sviluppo recitato, evocando le contraddizioni dei personaggi della vicenda, affidati a un generoso trio di interpreti (Massimo Reale, Lorenzo Frediani e Camilla Diana) che si fanno simbolo di una lotta tra luce e ombra, tra fascismo e libertà.
Pierattini ha portato la vicenda del grande sportivo dentro una singolare e interposta dialettica familiare, che poggia sull’episodio più buio della vita di Gino Bartali: l’interrogatorio del 1944 a Villa Triste, la prigione fiorentina dove il campione fu torturato dalla banda Carità.

Da un lato il fascista Mario Carità (Reale), «belva con la tessera del partito», dall’altro sua figlia (Diana), in età da marito e infarcita dei fervori ideologici familiari, con cui inizia lo spettatolo. Bartali (Frediani), l’atleta che trasformò la sua bicicletta in arma di salvezza trasportando documenti falsi nel sellino, è nel mezzo, dialoga con i due, abbandonandosi di tanto in tanto ad allucinazioni nelle notti della reclusione. Il testo è un buon ingranaggio: qui a Polverigi la regia enfatizza volutamente (e diremmo giustamente) il pathos nella lettura. Mandracchia spinge il reading, che diversamente risulterebbe lento per lo spettatore-ascoltatore, fin quasi alla soglia della mise en espace, grazie anche alla generosità degli interpreti che lavorano qui sulla caratterizzazione. E la cosa riesce.
I tre caratteri dovranno poi essere immaginati, per un futuro allestimento, in un sentire più astratto e psicologico, per rifuggire ogni possibile didascalia e per trasformarli scenicamente in personaggi universali.
Una bicicletta originale del grande ciclista, portata qui dal Museo del Cicilismo Gino Bartali, che ha sede a Ponte a Ema, alle porte di Firenze, nel comune natale di Bartali, è un monito certamente a non indulgere all’agiografia, ma anche a ricordarci che le vicende raccontate non sono lontane da una tangibile realtà, rammentando che il nome con cui fu ribattezzato il luogo delle torture, Villa Triste, derivava proprio dal risuonare delle urla degli altri prigionieri, quello sì un coro tragico. Lo spettatore tifa per quest’uomo coraggioso che pedalava sotto il sole fra Umbria e Toscana fingendo di allenarsi, mentre in realtà mappava nascondigli e consegnava messaggi e documenti falsi tra i conventi, per salvare poveri connazionali dalla deportazione: ogni parola detta o taciuta poteva condannare decine di esseri umani, nascosti nel tentativo di scampare alla follia nazifascista.
Interessante al Teatro della Luna Human di Biagio Caravano, un esperimento audiovisivo che fonde suoni elettronici modulari, realizzati dal vivo dal musicista e performer, e proiezioni ispirate alla biologia (umana e animale, come ci viene rivelato in un finale che vuole far rileggere a ritroso tutto il lavoro) in un flusso ipnotico e tecnicamente assai pregevole.

In Human si esprime un istinto all’azione, al gesto dinamico cui Caravano sta pensando. Un flusso di interventi visuali in ordine apparentemente arbitrario e che, partendo dall’innesco creativo dei canini di un primate, permettono al suono di attraversare lo spazio e di muoversi in direzioni di immaginazione diverse, favorendo un flusso di pensieri che guardano al biologico umano in modo scientifico ma per certi versi anche caotico. Caravano e il videomaker Basili creano una forza concreta di comunicazione in un sistema di convergenze, dove gli elementi della composizione, immagine, suono e luce, sono trattati dallo spettatore come oggetti imprevedibili, ma creando un unico movimento compositivo. Le notevoli creazioni video che fanno da sfondo alla figura di Caravano con la sua consolle al centro del palco, che dall’interno muove la macchina scenica e la scatola sonora, hanno una naturale predisposizione ad invadere la platea, come pure la creazione di accogliere il segno danzato. Vedremo se queste due possibilità troveranno spazio nell’evolvere della creazione.
Sia Sabato che Domenica alle 22.30 il Cortile si è riempito, a fine serata, delle note di chitarra e delle canzoni di Alessandro Baro, con il suo Prima del tempo, concerto di fingerpicking e testi viscerali.

La creazione sonora in particolare, unita a una serie di ampliamenti digitali è interessante e originale, come onesto e bello è il modo in cui l’artista presenta il suo processo creativo con poche parole prima di ogni canzone.
ALGOS | 400 millimetri dopo
di e con Nicholas Baffoni e Camilla Perugini
assistenza alla drammaturgia Marco Lattuchelli
musiche originali G. Morale
produzione Hunt CDC con il sostegno di Alloggiando Art Fest e Inteatro Residenze
BARTALI ALL’INFERNO
di Sergio Pierattini
con Massimo Reale, Lorenzo Frediani, Camilla Diana
regia Manuela Mandracchia
organizzazione generale e distribuzione Lia Zinno
produzione Associazione Culturale “Spazi d’Arte” in collaborazione con Museo del Cicilismo Gino Bartali
SCONFINAMENTI. Dialogo tra musica e danza
coreografia e interpretazione Nicola Galli
musica Rodrigo D’Erasmo
produzione Fondazione Teatro Ponchielli di Cremona, TIR Danza
HUMAN
progetto, ideazione video e modular system live Biagio Caravano
sviluppo e progettazione video Lorenzo Basili
produzione KLM




