RENZO FRANCABANDERA | Qualche respiro profondo anticipa i passi. I sette, quando la loro collega di coro in posizione centrale espira in modo sonoro dopo il termine del canto precedente, con drammatica lentezza muovono un passo verso il proscenio. Succede diverse volte e così, quello che all’inizio dello spettacolo era in penombra, in fondo, si porta davanti in luce.
Sono disposti in base a una rigorosa simmetria, i sette, simmetria esaltata dai costumi che, nei colori del bianco e del nero, consentono all’occhio, per un verso,  di non dover muovere la percezione generale, e per altro verso, comunicano alla vista qualche elemento asimmetrico, studiatissimo e misurato, come i polsini delle camicie che sbucano vistosamente dalla giacca a due di loro, facendo pendere uno squilibrio di bianco sulla destra bilanciato però dal luccicare degli stivali da neve stile Moon Boot sulla sinistra in basso. E l’occhio, poi, naturalmente, balla sul contrasto lucido/opaco e finisce sul total black della figura più minuta ma non certo vocalmente blanda.
Un gioco/lezione sui contrasti di Itten, molto misurato ed equilibrato, a sconvolgere il quale pare sia stato Sciarroni stesso, chiedendo di avere ben in vista l’icona pop di Cobain. Parliamo così diffusamente di questo elemento che, insieme al modesto ma continuo salire delle luci e al piccolo movimento dei corpi e dei volti dei performer, rappresenta il tutto scenico di U. (un canto) di Alessandro Sciarroni, proprio per specificare con quanta microscopica minuzia, nei suoi lavori, l’accento sia su ogni dettaglio. Dove si gioca al bordo dell’immobile, della ripetizione, della maschera neutra, lì veniamo chiamati a osservare tutto con ogni attenzione.

U. è stato riproposto il 5 settembre al Teatro Sperimentale di Ancona da Marche Teatro, con la direzione artistica di Giuseppe Dipasquale, che produce la creazione. Si è così voluto un prologo poetico alla stagione 2025/26 vera e propria.

La performance è incentrata eminentemente sulla voce. U. è un susseguirsi di undici composizioni (più un bis, una bonus track dopo gli applausi) per sole voci. Piccole composizioni di autori contemporanei italiani. Il canto più antico risale alla fine degli anni 60, il più recente è del 2019.
Un concerto corale, dunque, con la suggestione “montanara” che già si era data quando l’artista aveva lavorato sulle danze tradizionali. Un ossimoro per chi è nato davanti al mare.
All’inizio dello spettacolo è tutto chiaro, tutto in chiaro. Su fondale di misurato e crepuscolare grigio antracite, le scritte tolgono qualsiasi aspettativa drammaturgica: riportano il testo e l’autore del brano, l’anno di composizione e la scansione in undicesimi, con la progressiva numerazione. A ogni passo si sa precisamente a che punto della performance ci si trova. Ben altro esercizio rispetto a quel Folk-s dove si ballava finché o tutti i performer si fermavano sfiniti, o l’ultimo spettatore usciva di sala. Qui no. Non viene chiesto allo spettatore di seguire una trama o di innescare una gara di resistenza con l’atto performativo ma di lasciarsi sorprendere da un rito costruito intorno alla voce: questo è il punto di arrivo a cui è giunto l’artista, già Leone d’Oro per la Danza a Venezia 2019, che viene dal mondo della performance e che ha fatto della contaminazione disciplinare il principio operativo del suo lavoro. Non è un caso che nelle sue produzioni la danza, il teatro, la musica e la pratica performativa convivano ormai in modo quasi indistinguibile e quindi innominabile, come strumenti per sondare la presenza e il tempo, in modo che ogni gesto, ogni pausa e ogni suono diventino elementi di un vocabolario condiviso, capace di attraversare i linguaggi.
Nel suo percorso recente Sciarroni ha impostato una ricerca che potremmo chiamare di “distillazione”: ridurre la dinamica cinetica fino all’osso per mettere in evidenza i segni minimi, lavorare su ripetizione, resistenza e sottrazione per far emergere una forma di ritualità contemporanea. Da questa tensione discende la scelta di esplorare la vocalità come materia performativa, non solo come veicolo narrativo ma come corpo che abita lo spazio scenico e che trasforma l’atto dell’emissione vocale in un atto di relazione tra chi manifesta il suono e chi lo riceve.
Il progetto U. (un canto) nasce proprio da questa contezza: non è un concerto convenzionale né una coreografia tradizionale, è piuttosto una drammaturgia costruita a partire da canti corali popolari italiani e da lunghe sospensioni di silenzio; l’esperienza scenica si articola su sette interpreti vocali: Raissa Avilés, Alessandro Bandini, Margherita D’Adamo, Nicola Fadda, Diego Finazzi, Lucia Limonta, Annapaola Trevenzuoli, attori dalle spiccate doti vocali individuati con i due esperti musicisti che da anni affiancano Sciarroni, Aurora Bauzà & Pere Jou.
Gli interpreti avanzano dallo spazio più remoto del palco verso il pubblico, alternando brani e pause e mettendo in scena una coreografia di voci e di silenzi che lavora sulla memoria collettiva e sulla fisicità del canto.
Il movimento ridotto e l’enfasi sulla durata fanno sì che la vocalità occupi lo spazio nello stesso modo in cui lo farebbe il corpo: la voce ha peso, direzione, intensità e diventa insieme gesto e luogo di incontro.
Per capire come si è arrivati a questo progetto è utile guardare a un episodio che fa da anello di congiunzione nella sua ricerca: nel 2022 Sciarroni ha collaborato con la Triennale di Milano per azioni performative in cui elementi apparentemente estranei — dai cerchi da hula-hop alla musica di John Cage — venivano usati per ripensare il rapporto tra movimento, suono e spazio; in quel contesto l’artista ha incontrato e approfondito repertori corali del Nord Italia del dopoguerra, repertori che hanno acceso la curiosità per una pratica vocale collettiva capace di conservare memorie sociali e affettive e al tempo stesso di essere manipolata drammaturgicamente. Da questa scoperta è partita la fase di raccolta, di ascolto (spesso sul campo e in archivio) e di sperimentazione con cantanti di formazione diversa, con cui Sciarroni ha confezionato una drammaturgia che alterna l’oralità del canto popolare alla concretezza del gesto performativo.
La scelta di coinvolgere sette voci con percorsi vocali differenti non è casuale: permette di costruire un tessuto sonoro omogeneo e insieme stratificato, dove la differenza di timbri e di tecniche diventa materia per modulare tensione, intimità e distanza nel pubblico.
Proceduralmente, il lavoro su U. ha seguito fasi tipiche di ricerca performativa contemporanea: ricerca etnomusicologica e raccolta del materiale, poi prove di “traduzione” drammaturgica — capire quali elementi melodici o testuali mantenere, quali trasformare — e infine un lavoro rigoroso sul timing, sulle pause e sulla distanza corporea che rende possibile la “choreography of voices”. Ciò che rende il progetto particolarmente adatto a una riflessione accessibile, che avvince il pubblico per soavità e intima pace che da questo atto di grande bellezza obiettivamente trasuda, è proprio il modo in cui l’atto creativo fonde in sè il familiare (canti popolari, voicing collettivo) con l’estraneo (silenzio prolungato, restrizione del movimento), costringendo lo spettatore a rinegoziare il suo ruolo: da consumatore passivo a partecipante attivo di un campo sonoro che richiede ascolto attento e presenza corporea.
E in sala il silenzio è assoluto.

