RENZO FRANCABANDERA | Inizio Settembre a Bologna è il Premio Scenario 2025. Il Premio Scenario è, obiettivamente, da due decenni (giunge quest’anno proprio alla sua ventesima edizione), il vero grande trampolino di lancio per le giovani generazioni del teatro italiano. Nato grazie a un gruppo di appassionati coordinati dalla piùchepasionaria Cristina Valenti, conferma anche in questa edizione di essere uno degli osservatori più attenti e significativi del teatro emergente in Italia. Con l’intento di dare voce a nuovi linguaggi e pratiche della scena contemporanea, con un’attenzione specifica all’inclusione sociale e ai territori di marginalità, il Premio ha negli anni saputo intercettare artisti destinati a lasciare un segno profondo nel panorama teatrale, che diventano, anno dopo anno, protagonisti del Festival che è nato dal Premio e che si svolge nella cornice bolognese, tra DAMSLab, Giardino del Cavaticcio e altri luoghi simbolici della città.
Qui, oltre a spettacoli di artisti passati per il festival e che forse proprio al festival devono parte del loro essere diventati di successo, sfilano poi in lunghe maratone mattutine, sotto lo sguardo della giuria critica e di quella dei giovani spettatori (quest’anno coordinati in laboratorio da Fabio Acca), i progetti finalisti, che vengono presentati in forma di corti teatrali di venti minuti e valutati in una selezione che non si limita a decretare i vincitori, ma contribuisce a delineare le traiettorie del nuovo teatro.
Questa edizione he poi introdotto due riconoscimenti inediti, che arricchiscono la tradizione del Premio, nati dopo le dolorose scomparse, lo scorso anno, di due colonne del Premio: il Premio Alessandra Belledi per la sfida artistica e il Premio Stefano Cipiciani per il dispositivo scenico, entrambi volti a intercettare non soltanto le idee drammaturgiche ma anche la radicalità delle pratiche e la forza degli strumenti performativi, le linee di ricerca capaci di interrogare tanto i linguaggi quanto le urgenze del presente.
Dicevamo della presenza al festival degli artisti che hanno attraversato il premio come concorrenti: Davide Enia con Autoritratto, andato in scena il 3 settembre al Giardino del Cavaticcio, si inserisce proprio in questo solco. Finalista nel 2001, Enia è tornato dopo oltre due decenni, ma in una posizione diversa, riconosciuto come una delle voci più significative della drammaturgia italiana degli ultimi vent’anni.
Autoritratto non è soltanto un ritorno alle origini, ma un esercizio di scavo, un attraversamento intimo delle proprie matrici artistiche e biografiche, accompagnato dalle musiche di Giulio Barocchieri. È una riflessione sul rapporto fra vita e narrazione, fra esperienza e scrittura scenica, che offre al contempo una sorta di bilancio e una dichiarazione poetica. Presentato al Giardino del Cavaticcio, lo spettacolo si colloca lungo un percorso autoriale di narrazione che intreccia memoria individuale e collettiva, con una scrittura scenica capace di muoversi fra autobiografia e tragedia civile e che qui sceglie di coagularsi intorno a un tema doloroso: la difficoltà di nominare, ricordare e restituire il trauma delle stragi mafiose, a partire da quella di Capaci. Il dispositivo narrativo prende avvio da una confessione: l’assenza di ricordo del 23 maggio 1992. Da questo vuoto, che non è semplice dimenticanza ma rimozione emotiva, nasce un’indagine personale e al tempo stesso condivisa, che diventa corpo drammaturgico. Lo spettacolo si articola in una serie di ricordi che fanno luce su alcune piccole e grandi tragedie, sulla raffica di omicidi e violenze alle persone e al territorio che segnarono la fine degli anni Settanta e tutti gli anni Ottanta, con l’ascesa al potere del clan dei Corleonesi dentro Cosa Nostra, e che culminarono con le due stragi di Capaci e Via D’Amelio a distanza di poche settimane l’una dall’altra. La voce di Enia non è mai soltanto la sua, ma quella di un’intera comunità siciliana, meridionale mi verrebbe da dire, unendo anche la mia di biografia a quella sequenza di ricordi. Ho ricordato di una marcia di decine di migliaia di persone da Palmi a Reggio Calabria, e di tante manifestazioni in tutto il Sud che voleva ribellarsi, uscire dalla convivenza, dalla “nevrosi” del rapporto con Cosa Nostra e la criminalità organizzata, quale che fosse. Autoritratto mette in scena l’ambiguità di un’identità collettiva segnata da introiezioni inconsapevoli: comportamenti, reazioni emotive, modalità di relazione che rispecchiano, senza volerlo, la logica di potere mafiosa.
