RENZO FRANCABANDERA | Vedere in un festival di arti sceniche una cosa magnifica è raro. Vederne più d’una, nella stessa edizione, è un’alchimia. Che a volte può succedere.
La 41ª edizione di Bolzano Danza, svoltasi dal 18 luglio al 1° agosto 2025 sotto la nuova direzione artistica di Anouk Aspisi e Olivier Dubois, ha segnato una svolta nella storia del festival, con l’inizio di un ambizioso percorso triennale, deciso dalla nuova direzione e intitolato Trilogia della Passione, qualcosa che, già dal titolo, vuole evocare chiaramente la ricerca di una laica spiritualità dentro il rapporto fra umano e arte. Che si tratti di una suggestione artistica e non evangelico-religiosa lo spiega chiaramente il titolo di questo primo capitolo della saga, denominato Insurrezione, con una programmazione davvero ricca e articolata.
Bolzano, quindi, nelle settimane di luglio, torna a essere inondata da turisti d’oltralpe che affollano piazza Walther e dintorni, e a vestire anche i panni di un laboratorio di sperimentazione coreutica, come da oltre quarant’anni: la rassegna estiva è fra le più significative in Europa, e fra le primissime in Italia e da sempre coinvolge non solo i tradizionali spazi teatrali, ma anche luoghi insoliti della città e dei dintorni, dalla Fiera Bolzano a Castel Mareccio, dai Prati del Talvera al Parco dei Cappuccini.
La scelta di questa edizione di concentrarsi sul concetto di insurrezione – intesa come risveglio dell’individuo alla propria verità, come primo soffio del vivente – ha permeato molti gli spettacoli in cartellone: un filo rosso che ha unito opere diversissime tra loro per linguaggio e provenienza geografica.
Significativi in questa prospettiva sono stati gli appuntamenti del 22 e 23 luglio, due giornate che hanno messo in luce la duplice anima del festival, e che possiamo testimoniare: da un lato la ricerca sperimentale più radicale, dall’altro la capacità di coinvolgere il territorio in progetti site-specific.
Seguiamo un ordine cronologico e raccontiamo del 22 luglio, partendo da Zoé Lakhnati, una delle voci più originali della nuova generazione della danza contemporanea francese, con una ricerca coreutica che fonde rigore formale e sperimentazione radicale. Il suo lavoro This is La Mort, presentato in prima italiana il 22 luglio 2025 alla Fondazione Antonio Dalle Nogare, è un’immersione nell’immaginario collettivo ispirata all’Atlante Mnemosyne di Aby Warburg. Il luogo è adatto alla citazione colta e non alla portata di tutti.
L’opera incompiuta del rivoluzionario studioso che visse fra fine Ottocento e inizio Novecento raccoglie immagini eterogenee per tracciare connessioni tra epoche e culture: Bilderatlas Mnemosyne, infatti, consta di una serie di tavole con montaggi di immagini in cui si possono visualizzare i meccanismi di trasmissione e tradizione di temi e figure dall’antichità – orientale e greco-romana – fino all’attualità del suo tempo, con particolare riguardo alla ripresa formale dai modelli di moti, gesti, posture e schemi iconografici nei secoli. In sostanza, Warburg vede l’evolvere del linguaggio come una continua riemersione e persistenza di miti e immagini dell’antichità, con la ripresa di modelli archeologici come veicoli e amplificatori della gestualità, che ogni artista adatta poi alla sua epoca.

Certo, era il tempo prima della globalizzazione e della banalizzazione socialmediale dei segni, ma lo sforzo della Lakhnati muove da questi postulati. La performance, della durata di circa 45 minuti, parte nel cortile della bellissima architettura in cui ha sede questa visionaria fondazione, con la protagonista che, con movimenti rigidi e macchinosi, inizia a creare scompiglio nel pubblico, indossando una armatura medievale dorata.
Di qui, con una progressiva spoliazione, prende avvio un viaggio attraverso figure archetipiche – conquistatori, eroi, icone pop – che Lakhnati incarna e decostruisce, rivelando la loro fragilità e caducità, attraverso tecniche come il glitching e il morphing.
Una saracinesca che si solleva dà accesso a una sorta di garage in cui seguiamo la seconda parte della creazione, in cui l’artista è vestita di una tuta sportiva, che verrà anch’essa dismessa, per aprire uno squarcio sullo spazio aperto del cortile in cui la performance trova esito, dopo che il corpo della performer è diventato un medium per esplorare come le immagini si sedimentano nella memoria collettiva, trasformandosi in simboli che oscillano tra grandezza e decadenza.
