RENZO FRANCABANDERA | “E non temete: se pioverà staremo all’aperto e se sarà bel tempo staremo al chiuso!”. Così Michele Mori di Stivalaccio Teatro, compagnia che da quasi 10 anni organizza il festival Be Popular di arti performative a Vicenza giunto alla sua nona edizione, ironizza, con il pubblico che riempie la grande sala da oltre 400 posti del Teatro San Marco, sugli scherzi meteorologici che hanno fatto fare i salti mortali al team dei tecnici in questo avvio di edizione del festival.
Ecco, se c’è una cosa da dire di Be Popular è che è uno di quei festival dove la distanza fra la compagnia che organizza e gli spettatori, di fatto, non esiste.
Il festival, come abbiamo già raccontato, è un esperimento culturale peculiare che, coerentemente con la missione della compagnia, mira a incrociare tradizione e innovazione in un dialogo armonico, radicandosi con il patrimonio storico e umano della città berica e soprattutto abbattendo le distanze fra artisti e spettatori i quali, prima di ogni spettacolo, al motto della compagnia “Viva il teatro!”, rispondono in coro “Viva la commedia!”.
L’evento, sostenuto dal Ministero della Cultura per il triennio in corso, non è una semplice rassegna teatrale ma un organismo vivente che colonizza cortili, chiese e palazzi storici, trasformando Vicenza in un palcoscenico a cielo aperto dove il teatro popolare rivela la sua essenza più autentica: arte collettiva, accessibile e possibilmente sovversiva se il nonsense, lo humor, la risata e lo sberleffo continuano a mantenere quella drammatica capacità di ostacolare i poteri costituiti. La scelta di luoghi come Palazzo Thiene, Palazzo Da Schio o la chiesa di San Vincenzo, poi, non è una mera operazione scenografica ma si è rivelata negli anni un atto di riappropriazione simbolica dello spazio urbano, dove l’architettura rinascimentale diventa complice narrativa e l’eredità UNESCO si anima di voci, musiche e corpi in movimento. Insomma, Be Popular è una prova di come il teatro popolare possa essere uno strumento ancora efficace e vivo di rigenerazione urbana e comunità, a patto che si scelga di non chiudersi in un tabernacolo oracolare ma di abbracciare un linguaggio capace di parlare tanto agli intenditori quanto ai neofiti, soprattutto alle giovani generazioni, attraverso un mix di tradizione e sperimentazione che ne costituisce l’anima più vera.
Abbiamo schivato la giornata di maltempo con cui è iniziato il festival, quindi raccontiamo la giornata (di bel tempo) del 21 agosto 2025 durante la quale gli spettacoli, giustamente, si sono svolti al chiuso. Ovviamente c’è motivo di questa apparentemente sadica combinazione: la compagnia deve scegliere entro mezzogiorno se allestire al chiuso o all’aperto. Dopo la scommessa persa con il maltempo la sera di esordio, il giorno dopo, viste le incertezze meteo ancora presenti, si è scelto di allestire il luoghi chiusi. Ma alla fine il gradimento del pubblico ha permesso anche alla grande sala del Teatro San Marco da quasi 500 posti di riempirsi del tutto per La Mandragola, replica dello spettacolo della Compagnia Giovani di Stivalaccio, già presentato l’anno scorso al debutto nell’edizione passata del Festival, e della cui trascinante qualità abbiamo raccontato in quell’occasione. Non è un caso che il lavoro abbia poi girato e ancora giri, con oltre 50 repliche in tutta Italia: roba che per molti spettacoli con artisti di grido è impossibile da immaginare.
La giornata che abbiamo attraversato, comunque, è stato un microcosmo perfetto di questa filosofia improntata all’accessibilità che Stivalaccio ha scelto: una sinfonia di linguaggi che si dipana tra gli spazi teatrali e le chiese del centro storico con un ritmo serrato e ipnotico.
