SOFIA BORDIERI | Dal 7 al 13 settembre abbiamo seguito Short Theatre giunto alla ventesima edizione, curata da quest’anno pluralmente da Silvia Bottiroli, Silvia Calderoni, Ilenia Caleo e Michele Di Stefano.
È vero, come si legge nel coloratissimo programma felicemente camp (il cui progetto grafico è esso stesso un’opera firmata Noura Tafeche), che il festival genera atmosfere e relazioni, occasione preziosa di incontro soprattutto per addettǝ ai lavori.
Il calendario composito ha visto, oltre alla programmazione, la presenza di installazioni, climi sonori, incontri e, da evidenziare, CLASSE, il progetto “di trasmissione” e “pedagogie inventate” che ha coinvolto un corposo numero di studenti, performer, artiste e artisti in un ciclo eterogeneo di incontri mattutini e pomeridiani, questi ultimi aperti al pubblico.
Lunedì 8 è stata ospitata anche l’Assemblea Nazionale di lavoratori e lavoratrici dello spettacolo che ha visto il passaggio di centinaia di singoli, compagnie, associazioni e addettǝ ai lavori. I quattro tavoli della mattina e la riunione plenaria pomeridiana hanno dato vita a una specie di utopica unione nazionale del settore che speriamo possa avere impatto incisivo e trasmissivo longevo nel comparto generale delle arti.
Iniziamo a percorrere il festival a partire da domenica 7 settembre. Siamo nello spazio Galleria de La Pelanda – Mattatoio di Roma dove la temperatura è caldissima, l’atmosfera quasi asfissiante e sinistra. Una serie di luci al neon illumina soffusamente un polittico argenteo immerso nel fumo e nell’eco di bombardamenti che emergono da rumori bianchi.
Nell’ultimo lavoro di Dewey Dell, Echo dance of furies, Agata e Teodora Castellucci sembrano corpi sopravvissuti. Tese e in allerta scattano con movimenti improvvisi, si abbracciano ripetutamente e le loro mani, che non cullano nessuno, sono sempre pronte al riparo. La protuberanza affissa al centro della struttura alle loro spalle ha la forma di un osso iliaco, un bacino anch’esso argenteo. È una reliquia o un ex voto? Anche il ventre di Teodora, disvelato per un secondo, è metallico: impreziosito e protetto o spoglia infeconda? L’atmosfera di calma è apparente e, già presagio terrificante reiterato, si alterna a danze spasmodiche e graffianti. Nel silenzio precedente agli applausi qualcuno esclama “bo!”, eppure ogni segno è chiaro e cooperativo in questa “coreografia dell’allerta” avviata con Teodora Castellucci, che appare spuntando da dietro la parete ‘srotolandosi’ sul pavimento.

Anche Gherminella di Miranda Secondari e Nicola Ratti, visto subito dopo, inizia con uno srotolamento sul pavimento, disvelato da dietro le quinte. Raggiunto il suolo la performer rimane come immobile. I suoi spostamenti iniziali, infatti, sono quasi impercettibili e il suo corpo sembra nudo, coperto da leggings aderentissimi color pelle e una blusa morbida della stessa tonalità. Il virtuosismo della stasi è talmente magnetico che quasi mi chiedo: è vera?
Gherminella (cioè marachella) si compone di una serie di movimenti nello spazio a tappe, con “pause” in posizioni di equilibrio (dove emerge tantissimo lo yoga). Queste ultime sono appuntamenti di studio sulla presenza ferma, sul controllo millimetrico del corpo pensato come una struttura architettonica malleabile. Schiocchi di dita, striduli ventriloqui e rumori laringei si inseriscono come variazioni del mobile-immobile che sanciscono un patto complice e ludico con il pubblico.

Lunedì siamo state al Teatro India per Anne Teresa De Keersmaeker e Rabih Mroué e il loro A little bit of the moon in co-realizzazione con Romaeuropa Festival.
Lo spettacolo-racconto costruito e performato dalla coreografa belga e dall’attore, regista, artista visivo e drammaturgo libanese è un esempio di ricerca contemporanea multidisciplinare compiuta. Nell’organicità compositiva complessiva primeggiano eloquenza e capacità di instaurare immediatamente una relazione con spettatori e spettatrici attraverso un registro poetico e narrativo sempre politico.
I due performer entrano in scena con due flautini di legno creando suoni ornitologici, cioè cinguettii, prima onomatopeici poi sempre più melodici e ritmati. Posati i due strumenti, De Keersmaeker e Mroué, posizionati a specchio con un leggio in mezzo, suonano una partitura per flauti traversi. Presto passano alla parola e a turno elencano i moti dei vari corpi celesti e il loro rapporto con le persone che girano soltanto intorno a sé stesse. Girano anche loro durante la lettura, tradotta in tempo reale e purtroppo non bene.