La drammaturgia di Antoine Dupuy Larbre e la colonna sonora di Macarena Bielski López creano un paesaggio sonoro e visivo ipnotico che cattura, mentre i costumi di Constance Tabourga e le luci di Alice Panziera accentuano la tensione tra eternità e dissolvimento, che nella seconda parte trova maggior esito. This is La Mort, che si chiude con una sorta di divertente furto d’arte alla Fondazione con l’artista che fugge, portando con sé in una scatola di legno un’opera d’arte, è solo una riflessione sulla mortalità, ma anche una critica alla costruzione di corpi “perfetti” e vittoriosi nella cultura capitalistica, resa attraverso un linguaggio che mescola riferimenti storici (come gli studi sull’isteria di Charcot) e contemporanei (le estetiche del body-building e della cultura pop).
Sono questi i temi che legano la coreografia all’originario pretesto concettuale di Warburg, di cui invero poco resta e poco si legge. Il disegno coreografico ha qualche salto di pensiero che disallinea la lettura precisa, ma l’interprete guadagna progressivamente lo sguardo degli spettatori con intelligenza, portandolo dentro l'”atlante incarnato” dove passato e presente collidono. L’evento è stato preceduto da una visita guidata alla mostra Under the Spell of Duchamp, sottolineando il dialogo tra danza e arti visive che caratterizza la poetica della Fondazione Dalle Nogare.

Andiamo alla sera, per una delle presenze più attese, Gisèle Vienne con Crowd, lavoro acclamato a livello internazionale che rielabora le esperienze dell’artista nei club underground della Berlino anni Novanta. Quindici danzatori, il palcoscenico della Sala Grande del Teatro Comunale trasformato in uno sterrato di campagna, invaso da lattine di birra consumate e bottiglie d’acqua, spazio liminale tra il party notturno e il rito collettivo, dove i corpi, che entrano e si muovono al ralenti come in un video di Bill Viola, seguono una coreografia ipnotica tra luci stroboscopiche e musica techno. Di fatto “non danzano”, ma interpretano in slow motion gruppi di giovani che si abbracciano, si addossano gli uni agli altri, bevono, fumano, si avvicinano, si allontanano, in un campo largo della gioventù di inizio Duemila.
La Vienne, già in Italia in Triennale a marzo, è senza dubbio una delle voci più distintive e perturbanti della scena performativa europea contemporanea. Il suo è un universo artistico inconfondibile, dove danza, teatro, marionette e arti visive si fondono in un linguaggio profondamente originale.
Nata in Francia, ma formatasi artisticamente tra Vienna e Parigi, la sua estetica oscilla tra il doloroso e il poetico, esplorando con sguardo chirurgico le zone d’ombra dell’esperienza umana. Crowd ricorda alcune atmosfere drammaturgiche di Lars Noren, quello sguardo curioso, ma anche doloroso e spietato, sulle nuove generazioni.
La costruzione, nel nostro sguardo, combina tre universi artistici e riesce a fonderli con armonia. Della suggestione di Bill Viola già s’è detto. Ma il pensiero va anche alla performance Sun & Sea del collettivo lituano Neon Realism che vinse la Biennale nel 2019, con i tredici interpreti sulla sabbia di una finta spiaggia a cantare un’opera lirica di contenuto contemporaneo. Qui i performer sono muti e, come detto, compiono gesti naturali. La musica scandisce più che i loro gesti il nostro ascolto. Loro si muovono lentamente, anche quando le loro azioni sono al bordo con la violenza.
Come in altre collaborazioni con artisti come lo scrittore Dennis Cooper o il compositore Peter Rehberg, Vienne indaga temi come la violenza, il desiderio, l’adolescenza e la morte attraverso una lente che trasforma il disturbante in sublime. La sua tecnica che si avvale dell’uso di manichini iperrealistici – spesso indistinguibili dai performer in carne e ossa – crea un effetto di straniamento che sfida le nostre percezioni di realtà e finzione.