U. un canto

In termini di pratica scenica, questo significa che ogni pausa è progettata con la stessa cura di un gesto coreografico e che la voce è trattata come un’unità scenica capace di segnare confini, creare linee di tensione e modulare la percezione temporale: quando la voce si fa simmetria del corpo, diventa possibile vedere il “movimento” anche nella stasi. E U. (un canto) regalano davvero una sensazione di pace e armonia assoluta.
Il contrasto con il mondo fuori è drammatico, bruciante.
La lezione di Sciarroni al linguaggio, la ragione per cui mi risulta di estrema fascinazione questa pratica, è conseguente e consustanziale alla lezione sulla tragica assenza della pausa, dell’intervallo, che Gillo Dofles in un bellissimo libro che mi capita di citare spesso, dichiarava appunto perduto nella nostra società.
Questa idea di un tempo lungo, lunghissimo, sospeso, si è fatta spazio nella performance come dispositivo per far emergere memorie collettive attraverso pratiche essenziali, ripetitive e rituali, dove la sottrazione dell’orpello barocco diventa metodo per mettere a nudo il senso.
In questa prospettiva di lettura, itervallo era finanche l’errore, quello dei giocolieri cui cadeva il birillo in Untitled.
Ed effettivamente il contemporaneo non ammette intervallo, non ammette errore, non ammette pausa.
Per questo U., nell’intimo del luogo teatrale, risuona con forza quasi aliena, rispetto al disgustoso rumore del fuori. Ed è anche motivo per cui ai ricercatori di dopaminica soddisfazione da scroll istantaneo questo spazio-tempo dilatato sciarroniano può risuonare quasi insopportabile: è un costante monito a quell’ecologia della pausa, del tempo esteso, che si è perso.
Di cui non siamo più capaci.
Di cui non siamo più padroni.

 

U. (UN CANTO)

di Alessandro Sciarroni
con Raissa Avilés, Alessandro Bandini, Margherita D’Adamo, Nicola Fadda, Diego Finazzi, Lucia Limonta, Annapaola Trevenzuoli
direzione musicale e training vocale Aurora Bauzà & Pere Jou
collaboratore training vocale Oussama Mhanna
consulenza drammaturgica e training fisico Elena Giannotti
styling Ettore Lombardi
luci Valeria Foti
suono Francesco Roti Pallone
prodotto da Corpo Celeste_C.C.00# e Marche Teatro, in coproduzione con Progetto RING(Festival Aperto – Fondazione I Teatri Reggio Emilia, Bolzano Danza – Fondazione Haydn, FOG Triennale Milano Performing Arts, Torinodanza Festival, Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale), CENTQUATRE – PARIS, Festival d’Automne à Paris, Sanpapié, Maison de la Musique de Nanterre. Con il supporto di Dance Reflections by Van Cleef & Arpels. In collaborazione con Centro per la Scena Contemporanea di Bassano del Grappa

Teatro Sperimentale, Ancona | 5 settembre 2025