Un occhio di bue ellittico si aggiunge in scena creando ulteriore movimento: la luce si scinde in due parti che percorrono l’intera scena per poi tornare al centro in un’eclisse che torna ciclicamente. Le camminate su quelle superfici “instabili” creano un gioco di luci, ombre e sdoppiamenti che sembrano suggerire, poeticamente, un decentramento degli esseri umani rispetto a tutto ciò che esiste.

A little bit of the moon diventa via via un gioco di speculazione graduale. Siamo guidati e accompagnati all’interno del ragionamento, traduzione drammatizzata di un dialogo confidenziale in cui emergono insicurezze, speranze, riflessioni, brainstorming ludici in cui anche il pubblico è sollecitato a partecipare. “I can’t do it” dice De Keersmaeker a un certo punto, riferendosi al fatto di non poter suonare, ma poi continua: “What is it?” dove ‘it’ diventa acronimo di International Terrorism, International Trauma, Inside Tempo ecc.
Un salto pindarico porta il racconto al loro incontro, prima artistico e poi personale, e al loro passato precedente. Mroué racconta della meraviglia provata dopo aver visto Violin Phase, una delle quattro parti che compongono Fase, four movements to the music of Steve Reich che De Keersmaeker ha performato per la prima volta al MoMa di New York nel 1982, anno in cui vide “la più bella coreografia del XXI secolo”, cioè Set and Reset di Trisha Brown.
Quell’anno Mroué era un bambino di Beirut dove, dopo tre mesi senza elettricità e acqua, guardando il cielo di notte, ha confuso bombe luminose israeliane con un bouquet di lune. Al buio, insieme, si muovono tenendo in mano lo smartphone con la torcia accesa dopo aver avviato contemporaneamente una canzone ricordo del musicista.
Anche se alla fine “ogni cosa verrà dimenticata”, dicono, (quella musica, danza, immagine, testo, luogo, tempo, i loro nomi, tutti e tutte noi) e, continuano, “verrà sostituita da altro”, una danza libera e gioiosa invita il pubblico in scena e, così, si conclude questa creazione speciale.
Mercoledì 10 al Teatro Vittoria al Testaccio abbiamo assistito a U. (un canto) di Alessandro Sciarroni. Rimando all’articolo scritto da Renzo di recente, tuttavia non posso non evidenziare come quella danza statica dell’innamoramento sia stata un ottimo accostamento alla visione a seguire di Le repos di Clara Delorme. Il canto del primo è diametralmente opposto alle urla laceranti del secondo. Le lacrime, visibili verso la fine di U., hanno rigato anche il viso delle performer del lavoro successivo.
Letteralmente “Il riposo”, in prima nazionale, è aperto da un tableau vivant di compianto. La tristezza è contenuta, teatralizzata in espressioni di dramma controllato. È solo il cappello introduttivo di un lunghissimo momento di urla portate all’estremo, fino all’alitare muto. Prima dell’inizio, entrando, sono stati messi a disposizione tappi per le orecchie che (oggettivamente) non erano necessari ma che ho inteso, dopo, come parte del concept. La tristezza, infatti, è tendenzialmente censurata nella vita sociale e così, siamo libere di continuare a farlo, di non ascoltare, eventualmente, se è troppo.

Quel suono che è rigetto emotivo sempre più profondo cambia poi colore diventando una polifonia tenue ma sinistra, dal colore thriller. Dalla formazione a semicerchio, le performer Claire Dessimoz, Karine Dahouindji, Emma Saba e la stessa Clara Delorme si spostano in diversi punti del telo posizionato in scena e che lentamente sollevano creando una sorta di paesaggio naturale. Al di sotto è svelata una superficie arancio fluo, un contrasto che rimanda ai colori dell’alba e del tramonto e alla loro ciclicità naturale, coordinate temporali del vivere, metafore di nascita e morte.
Un altro passaggio arriva in sordina con l’avanzare del suono di una cornamusa che accompagna due danze soliste circondate dalle figure delle altre. Dalle improvvisazioni di movimento emerge la ricerca di espressione di un’emotività personale, una tristezza senza filtri, che possa fuoriuscire attraverso il gesto. È un esercizio dello stare in scena di Delorme che sembra una direzione molto promettente.
In un prossimo articolo racconteremo anche i giorni seguenti che hanno visto le creazioni di Silvia Rampelli, Rabih Mroué, Collettivo Giulio e Jari, Martina Rota e Vincent Gambino.