In questo caso, gli interpreti sono tutti in carne e ossa e rivelano una grande maestria nel costruire atmosfere ipnotiche e tensioni psicologiche che si scaricano in momenti di rara intensità emotiva, ma, soprattutto, una capacità compositiva dell’immagine nella tridimensionalità del palcoscenico degna dei migliori artisti della storia delle arti figurative (da Liepke e Freud per l’iperrealismo espressionista, a Morandi per la straordinaria capacità di comporre le masse fisiche in scena come oggetti di natura morta in equilibrio statico e cromatico perfetti). La sua coreografia, apparentemente semplice, ma di una precisione matematica, trasforma movimenti quotidiani per un verso in azioni cariche di significato simbolico, e per altro il suo uso delle luci e del suono (lei si occupa praticamente di tutto) crea paesaggi sensoriali totalizzanti, nature non morte, ma mortali.
Si spiega, quindi, perché la sua influenza si estenda ormai ben oltre il mondo della danza, ispirando artisti visivi, registi e performer con la sua capacità di trasformare il perturbante in poetico e viceversa. Artista completa che controlla ogni aspetto delle sue produzioni – dalla regia alla scenografia, dalla luce al suono – Gisèle Vienne continua a giocare lungo i confini delle arti performative con ogni nuovo lavoro, mantenendo intatta una coerenza visionaria che la rende una delle figure più importanti della scena internazionale.
Certo, come nei video di Bill Viola che durano 20 minuti per una smorfia e giocano a cambiare con lentezza i connotati di Dorian Gray, qui lo spettatore impaziente o desideroso di trame, di conseguenze, resta deluso. Qui c’è da contemplare e perdersi dentro questo universo.
Sazi di tanto gesto, di tanta grazia, andiamo a nanna nella calura estiva, pronti per il tuffo nella programmazione del 23 luglio, con l’ardita ibridazione tra spazi industriali e linguaggio performativo.
Partiamo nel pomeriggio con il progetto OpenLab integrato nella prospettiva innovativa di Landi’s Cube: The Encoded body di Margherita Landi, antropologa che ha nel tempo subìto con sempre maggior forza il fascino dell’arte coreutica, lasciando che in essa si trasferissero tanto il suo sistema di valori ispirati al femminismo di Haraway e Barad, quanto la fascinazione per il rapporto fra arte, corpi e tecnologia. Nell’idea dell’artista, che lo specifica al pubblico ad inizio del momento di restituzione al pubblico, non di una performance in senso stretto si tratta ma di un esperimento di studio con un dispositivo VR tra danza e realtà virtuale (che Bolzano Danza vuole sostenere per il prossimo triennio) sviluppato in collaborazione con NOI Techpark.
La coreografa muove in scena la macchina coreutica come Kantor, e crea alcune combinazioni di gesto nello spazio virtuale che le due performer in scena abitano, essendo loro immerse con lo sguardo, grazie a un visore VR, dentro un cubo (la suggestione è quella della kinesfera di Laban) in cui lei chiede loro, attraverso comandi a tastiera dati in tempo reale, di toccare con gli arti alcune fonti cromatiche. Il lavoro esplora le potenzialità della VR nel tradurre il movimento umano in dati digitali, aprendo interrogativi affascinanti sul futuro della coreografia nell’era tecnologica.

Bene le interpreti (Giada Vailati, Giorgia Amelia Ferrari, Theresa Prey) che, pur in un lasso di tempo breve di preparazione, donano una emotività umana e concreta all’idea registica, che ha sicuramente uno spazio interessante in cui muoversi per sviluppare questo momento sperimentale in una futura eventuale creazione che prosegua il percorso personale di ricerca che negli ultimi 5 anni l’ha vista approfondire proprio Mixed e Virtual reality.
Una considerazione personale scaturisce da questa esperienza, che non sarebbe corretto definire spettacolare, ma di pura sperimentazione, e che quindi resta come pensiero nato nel mio cogitare mentre ero seduto al NOI TechPark: osservare dall’esterno un gioco di cui non si conoscono le regole, dopo l’iniziale curiosità, sviluppa spesso un sentimento di estraneità, che va poi gestito. Ma sono sfide a cui la sensibilità della Landi saprà metter mano nell’evolvere della possibile futura creazione. Chi ha partecipato come spettatore alla restituzione ha poi potuto indossare i visori e compreso in quale spazio si muovessero le artiste.