La dimensione intima si fa quindi politica, perché torna a uno degli interrogativi più profondi su come funziona la psiche umana e su come il male non sia soltanto un’entità esterna ma una forza che si infiltra, si interiorizza e modella gli sguardi e i gesti quotidiani. L’apparato scenico – le musiche dal vivo di Giulio Barocchieri, le luci di Paolo Casati, il suono di Francesco Vitaliti – sostiene con sobrietà una drammaturgia che privilegia la parola e la presenza dell’attore, senza orpelli. È un teatro che si affida all’essenzialità, in cui la voce di Enia, la sua fisicità trattenuta e i silenzi che intervallano le scene hanno il compito di convocare memorie e interrogativi. Gli abiti di scena sono disegnati da Antonio Marras e la maglietta che Enia indossa rimanda al cuore che cade a pezzi di sua madre, incapace di rispondere al figlio sul motivo per cui vivessero in una città dove i bambini invece che giocare fra giostre e parchi dovevano scansare macerie e morti ammazzati. Lascia doloroso silenzio, o battimani che soprattutto chi ha vissuto quegli anni vive con il dolore di comprendere che quella battaglia non è vinta, perché quel potere si è solo inabissato, infiltrandosi nei comuni e nelle burocrazie della operosa Emilia, o della ricca Lombardia. Solo tra il primo gennaio 2022 e il 30 settembre 2023, sono stati sciolti 18 enti locali in tutta Italia, a dimostrazione di una diffusione del fenomeno che non si limita al sud.
Ma torniamo al futuro, alle giovani generazioni. Li vorremmo speranzosi. E in parte lo sono. Ma in parte, tragicomicamente, anche no.
Torniamo alla competizione tra i progetti finalisti. I venti corti teatrali sono stati in programma il 2 e il 3 settembre e, da questa cartografia di linguaggi che spaziano dalla drammaturgia autobiografica alla sperimentazione performativa, dalle riflessioni sull’identità di genere e le relazioni familiari fino alla critica dei dispositivi digitali e delle dinamiche sociali, quattro sono stati premiati, a incarnare – almeno simbolicamente – le direzioni future della scena.
I vincitori del Premio Scenario e del Premio Scenario Periferie, insieme a coloro che hanno ricevuto i due riconoscimenti speciali, hanno poi presentato i loro lavori il 4 settembre nella serata conclusiva al Giardino del Cavaticcio, occasione in cui il pubblico ha potuto misurare la forza di queste nuove voci non come frammenti isolati, ma come parte di una costellazione più ampia. E ha ragione Cristina Valenti, presentando i corti vincitori e leggendo le motivazioni di ciascuno dei quattro premi, a dire che è stata davvero un’edizione fortunata e incredibile.
La serata conclusiva ha restituito l’immagine di un teatro giovane, eterogeneo e radicale, dove i linguaggi si intrecciano a urgenze politiche e biografiche, producendo una geografia di forme e visioni che non teme il rischio. I quattro progetti vincitori, diversi per poetica e approccio, compongono la Generazione Scenario 2025, destinata a segnare le prossime stagioni con debutti in forma compiuta.
E partiamo dal fondo, andando a ritroso rispetto all’ordine in cui sono stati presentati i corti.