ECHO DANCE OF FURIES
concept Agata Castellucci, Teodora Castellucci, Vito Matera
coreografia Agata Castellucci, Teodora Castellucci
drammaturgia, disegno luci e scena Vito Matera
musica originale Demetrio Castellucci
costumi Guoda Jaruševičiūtė
organizzazione Valeria Fărîmă
produzione Dewey Dell 2025
con il sostegno di Regione Emilia-Romagna, Teatro Comandini/Societas, Masque Teatro
si ringrazia Nicolò Russo
in collaborazione con Festival Performissima, Parigi
GHERMINELLA
di e con Miranda Secondari e Nicola Ratti
ideazione e coreografia Miranda Secondari
sound design Nicola Ratti
light design Andrea Sanson
con il sostegno di MAD| Murate Art District (Firenze), spazioK/Kinkaleri (Prato), Workspace Ricerca X (Torino)
produzione KLm
in collaborazione con Orbita Spellbound Centro Nazionale di Produzione della Danza / Teatro Biblioteca Quarticciolo
A LITTLE BIT OF THE MOON
ideazione, regia, interpretazione Anna Teresa De Keersmaeker e Rabih Mroué
direzione tecnica, suono e luci Thomas Köppel
prodotto e commissionato da Festival d’Automne à Paris, dicembre 2024
coproduzione MC93 e Fondation Fiminco (Parigi)
in co-realizzazione con Romaeuropa Festival
U. (UN CANTO)
di Alessandro Sciarroni
con Raissa Avilés, Alessandro Bandini, Margherita D’Adamo, Nicola Fadda, Diego Finazzi, Lucia Limonta, Annapaola Trevenzuoli
casting, direzione musicale, training vocale Aurora Bauzà & Pere Jou
collaboratore training vocale Oussama Mhanna
casting, consulenza drammaturgica, training fisico Elena Giannotti
styling Ettore Lombardi
disegno luci e cura tecnica Valeria Foti
suono Francesco Rofi Pallone
cura, consiglio e sviluppo Lisa Gilardino
amministrazione e produzione esecutiva Chiara Fava
casting, relazioni stampa e comunicazione Pierpaolo Ferlaino
social media Giulia Traversi
produzione Corpoceleste_C.C.00#, MARCHETEATRO –
coproduzione progetto RING (Festival Aperto – Fondazione I Teatri Reggio Emilia, Bolzano Danza – Fondazione Haydn, FOG Triennale Milano Performing Arts, Torinodanza Festival, Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale), CENTQUATRE – PARIS, Festival D’Automne à Paris, Snaporazverein, Maison de la Musique de Nanterre
in collaborazione con Centroper la Scena Contemporanea di Bassano del Grappa
con il supporto di Dance Reflections by Van Cleef & Arpels
LE REPOS
ideazione e desiderio Clara Delorme
danzatrici e collaborazione alla coreografia Claire Dessimoz, Karine Dahouindji, Emma Saba e Clara Delorme in alternanza con Jessica Allemann
danzatrici in scena Claire Dessimoz, Karine Dahouindji, Emma Saba e Clara Delorme
scenografia e costumi Melissa Rouvinet
realizzazione sartoriale Alia Elborai
creazione parrucche Camille Poudret – Faudra Tif’Hair
disegno luci Florian Bach
direzione tecnica e regia Vincent Scalbert
composizione musicale e drammaturgia Christian Garcia-Gaucher
coaching vocale An Chen
danzatrici coinvolte nella ricerca nell’ambito della collaborazione con Meet & Create di Action-danse Fribourg: Nina Richard, Jamila Baioia, Emma Saba e Délia Krayenbühl
amministrazione, produzione e contabilità Camille Poudret
distribuzione e produzione Jérôme Pique
assistente di produzione Zoé Siemen
coproduzione Théâtre Sévelin 36 – Losanna, ADN – Neuchâtel & Temple Allemand – La Chaux-de-Fonds, Le Grütli – Ginevra, La Grange – Losanna, Réseau Danse Suisseresidenze: Théâtre Sévelin 36 – Losanna, Maison des artistes – Friburgo, La Bellone – Bruxelles, CSC – Bassano del Grappa, Südpol – Lucerna
accoglienza in studio Atelier de Paris / CDCN, CND – Lione, Lieu Commun – Losanna
con il sostegno di Città di Losanna, Cantone di Vaud, Loterie Romande, Pro Helvetia, Fondation Ernst Göhner, Fondation Sophie und Karl Binding, Label + Romand
si ringraziano Audrey Dionis, L’Amicale de Production, Baptiste Cazaux, Barbara Giongo, Delphine Albrech, Élie Autin, Émilie Muroni, Jonathan Burrows, Julia Deit-Ferrant e Delphine, Léo Chavaz, Lisa Laurent, Maud Blandel, Patrick Muroni, Sarah André, Yann Hermenjat
e con il sostegno dell’Istituto Svizzero




