RENZO FRANCABANDERA Da sempre ho desiderato vedere un allestimento di Insulti al pubblico di Peter Handke, uno dei testi emblema del passaggio al teatro post drammatico; ma per diverse combinazioni, non ultima una sua certa rarità di allestimento, non era ancora successo.
Per questo, non mi sono fatto scappare l’occasione fornita dallo Stabile del Veneto che al Teatro Verdi di Padova ha portato in scena questo super classico della modernità scenica, con la regia di Fabrizio Arcuri. Certo adesso siamo andati assai avanti con il linguaggio, e molte delle idee partorite sessanta anni fa da Handke sono sdoganate, impastate all’attualità della scena contemporanea.
Fanno presto gli autori contemporanei a giocare oggi con lo spettatore, con il suo ruolo, facendolo recitare al posto degli attori, tirandolo in ballo come spett-attore (si vedano i vari Bernat, Rimini Protokoll e tutti gli altri che vi vengono in mente): ma tornando a ritroso nella drammaturgia contemporanea alla ricerca del bivio della relazione palcoscenico-platea si arriva qui, allo scrittore e drammaturgo austriaco Peter Handke, Nobel per la letteratura nel 2019.
Con il suo Insulti al pubblico (1966) ha sotto molti aspetti rivoluzionato il teatro del Novecento, anticipando molte caratteristiche del cosiddetto teatro postdrammatico, un termine coniato dal teorico Hans-Thies Lehmann per descrivere quelle opere che superano le convenzioni del dramma tradizionale. Già Beckett si era dedicato ampiamente a giocare a demolire gli schemi del dramma. Aspettando Godot è stato pubblicato nel 1952. Dopo solo 14 anni il teatro arriva a superare completamente la finzione della trama. Ma vedere questo super classico è un po’ come entrare in un museo di computer e giocare alla prima versione di Super Mario o PacMan con un Commodore Vic20.

Insulti al pubblico non ha una trama, personaggi tradizionali o azioni sceniche come nei drammi classici. Quattro interpreti (più uno speaker off fuori scena, che assomiglia tanto a una voce di intelligenza artificiale) si rivolgono direttamente al pubblico, seduto in tribuna sul palco del teatro, dichiarando fin da subito che non ci sarà alcuno spettacolo, alcuna storia da seguire.
Si chiedono l’un l’altro se da questo lato abbiamo capito che non ci sarà nulla. Che non vedremo niete, che sì siamo lì, ma che non avremo quello che ci aspettiamo. Il rifiuto della narrazione è un tratto fondamentale del teatro postdrammatico, che abbandona la struttura aristotelica (conflitto, sviluppo, risoluzione) per esplorare nuove forme di comunicazione con lo spettatore.

Si tratta per lo Stabile del Veneto del secondo testo del Nobel austriaco in questa stagione, entrambi affidati alla regia di Arcuri. Due testi molto diversi e distanti. Dopo Ancora Tempesta, scritto maturo del drammaturgo carinziano e che per molti versi torna al teatro narrativo e autobiografico, per la rituale produzione estiva con la Compagnia dei Giovani, nella calura estiva la proposta per gli appassionati di teatro ancora in città è questa opera, che fondamentalmente mette al centro il pubblico. La sua interpretazione registica si inserisce in una personale tradizione di rifiuto delle strutture narrative convenzionali, privilegiando invece la relazione diretta con lo spettatore e la decostruzione del linguaggio. Arcuri ha introdotto una dimensione scenico-politica coperta dall’opprimente enorme sipario chiuso, a 3 metri dalle sedie, che amplifica la provocazione verso lo spettatore. Gli attori non si limitano a restituire il testo, ma interpetano il gioco politico della brigata di scena, trasformando la parola megafonata in un atto concreto, approccio tipico del teatro postdrammatico, che spesso supera il testo scritto per esplorare altre forme di comunicazione scenica. La strategia, già presente nel testo di Handke, è quindi potenziata dalla regia, dimostrando come il postdrammatico continui a evolvere mantenendo intatta la sua carica sovversiva.