Mi chiedo se, in restituzioni come questa, non sia utile permettere a chi arriva nel campo semantico di conoscere da prima qualcosa del terreno in cui ci si sta muovendo, dal punto di vista proprio dell’immaginazione delle forme nello spazio. È una riflessione che proprio questa creazione mi ha permesso di mettere a fuoco con lucidità, perché prevede un rapporto di tipo fideistico con qualcosa che non vediamo, siamo chiamati tutti a una professione di fede verso uno spazio euclideo che non vediamo. Ma persino San Tommaso, che gli era discepolo, volle mettere le dita nel costato di Gesù Cristo. Figuriamoci lo spettatore contemporaneo. Questo pensiero non ha a che vedere con alcuna specifica creazione di Margherita Landi (di cui non posso ancora dire, non avendo ancora assistito a una performance completa), la cui poetica è centrata sull’assenza e sul non poter guardare quello che il performer osserva. Nella mia idea circa il rapporto fra spettatore e spazi virtuali, quando al pubblico viene chiesto di assistere a qualcosa che si muove in ambienti virtuali, senza che lo spettatore condivida visivamente la geografia abitata dai performer, qualcosa viene meno, manca un elemento di conoscenza condivisa.
Finiamo questa rassegna in grande, grandissima bellezza, in uno spazio poco distante dal colossale restauro post industriale di NOI Park. Per Radio Vinci Park di François Chaignaud e Théo Mercier, ci spostiamo di poche centinaia di metri, per entrare di sera negli ambienti vuoti e suggestivi della Fiera Bolzano. Questo lavoro, che ha visto protagonista lo stesso Chaignaud insieme a un biker e a una musicista misteriosa, è stato un vero cortocircuito emotivo del festival, tra motori ruggenti e musiche di clavicembalo, in un rituale sospeso tra seduzione e distruzione che ha completamente soggiogato i presenti.
François Chaignaud è figura fra le più poliedriche e destabilizzanti della scena performativa contemporanea francese (e internazionale), un artista impossibile da incasellare che ha fatto dello sconfinamento tra discipline la sua cifra radicale. Grandissimo conoscitore delle arti, formatosi all’École de Danse de l’Opéra de Paris, ha rapidamente deviato dal percorso accademico per esplorare territori liminali dove danza, canto, teatro e arti visive si fondono in un linguaggio irriducibile. La sua ricerca si nutre di riferimenti eterogenei che vanno dalla storia della danza rinascimentale alle controculture queer, dalla musica barocca alle sottoculture club, creando cortocircuiti temporali che sfidano ogni categorizzazione e che gestisce con una maniacale preparazione fisica che ogni giorno lo porta a una autodisciplina rigorosa. Come performer, infatti, unisce una tecnica virtuosistica a una presenza magnetica, capace di passare dalla delicatezza di un madrigale a energie tribali e sciamaniche, come avviene proprio in questo caso.

Nei suoi lavori – spesso sviluppati in collaborazione con artisti come Théo Mercier o Nino Laisné – il corpo diventa archivio vivente di memorie dimenticate, strumento di riscrittura delle narrative dominanti. La sua trilogia sulle Vies Imaginaires di Marcel Schwob ha ridefinito i confini tra biografia e finzione. C’è sempre qualcosa che ha a che fare con il proprio vissuto, anche quando non lo vediamo esplicitamente come è stato, invece, in progetti come Dumy Moyi, che esplorava le radici ucraine della sua famiglia attraverso il canto tradizionale. Chaignaud sfida costantemente le gerarchie tra alto e basso, tra sacro e profano, trasformando ogni performance in un rituale contemporaneo dove precisione storica e anarchia creativa coesistono.
La performance è pensata per aver luogo nel grande parcheggio interrato di un supermercato, un non luogo, insomma. Ma svuotare i parcheggi bolzanini di auto in questo periodo di overtourism è impossibile. E, quindi, la performance viene ospitata nell’hangar di Fiera Bolzano, spazio che alla fine si rivela adatto allo scopo.
Entriamo e una clavicembalista, contornata da fiori e spartiti, ci accoglie improvvisando su partiture tardobarocche e contemporanee, creando uno spazio di estraniamento, un luogo immaginario e diversissimo da quello in cui eravamo. Il pubblico si dispone intorno a Marie-Pierre Brébant. Una volta trasportati in uno spazio mentale soave e distante da quanto ci contornava prima, ecco illuminarsi una seconda stazione, ad alcune decine di metri di distanza, dove dentro un recinto delimitato da sbarre di ferro, un biker siede sulla sua moto spenta. E qui arriva la presenza sciamanica dell’artista, che vestito di bianco e indossando i rituali strumenti sciamani composti da cocci animali, suona a ogni muovere di gambe e braccia.