Si è cominciato, nel pomeriggio, nella suggestiva cornice della chiesa di San Vincenzo, un vero gioiellino prossimo alla Basilica Palladiana dove è andato in scena in prima nazionale assoluta Liberino di Brusaferro, Cremon e Santini, un monologo che si avvale, oltre che di una recitazione improntata ai canoni attorali della commedia, anche di un supporto digitale. Attraverso l’uso di cuffie per l’ascolto spazializzato, lo spettatore viene immerso nel mondo interiore del protagonista, un uomo che «parla troppo, parla strano, parla che non si capisce»; un reietto la cui voce diventa un corridoio sonoro verso le verità scomode del nostro tempo. La drammaturgia di Valentina Brusaferro e la regia audio di Andrea Santini hanno immaginato non solo un personaggio, un emarginato spinto al bordo della follia, o un folle che proprio in quanto tale viene spinto ai bordi della società, ma anche un paesaggio acustico che è al contempo claustrofobico e liberatorio e racconta il mondo interiore del personaggio.
Un omaggio alla cultura popolare veneta e al suo mondo rurale che supera i confini del regionalismo per cercare uno sguardo e un sentimento universale.
È un teatro che non solo da fruire con lo sguardo, ma che si ascolta con le viscere, e che parla anche ai ragazzi con il linguaggio schietto di chi è stato emarginato e cerca, faticosamente, una via d’uscita.
Il pomeriggio ha avuto seguito nel Cortile di Palazzo Thiene con un appuntamento della rassegna Be Book, dove Michele Mori e Mary Salvatore hanno presentato il volume La Mandragola, edito da Brenta Piave Edizioni, messo poi anche in vendita alla fine dello spettacolo. Questi momenti, apparentemente di rottura rispetto al flusso spettacolare, costellano il festival e sono in realtà fondamentali per comprenderne la profondità della proposta: qui la critica e la riflessione teorica si innestano direttamente sulla pratica artistica, offrendo al pubblico gli strumenti per decodificare le opere e apprezzarne non solo la superficie divertita, ma anche le stratificazioni culturali e storiche.
Ci trasferiamo poi allo Spazio Bixio, per essere investiti, è veramente il caso di dirlo per quanto mi riguarda, dall’energia esplosiva e trasgressiva di Olé! El Gypsy & El Loco di Paul Morocco & Marcial Heredia. Ci si aspetta che un critico con vent’anni di militanza e diverse migliaia di spettacoli visti, abbia quel minimo di accortezza e sappia che negli spettacoli con i comici e i clown non ci si mette mai in prima fila. E invece il pollo che fa? Si siede nel bello davanti e finisce vittima dello spettacolo e del duo che identifica nel malcapitato quello da mettere in mezzo al gioco. Eccolo il critico stordito che si siede in fila 1 posto 3, pronto a farsi bersagliare di palline da ping pong sputate dal comico, a succhiare la tetta pelosa dell’altro, a essere tirato in ballo per una surreale partita di ping pong a tre.
Per chi non conoscesse il travolgente duo, per la prima volta a Vicenza, si tratta di un ensamble che mescola chitarre flamenco, vocalità liriche e ritmi gitani in un turbine comico dove le palle da ping pong schioccano e i cliché esplodono come uova gettate contro il muro del conformismo. Il loro è un atto di puro intrattenimento colto, un omaggio giocoso a Paco De Lucia, Pavarotti e ai Gypsy Kings che diventa, per un verso, satira geopolitica e, per altro, un atto scenico dal ritmo sfrenatissimo. Per un pubblico adolescente ma anche e soprattutto per un pubblico adulto, lo show è stato una rivelazione: la tradizione musicale viene fatta a pezzi, reinventata e resa spettacolare senza perdere la sua anima, anzi, guadagnando una vitale irriverenza.