Infinita bellezza del collettivo milanese Fondamenta Zero, vincitore del Premio Scenario, affronta il nodo degli stereotipi culturali con un dispositivo volutamente analogico, che affida al libro e alla materia cartacea la funzione di strumento scenico. È una scelta politica e poetica insieme: abbandonare il digitale, con le sue false sicurezze, per affidarsi alla fallibilità postdrammatica ma anche relazionale dell’oggetto concreto. Il pubblico diventa parte di un processo in cui ironia e inquietudine si alternano, smascherando distorsioni linguistiche e culturali e costringendo a rivedere la propria posizione. Abbiamo visto spettatori abbandonati con un copione e quattro istruzioni a dover mettere in scena un Amleto. Abbiamo recitato con una voce che ci arrivava con le cuffie nelle orecchie e che ci sussurrava cosa dire e cosa fare. Claudia Manuelli e Aron Tewelde sono bravi e “smart” nel loro muovere la macchina con il piglio da stand up comedian postdrammatici.

La forza del lavoro sta nella leggerezza che non rinuncia alla profondità, nel costruire una dialettica continua fra sorriso e consapevolezza critica dell’espediente creativo. Tewelde peraltro, classe ’96, è un po’ come il fantino Tittia, che vince al Palio di Siena con qualsiasi cavallo gli mettano sotto la sella. Così, pure lui è tornato a vincere dopo che anche nel 2020, insieme al Hombre collettivo, aveva vinto Scenario Infanzia con Casa Nostra e ancora nel 2022, sempre Scenario Infanzia, con BRAT.
Infinita Bellezza è apprezzabile e in 20 minuti il gioco degli spettatori con il libretto che a schiocco di dita viene sfogliato, funziona. Sarà un bel rischio artistico allungare questo dispositivo. Occorrono altre brillanti idee collegate e capaci di costituire armonia con quanto fatto. Vedremo dove arriveranno. Hanno avuto grande fiducia da molti per andare avanti con un lavoro che vede coinvolta oltre alla Manuelli come regista anche la assistente alla creazione Camilla Violante Scheller.
Con L’isola dei ciccioni felici, Andrea Mattei conquista il Premio Scenario Periferie ponendo al centro il corpo come atto politico. L’ingresso in scena dell’attore non è un gesto neutro: è un’irruzione in platea e che, in generale, vuole sovvertire l’ordine dello sguardo, obbligando lo spettatore a confrontarsi con i propri pregiudizi.
Il lavoro nasce da materiali biografici e interviste, restituendo una coralità di voci che riflettono sull’identità, sull’accettazione e sulla rappresentazione. L’isola evocata dal titolo diventa metafora di uno spazio di resistenza, un territorio interiore in cui rivendicare il diritto all’esistenza e alla felicità, fuori dalle norme imposte dalla società. È un teatro che si fa corpo vivo, specchio e domanda insieme. Mattei racconta di personaggi inventati, ma sembra parli di se stesso, di un sé che diventa metafora di una messa a nudo dello sguardo dello spettatore, fino a offrirgli la sua nudità.

La fisicità di Mattei ovviamente conduce il gioco, ma l’interprete, che imperversa fra scena e platea con piglio istrionico, con un fare sadico e consapevole, con smorfie e posture espressive che raccontano quanto abbia studiato Carmelo Bene, ha strumenti (anche vocali) di alto calibro, che possono accogliere sfide anche più ampie. I 20 minuti funzionano e l’interprete ha tutta le tecnica per portare avanti, con il suo vocione suadente, tutta l’ora di spettacolo che da qui in avanti andrà a costruire. Ne siamo sicuri. Ci è piaciuto, e proprio perché ne riconosciamo il chiaro talento, diciamo che l’asticella, specie quella drammaturgica si può alzare, perché Mattei può fare salti ancora più impegnativi, giocando ad esserci ma anche a “non esserci”. E d’altronde sono già quattrocento anni che a teatro si pensa a come riuscirci al meglio. Aspettiamo quindi con curiosità la versione di Andrea.
