ELENA SCOLARI | Breve storia di Venezia. O meglio della nascita di Venezia. All’inizio del V secolo i barbari cominciarono a invadere la penisola e gli abitanti di quella parte d’Italia lagunare, favoriti dalla specificità del luogo, poterono sottrarsi al pericolo con la fuga; avevano infatti un ottimo rifugio: le isole delle lagune vicine, riparate, sicure. In queste, nel corso del tempo, si istituì la forma di governo dei dogi, il ‘dogato’, appunto. Per convenzione si data la fondazione della città nel 421 quando la sede del governo fu stabilita nell’isola di Rialto; qui si trasferirono le principali famiglie della città e qui fu trasportato anche il corpo dell’evangelista Marco (san Marco). Rialto divenne popolosa, aumentarono gli edifici, le autorità e le ricchezze, trasformando l’isola nella città di Venezia. In realtà il fatto è successivo all’anno 421 ma la convenzione è rimasta per via della consacrazione dell’importante chiesa di San Giacometto nell’isola. Dunque nel 2021 sono stati festeggiati i 1600 anni della città più bella del mondo.
In quell’occasione Teatro Pantakin ha prodotto lo spettacolo Venezia millenaria, che ha riproposto la sera del 13 settembre 2025 per festeggiare invece il proprio compleanno: 30 anni di vita teatrale della compagnia. Fin dalla sua nascita Pantakin ha ideato, organizzato e promosso a Venezia e sul territorio nazionale eventi e manifestazioni culturali, spinta dall’esigenza di continuare a esplorare le nuove forme e i nuovi linguaggi del fare teatro nell’intento di mantenere vivi il dialogo e la sinergia con il territorio. Tra queste il festival Teatro in Campo e in Isola, realizzato nel centro storico e sulle isole della laguna.

Siamo in Campiello Pisani, dietro Campo Santo Stefano, e la sfida è raccontare 1600 anni di storia in 1600 secondi, cioè 26 minuti. Ventisei proprio come le lettere dell’alfabeto, completo di x, y, j, k e pure la w. Come nell’elezione dei dogi, due personaggi in costumi seicenteschi invitano gli spettatori a pescare le “ballotte” con le lettere da un canestro, così si compone un ordine casuale di piccole storie “illustrate” dagli attori in scena che raccontano la C di Casanova, la M di Marco Polo e di san Marco (ma un coro dal pubblico si alza per la M di mona), ma anche la F di freschin: quel particolare odore di piatti lasciati sporchi da qualche giorno o del pesce vicino all’andare a male, un olezzo tipico dell’umidità veneziana.
Una grande cornice dorata con un velatino come tela porta le immagini proiettate, effimere e leggere, della città, dietro quel velo Pantalone si fa aiutare dal Dottore, da Brighella, Colombina e Arlecchino per narrare storie di cortigiane, capitani del mar, imperatori, gente comune. Fazzoletti di tempo che viaggiano sul filo dell’acqua.
Meredith Airò Farulla, Matteo Campagnol, Rossana Mantese, Emanuele Pasqualini, Irene Silvestri, Silvia De Bastiani, Michael Modesto Casarin, Manuela Massimi e altri giovani allievi, mentre un contatore segnala il countdown da 1600 fino a 0, passano attraverso i sei sestieri spiegandoci che gli abitanti dei tre orientali – San Marco, Castello e Dorsoduro – e dei tre occidentali – San Polo, Santa Croce e Cannaregio – erano chiamati rispettivamente Castellani e Nicolotti ed erano rivali; oppure rievocano l’origine della parola ciao che deriva da sciao vostro e cioè il saluto di riguardo schiavo vostro; o ancora ci raccontano che Venezia è stata la prima in tantissime cose: il primo Casinò, la prima legge sul lavoro minorile, la prima casa editrice dei libri tascabili, i Manuzio.
Ricordando i Pitura Freska e I Pin Floi (Oi ‘ndemo veder i Pin Floi…), si arriva alla Venezia di oggi, fatta ancora di insuperabile e insopportabile bellezza ma anche di spopolamento e acqua alta. Ah sì, dimenticavo: la M è anche la lettera del Mose.

Venezia Millenaria è uno spettacolo popolare, è una summa di ciò che può essere il teatro popolare: aperto, rivolto al pubblico con calorosa sincerità, ricco di invenzioni e colori, divertente ma sempre con una nota cinica e arguta, appassionato.

Al teatro popolare è stata dedicata la giornata di studio che ha preceduto lo spettacolo. Una mattina e un pomeriggio con interventi di Roberto Cuppone (Università di Genova), Stefano Perocco di Meduna (mascheraio), Leonardo Mello (Veneziamusica e dintorni), Fabrizio Panozzo (AIKU – Università Ca’ Foscari), Andrea Merendelli (Teatro di Anghiari e Tovaglia a quadri), Edoardo Siravo (Plautus Festival), Carlo Mangolini (in scadenza all’Estate Teatrale Veronese e responsabile del progetto Teseo), Manuela Massimi (Pantakin), Filippo Dini (attuale direttore artistico del Teatro Stabile del veneto), gli attori Giuliana Musso e Andrea Pennacchi.
PAC ha seguito la seconda parte dei lavori, con interventi incentrati sul definire, oggi, cos’è teatro popolare. Interessanti tutte le relazioni del pomeriggio cui abbiamo assistito e in particolare le osservazioni di Fabrizio Panozzo sulla contrapposizione ancora viva, parrebbe, tra teatro popolare e teatro di ricerca, “generi”, a onor del vero, già fusi nell’espressione, appunto, ‘teatro popolare di ricerca’ che Gerardo Guccini coniò a metà degli anni ’90 e ancor prima in quella di ‘teatro d’arte per tutti’ di Giorgio Strehler e Paolo Grassi che nel 1947 fondarono il Piccolo Teatro di Milano con questa linea artistica. Ma ancora resiste la frangia minoritaria ed elitaria di chi si bea di non capire cosa vede in scena, si veste di nero come gli esistenzialisti e ascolta Radio 3, dice Panozzo. Una provocazione. Un cliché romantico e snob non più così vitale, vogliamo credere.


Preciso e puntuto il punto di vista di Giuliana Musso, che sposta l’asse definendo il teatro popolare non come un genere ma come un atteggiamento, una postura. Chi lo fa mette al centro l’interprete, il suo corpo, l’essenzialità comunicativa per spogliarsi degli orpelli concentrandosi su ciò che si vuole trasmettere. Si potrebbe aggiungere che l’attore esplora ciò che ritiene necessario (cioè indispensabile) diventando lo strumento tramite cui lo spettatore avverte come propria una riflessione o un’esperienza che nasce da un altro soggetto.
Filippo Dini riporta molti dei difetti del teatro d’oggi alla mancanza di dialogo tra artisti, indotta anche da un sistema istituzionale che non lo facilita e invita a ribellarsi ritrovando tempo, luoghi e spazio per il confronto e la discussione. Andrea Pennacchi porta la sua idea agganciandola all’utilizzo dei social e dello strumento video, analizzando come le nuove generazioni affrontino il concetto di “allargare la platea” avvalendosi di mezzi che al popolo si rivolgono pur senza averlo fisicamente di fronte.
Impossibile esaurire la questione in una giornata, pur ricca di pensiero, ma Pantakin ha giustamente voluto riportare il tema alla ribalta, il teatro è arte del popolo, e se il loro Venezia Millenaria si conclude con la lettera D, chiedendo di esprimere un Desiderio per la città, il teatro deve continuare a rispondere con la I di Immaginazione.

Venezia, 13 settembre 2025