Cantando e recitando in uno spazio mentale incomprensibile, questa identità umana sofferente entra in contrasto con la figura nera del centauro, disumano e meccanico, e di cui non vediamo il volto. L’approccio alla vocalità di Chaignaud – che fonde bel canto, folk e sperimentazione – rompe la concezione del movimento coreografico, restando sempre sospeso tra rigore formale e furia liberatoria, fra intellettuale e popolare, restando dentro una delicatissima e magnetica fenditura che avvince e commuove gli spettatori. Non a caso, l’artista ha portato la sua ricerca nei templi della danza come nelle discoteche, nei musei come negli spazi industriali, mantenendo intatta la sua coerenza visionaria.
Radio Vinci Park conferma questa vocazione a contaminare generi e spazi, mescolando motori, clavicembalo e corpi in trasformazione, e spiega come anche nel caso di Chaignaud, la sua influenza si estende ben oltre la danza; e giustamente, vorremmo dire. Ci avvolge quella completezza sensoriale che ci rimanda alla poetica crudezza della prima Societas. Ritroviamo l’intreccio di musica, arti visive e teatro.
Vinto dalla macchina che cerca di sedurre, avvinghiandocisi, l’umano e il suo fragile poetico finiscono per terra, mentre il biker professionista Cyril Bournyaccende il bolide e per alcuni interminabili minuti, in modo pericolosissimo, accelera e sfiora il corpo quasi esanime e prostrato del performer, inducendoci in uno stato di ansia per il pericolo incombente. Un finale drammatico che avvolge gli spettatori in quel senso di turbamento che la nuova direzione artistica ha scelto per questa edizione del festival.
La programmazione di queste due giornate ha perfettamente incarnato lo spirito dell’intera edizione 2025. Emergono con chiarezza alcune scelte precise della nuova direzione: la volontà di mescolare generazioni diverse di artisti (dai maestri come Preljocaj alle emergenti come Lakhnati), l’attenzione alle nuove tecnologie alle tradizioni sonore (dalla VR di Landi alle scelte musicali classiche di Chaignaud), e soprattutto la capacità di far dialogare linguaggi apparentemente distanti.
Se Crowd di Vienne rappresentava l’apice di una ricerca coreografica sofisticata e ci porta nello sciamassimo rave, Radio Vinci Park osava, invece, una contaminazione tra classico e macchina digitale, portandoci senza dirlo al sentimento di angoscia che proviamo verso la grande intelligenza artificiale.
Siamo dentro un’idea di danza come pratica insurrezionale per eccellenza, capace di sovvertire non solo le convenzioni artistiche, ma anche le gerarchie tra spazi centrali e periferici, tra professionisti e comunità locali. E questa idea ci piace molto.
THIS IS LA MORT
coreografia Zoé Lakhnati
compositore Macarena Bielski Lopez
musica Macarena Bielski Lopez
drammaturgia Antoine Dupuy Larbre
design costumi Constance Tabourga
lighting design Alice Panziera
assistenza coreografica Philomène Jander
coreografia e danza Zoé Lakhnati
voci registrate Céleste Brunnquell, Suzanne de Baecque
CROWD
coreografia – concept – scene – drammaturgia – allestimento musicale Gisele Viènne
assistenza coreografica Anja Röttgerkamp, Nuria Guiu Sagarra
luci Patrick Riou
drammaturgia Peter Rehberg
costumi Camille Queval, Gisele Viènne
sound engineering Adrien Michel
coordinazione tecnica Samuel Dosière
compagnia di danza Gisele Viènne
sound Stephen O’Malley
LANDI’S CUBE: The Encoded Body
coreografia, xr artist Margherita Landi
interpretazione Giada Vailati, Giorgia Amelia Ferrari, Theresa Prey
programmatore Esther de Bruijn, Fabrizio Ciolino, Sergi van Ravenswaay
design Charlene Dosso, Matunda Groenendijk
RADIO VINCI PARK
coreografia François Chaignaud
arrangiamento Marie-Pierre Brébant
regia Théo Mercier
interpretazione Cyril Bourny, François Chaignaud
collaborazione artistica Florent Jacob
tecnica Anthony Merlaud, Florent Jacob, François Boulet
design costumi Clinique Vestimentaire
clavicembalo Marie-Pierre Brébant
Bolzano | 22 – 23 luglio 2025