Ci è piaciuto in modo assoluto, senza remore, Dad or Alive del collettivo padovano BumBumFritz cui è andato il Premio Stefano Cipiciani per il dispositivo scenico. I due arrivano vestiti da operai post-tech, un po’ Daft Punk in salsa patavina per uno spettacolo che è un vero e proprio concerto elettro-demenziale (ma solo apparentemente), costruito, come loro stessi spiegano in modo fulmineo a inizio spettacolo, intorno al tema dell’Eco-Ansia che sta togliendo alle giovani generazioni ogni voglia di genitorialità, come descrivono anche molti studi accademici di matrice sociologica.

Brillanti senza mezze misure già dal titolo, i due sono andati a fare interviste a loro coetanei, ricavandone una serie di audio che utilizzano come pretesto per le loro tracce sonore che intervallano sciorinando, a ritmo di techno eseguita live, angosciantissimi dati su quello che ci aspetta.
Qui il “teatro” (che proprio in quanto medium dei media è capace di accogliere anche questo genere di proposte così out-of-the-box) parte dal pretesto dell’interrogazione sulla genitorialità e sulla possibilità stessa di trasmettere eredità in un mondo in crisi, per sfidare senza mezze misure, attraverso un intreccio serrato di voce e musica, la capacità dello spettatore di venir trascinato dentro una vera e propria trance emotiva indotta dal connubio di testo e musica. Il lavoro costruisce una pressione ritmica costante che incalza il pubblico, traducendo in forma scenica l’ansia e la difficoltà del tempo presente: posso testimoniare che su di me l’esperimento è riuscito benissimo, e anche sugli spettatori del Cavaticcio che hanno applaudito alla creazione in modo più che convinto. Le domande – avere figli o no, come crescerli, con quali risorse – si aprono a un campo più vasto, che interroga la responsabilità collettiva e il futuro, e il dispositivo scenico (bello tutto, comprese le proiezioni e il videomapping a cui si sono dedicati Giovanni Frison, Michele Tonicello questa la reale identità dei Daft della città dei tre senza) diventa così non solo cornice ma sostanza della drammaturgia, in cui il ritmo stesso, oltre alla parola, è il cuore del conflitto. Ci hanno convinto al 100%. Non dubitiamo che abbiano gli strumenti e la brillantezza per una extended version di questi più che esplosivi 20 minuti. Loro, per quanto mi riguarda, sono stati la vera grande novità, quella cosa che, così come fatta, non s’era mai vista. Bravi! Ho goduto. Anche se mi avete fatto venire un’eco-ansia terribile, porcatrò…
E arriviamo all’inizio, ai vincitori del Premio Alessandra Belledi per la sfida artistica andato a Concerto per uno sconosciuto del Progetto Kungsleden. Anche a Pietro Cerchiello, in scena con il duo di musicisti Valerio Luraschi e Mark Kevin Barltrop, il talento non difetta. Anzi. Ha già quella sfrontatezza e quella misura del limite fra tragico e comico che fa il vero attore. Qui il cammino diventa drammaturgia (a quattro mani fra l’interprete e Tommaso Imperiali), trasformando la dimensione del viaggio in una tessitura di parole, immagini e musica.
Il racconto è un affresco generazionale, sotto molti aspetti, ed è anche la cosa più interessante. La chitarra elettrica (con tutto un ambaradan elettronico che funge da music box) e l’euphonium non accompagnano semplicemente la scena, ma diventano potenti strumenti narrativi che si alternano alla voce narrante, facendosi capaci di aprire orizzonti visionari. E quindi dopo una tirata in monologo di Cerchiello che fa la parte del post-adolescente che vuole partire verso le sfide della vita, le glaciali e spettacolari immagini del suo viaggio in solitaria a piedi nella tundra poco sotto il Circolo Polare Artico, unite alle abilità musicali (con il duo che esegue le musiche composte da Marina Boselli insieme a Imperiali e Barltrop), ci portano in un’atmosfera di pacificazione e ricerca spirituale.