Ma soprattutto il duo mostra una serie di abilità straordinarie che uniscono giocoleria, recitazione, canto, clownerie, equilibrismo. Il pubblico, pur bersagliato e fatto oggetto di ogni scherno possibile, segue i due finanche nel cortile a fine show, come i topolini seguono il pifferaio magico. Ecco, dovrebbe esserci più presenza di clown nei cartelloni teatrali. Occorre più spazio per la surrealtà, per il principio dell’assurdo. La vita come predestinazione al dovere razionale è disumana e, quanto a deduzioni logiche, le macchine sono troppo migliori degli umani. Se c’è qualcosa che può distinguere le macchine dagli umani, me ne convinco sempre più, questa può essere solo e soltanto l’ironia.
Finiamo questo racconto ricordando che, nel cuore di ogni serata del festival, intorno alle 20, nei Sotterranei di Palazzo Thiene prende vita il progetto speciale Decamerone, una lettura scenica che attraversa le novelle di Boccaccio in occasione del 650° anniversario della morte dell’autore. Gli attori di Stivalaccio Teatro, guidati da un’idea registica che mischia musica e narrazione, accompagnano il pubblico in un viaggio dove il comico e il tragico si alternano senza soluzione di continuità, rivelando l’eterna attualità di temi come l’amore, la fortuna e l’ingegno umano. È un’operazione che restituisce Boccaccio alla sua dimensione orale e popolare, sottraendolo alla polvere dei manuali scolastici e mostrandone tutta la carnalità e la forza narrativa.
Del capolavoro di Machiavelli in chiusura di serata abbiamo già detto: la “commedia perfetta”, trasformata in un vortice di maschere, lazzi e fisicità travolgente, fa emergere il carattere anticipatorio del testo rispetto alla Commedia dell’Arte che di lì a pochi decenni avrebbe invaso l’Europa. La dimensione di studio e ricerca che da sempre Stivalaccio unisce alla pratica scenica, rende davvero questo gruppo di lavoro un caso unico in Italia e ne spiega anche il successo internazionale. Sempre, nel loro lavoro, la feroce satira si unisce al rispetto filologico, all’energia primitiva del teatro di piazza, con i suoi dialetti, le sue cadenze e la sua capacità di parlare direttamente allo stomaco dello spettatore: un equilibrio sapiente tra alto e basso, tra parola e corpo, tra tradizione e sperimentazione.
Be Popular, con la sua direzione artistica collettiva che vede coinvolte sei persone (Sara Allevi, Federico Corona, Anna De Franceschi, Michele Mori, Mary Salvatore, Marco Zoppello) non propone in nessun modo il puro intrattenimento evaporante, ma cerca di proporre agli spettatori vicentini esperienze che scavano nella memoria culturale collettiva per portare alla luce storie e linguaggi che vogliono parlare al presente.
Il laboratorio teatrale che annualmente richiama a Vicenza una trentina di giovani attori, dedicato alle discipline della Commedia dell’Arte e all’arte del buffone, è la prova di un impegno che va oltre la programmazione estiva e investe sulla formazione di un nuovo pubblico e di nuovi artisti, creando un circolo virtuoso che garantisce futuro a queste forme espressive. In un’epoca di consumo culturale sempre più digitale e disincarnato, Be Popular osa puntare ancora sulla fisicità del teatro, sulla comunità che si riunisce in uno spazio reale, sul potere eversivo della risata e della meraviglia in presenza. È un festival che invita le giovani generazioni a non essere solo spettatrici, ma complici: a lasciarsi trascinare nella parata dei buffones per le vie del centro, a perdersi nelle note di Alessandro D’Alessandro che stravolge la tradizione dell’organetto con l’elettronica, a farsi interrogare dalla bellezza struggente di Mimmo Borrelli o dal circo visionario dei belgi Okidok. Perché il teatro popolare, da queste parti, non è un reperto da museo, ma un’arte viva che chiede di essere abitata, con tutto il corpo e con tutta l’anima, come pure le città d’arte, che non possono e non devono essere solo mangiatoie a cielo aperto per turisti mordi e fuggi che prima o poi distruggeranno ogni forma di consesso sociale possibile. È anche con azioni socio-culturali come questa che si combatte la città a dimensione solo di airbnb.
LIBERINO