E bisogna dire che il pubblico di Padova non se lo fa dire due volte, e con un sussulto anarco-insurrezionalista, nella replica di lunedì 21 luglio, fa esultare i lontani ardori di Handke, arrivando non solo a interrogarsi sul proprio ruolo, sulla propria (eventuale) passività, sulla responsabilità dello sguardo, ma qui proprio a prendere possesso della recita, sviluppando una travolgente co-attoralità (che personalmente mi ha fatto scompisciare, se il termine è lecito in una riflessione critica).

La Compagnia Giovani del Teatro Stabile del Veneto – qui rappresentata da Isacco Bugatti, Michele Guidi, Margherita Mannino, Simone Pedini, Tommaso Russi e Jessica Sedda (che si alternano tre alla volta in due cast), si produce in un divertente gioco nel gioco che vuole esaltare il potenziale originariamente sovversivo di questo testo, che viene offerto al pubblico in modalità agit-prop. Ma se sessant’anni fa la cosa forse bastava da sola a provocare, nell’epoca del social e dei selfie lo spettatore non ha più riguardi, diventa il vero centro dell’opera. Gli attori lo interrogano, lo provocano, alla fine lo insultano (da qui il titolo), costringendolo a riflettere sul proprio ruolo. E Arcuri  mette sul palco non a caso il pubblico, scelta che torna anche rispetto agli allestimenti estivi degli anni passati per gli spettacoli estivi della compagnia dei Giovani, ma che mai come quest’anno trova un senso specifico.
E non solo lo mette sul palco, lo spettatore, ma come detto gli fa trovare il sipario chiuso davanti al naso, in un soffocante effetto surreal-claustrofobico, con le voci che vengono da dietro la tenda, ovvero dal proscenio.

E già qui una anziana spettatrice chiede a una più giovane amica vicina di sedia di accompagnarla a vedere chi c’è dietro la tenda. E mentre quelli recitano, la senescente spettatrice sorpassa di slancio la sovversione drammaturgica: la vecchina si fionda sul sipario e lo apre per svelare il mistero della scena e scoprire “cosa c’è dietro”. Insomma, dovevano essere loro a rompere la “quarta parete”, e invece (perfetto così!) il 21 luglio 2025, a sessant’anni quasi dalla sua uscita, il cerchio di Handke si chiude.
La spettatrice rompe la quarta parete al contrario, e rovescia completamente la barriera invisibile che separa palcoscenico e platea, un tuffo carpiato nel postdrammatico, a cui gli altri commensali di questa replica surreale non si fanno pregare nel partecipare.
E quando arrivano gli insulti finali dello spettacolo, iniziano a rispondere alle offese di Handke, a battere le mani in modo isterico per interrompere gli attori, a replicare quasi battuta su battuta.
È stato bellissimo! Sono uscito intimamente divertito, per questo inusitato coraggio di dialogare con la creazione, con la manipolazione del reale che la scena offre, mettendo in qualche modo alla prova la capacità degli interpreti di stare al gioco e accogliere con una giusta dose di improvvisazione, questo improvviso e inaspettato piccolo delirio, che non cambia il corso della recita, ma gli dà un sapore semanticamente ancora più interessante.
E se gli speaker/attori ripetono le loro frasi, le deformano, giocano con i significati, gli spettatori dimostrano che il linguaggio non è neutro, e mancava poco che si alzassero e iniziassero a fare un loro contro spettacolo.
Poco c’è mancato. A un certo punto, ho pensato quasi che fossero figuranti provocatori messi da Arcuri fra gli spettatori. Ma erano tutti così naturali e animaleschi che non poteva essere.
Era tutto oltre! Se quindi si volevano smontare i meccanismi del potere racchiusi nel linguaggio stesso, il pubblico patavino dimostra che è pronto alla rivoluzione!
Tocca inventarsi qualcosa di veramente forte per l’estate prossima.

INSULTI AL PUBBLICO

di Peter Handke
traduzione Francesco Fiorentino
regia Fabrizio Arcuri
con Isacco Bugatti, Michele Guidi, Margherita Mannino, Simone Pedini, Tommaso Russi, Jessica Sedda
costumi Sonia Marianni
luci e audio Roberto Raccagni
assistente alla regia Sonia Soro
foto di scena Serena Pea
produzione TSV – Teatro Nazionale
copyright della Suhrkamp Verlag AG Berlin per intermediazione dell’Agenzia Danesi Tolnay

Teatro Verdi, Padova | 21 luglio 2025