Il lavoro si muove felicemente tra la solitudine del passo e la sorpresa dell’incontro, in un equilibrio fragile che accetta il rischio dell’erranza come condizione necessaria all’arte e alla vita. È una sfida che unisce delicatezza e radicalità, portando in scena la bellezza dell’imprevisto.
Sperando che il tutto, nell’allungarsi a spettacolo, non diventi troppo new age e che resti il giusto beccheggio fra satira social-generazionale e narrazione ambientale per musica e immagini, possiamo dire che Cerchiello è sicuramente uno che magari fra 15 anni, potremmo rivedere come Enia a raccontarci altre storie al Festival. Se noi vecchi ancora ci saremo.

Chiudiamo con due considerazioni generali: parlavamo di talenti. Ecco, possiamo dire con grande tranquillità che a nessuno dei vincitori di questi quattro riconoscimenti mancano i talenti per riuscire. Nessuno difetta non solo di tecnica, ma anche di determinazione e di quel sano cinismo che serve a chi vuole sopravvivere nello squalesco mondo del teatro, dove tutti combattono, ma ognuno per sé (purtroppo).
Era da tanto che non si vedeva tanta caustica freschezza. I quattro progetti non sono peraltro soli: accanto ai quattro vincitori, le menzioni a Lieve, indicibile e a Tartaruga mostrano la ricchezza della selezione, confermando che in questa edizione davvero c’è stata una grandissima qualità, voci molteplici, accomunate dal desiderio di innovare i codici e di attraversare i territori più fragili e contraddittori della società.
La Generazione Scenario 2025 si muove incazzosa con il piglio della stand up comedy, la lezione post drammatica del teatro degli ultimi due decenni, l’esplosione dei codici dell’intelligenza artificiale e della digitalità che offrono anche scenicamente incredibili possibilità sceniche pret-à-porter o quasi.
Il teatro italiano si arricchisce di nuove traiettorie, segnate dalla volontà di coniugare intimità e politica, ricerca formale e responsabilità etica. I debutti nazionali previsti per inizio 2026 costituiranno la prova di maturità per questi artisti, chiamati a trasformare i corti premiati in opere compiute. Occorre avere fiducia in questa generazione di tragicomici disperati, perché come disse (pare) Paulo Coelho «Quando non ho avuto più niente da perdere, ho ottenuto tutto». E speriamo che davvero sia così, e anche che non si sciolgano i ghiacciai, che non ci sia l’invasione delle cavallette, e che il teatro continui a vivere, in saecula saeculorum.
Amen.
AUTORITRATTO
di e con Davide Enia
musiche composte ed eseguite da Giulio Barocchieri
luci Paolo Casati
suono Francesco Vitaliti
co-produzione CSS Teatro stabile di innovazione del Friuli Venezia Giulia, Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, Accademia Perduta / Romagna Teatri, Spoleto Festival dei Due Mondi
si ringrazia per gli abiti di scena Antonio Marras
CONCERTO PER UNO SCONOSCIUTO
concept Pietro Cerchiello
drammaturgia e regia Pietro Cerchiello, Tommaso Imperiali
musiche Marina Boselli, Tommaso Imperiali, Mark Kevin Barltrop
con Pietro Cerchiello, Valerio Luraschi, Mark Kevin Barltrop
L’ISOLA DEI CICCIONI FELICI
di e con Andrea Mattei
movimenti di scena e tecnica Marta Vergani
voce Elena Cupidio
musiche iGerardePardiè
disegno luci Massimo Giordani
cartello Simona Campisi, Lorenzo Fedi
con il prezioso aiuto di Alessandro De Giovanni, Jacopo Tomei Sandrelli, Virginia Sidoti
DAD OR ALIVE
di e con BumBumFritz
idea, live electronics, videomapping e regia Giovanni Frison, Michele Tonicello
INFINITA BELLEZZA
regia e drammaturgia Claudia Manuelli
con Claudia Manuelli, Aron Tewelde
assistente alla creazione Camilla Violante Scheller





