STEFANIA CARVISIGLIA | La trama attraverso cui sviluppare un racconto del primo sabato del festival Short Theatre a Roma è forse da tessere con un filo d’ombra, la forma visibile dell’anima, il fantasma.
In Analphabet di Alberto Cortés (regista e interprete), è proprio uno spirito ad accompagnare lə spettatorə per tutta la durata dello spettacolo. Il palco in cui avverrà l’azione è ridotto da una struttura semicircolare di tende nere, come a voler creare un’immagine di intimità. All’interno del tendaggio, una pedana circolare su cui sono disposte delle piante, un fogliame.
Alberto Cortés, con indosso dei pantaloni ampi neri stretti al ginocchio e il dorso nudo – che sembra luccicare nel quasi-buio della scena – è sopra la pedana. Alla sua destra, una violinista seduta su una sedia. Sarà il suono a dare avvio allo spettacolo: una melodia drammatica che ci fa iniziare a entrare nel paesaggio delle pene dell’amore.
Il corpo di Cortés, sulla pedana, comincia a produrre una danza delle mani, delle braccia. Emerge una qualità di leggerezza, un corpo inafferrabile: un fantasma. Analphabet è il suo nome, il fantasma che dà voce all’ebbrezza o alla tossicità delle relazioni amorose di qualsiasi tipo – germe presente in ogni corpo umano immerso nella cultura patriarcale, al di là di genere, orientamento, identità.

«Appaio a una coppia su una spiaggia: prima si amavano, ora si maltrattano».

Analphabet, che arriva esausto, mezzo morente, su un cavallo, sembra volerci ricordare che nessunə è salvatə dalle ferite dell’amore tossico, che sanguinano amore romantico. E che, anche quando si prova ad alfabetizzare, o a mettere in forma, quell’ombra può sempre arrivare, agire e continuare a provocare dolore.
Creare dei set in cui veicolare le emozioni sarebbe come imporre loro una legge esterna, un alfabeto, una razionalità che da sola non può superare il peso dell’eredità patriarcale. La voce dello spirito è una voce sofferta, percepibile se non tangibile: attraversa il canale del dolore – come direbbe D. F. Wallace. È un lamento continuo, una ricerca di parole adatte per dare voce al tormento ingarbugliato nelle viscere.

«Non vengo a insegnare niente. Chi non sa che il fuoco si spegne?».

Analphabet si spoglia, rimanendo in slip. La musicista ora suona una mandola e Analphabet parla cantando:

«Non pratico la doppia penetrazione perché non so tenere due uomini dentro la mia casa allo stesso tempo. Non perché non possa»

© Alejandra Amere

Cortés si sposta sulla destra del palco, al di fuori dello spazio intimo, si accuccia e ci dà la schiena. Entrano due uomini nudi (Tony Allotta e Gabriele Lepera), che passano in mezzo al tendaggio senza nemmeno sfiorarlo. Pezzo dopo pezzo smontano la struttura: con delicatezza prendono il peso e lo poggiano sulla sinistra del palco.
È un peso, quello delle costruzioni affettive, mentali, sociali, che può dunque essere accolto, avendone cura. Rimane solo la struttura semicircolare di tende. Torna Cortés, ora con addosso un bomber nero aperto e ancora gli slip. Con un abbigliamento più quotidiano, Analphabet sembra voler passare a uno stato più terreno, in cui dà un segnale di speranza: si può agire nel quotidiano per dialogare con l’ombra imbrigliata nella carne, attraverso un’operazione di discernimento che non perda la complessità e il fuoco della questione.
Cortés continua a parlare ininterrottamente: un flusso emotivo che si nutre della poesia romantica tedesca. Il suo corpo diventa paesaggio da vedere e attraversare; canta desideri inespressi e quelli espressi con eccessiva veemenza. Domanda al pubblico se è imbarazzato dalle sue turbolenze interiori; chiede il consenso per poter proseguire.
Lo sguardo del pubblico, inizialmente rivolto allo spettacolo, è invitato – autorizzato, accompagnato – a invertirsi verso il proprio paesaggio emotivo interno, cosa che provoca non pochə a commuoversi. È incendio e mare in tempesta, finché arriva la parola fin, pronunciata da lui stesso, nel mezzo delle cose. La fin, che non finisce mai, perché – come dice Pessoa – anche la fine per eccellenza, la morte, è solo una curva nella strada.
A questo punto, il mare di applausi è accompagnato da Halo di Beyoncé, in versione strumentale. Che è sempre un buon affare.

Nella stessa serata vediamo anche la performance di Nadia Beugré. Danzatrice e coreografa ivoriana, Beugré è fondatrice a Montpellier, con Virginie Dupray, della compagnia Libr’arts, piattaforma di produzione e formazione tra Francia e Costa d’Avorio. A Short Theatre presenta la sua nuova produzione: Épique! (pour Yikakou).
Continuando a tessere la figura fantasmagorica come trama, qui la vediamo incarnarsi in ciò che non c’è più, che è sparito e vive solo nel ricordo. La scena è semibuia; sul palco vediamo scendere foglie dal soffitto, e sabbia sulla sinistra. Anche in questo lavoro, è il suono a irrompere per primo e dare il via all’azione: questa volta, un  canto.

                              ph. Werner Strouven

Entra una donna (Charlotte Dali) dalla destra del palco, e poco dopo un’altra (Nadia Beugré) dalla platea, anche lei cantando. Entrambe hanno in mano strumenti percussivi che accompagnano il canto. Beugré ha inoltre legati a sé, da un telo bianco, un fascio di sottili bastoni di legno.
Le due donne iniziano una danza in cui viene coinvolta tutta la materia della scena. Il telo bianco viene slegato e abitato in più modi: sbandierato, posto sulla parte anteriore del corpo di Charlotte – che diventa quasi uno spirito – e poi tra le braccia di Beugré, che lo culla. Le piante appese vengono staccate, masticate, indossate.
A questo punto, Beugré prende un contenitore di fazzoletti e comincia a estrarne uno alla volta, porgendoli al pubblico.
Racconta che nel 2024 è tornata nel villaggio di suo padre e della sua trisnonna (in Nuova Guinea), che le ha dato anche il nome Gbahihonon (colei che dice ciò che vede). Il villaggio, Yikakou, però, non esiste più: è stato ricoperto dalla foresta.

«Io volevo ritrovare la tomba di mio padre. Mia sorella, al telefono, mi ha parlato di un albero – un grande kapok – e io ricordavo anche la sabbia bianchissima che circondava la casa. Perché, di fatto, al villaggio i morti si seppellivano nel terreno di famiglia.
E così abbiamo cercato. Abbiamo tagliato la vegetazione, abbiamo fatto spazio. Ci sono volute ore.
E alla fine, la tomba è apparsa.
Tutto quel che volevo era prendermene cura, ripulirla. Ma con me avevo solo dei fazzoletti di carta…»

Lo spazio scenico diventa così luogo di esplorazione del passato, che si fa materia viva attraversando i corpi del presente. Tutto il materiale presente – compresi i corpi umani – è continuamente trasformato, plasmato, battuto, percosso, abitato, nella possibilità di portare fuori ciò che non c’è più, o ciò che semplicemente non è a portata di vista.

Perché, continuando con l’immagine di Pessoa, la morte è solo una curva nella strada: morire è solo non essere visti.
È su questa liminalità – vedere ciò che non può essere visto – che in Épique ! Nadia Beugré porta alla luce un passato che l’azione del tempo o della Storia (sempre maledettamente scritta da una sola parte del mondo) ha finora lasciato in ombra.

Durante la seconda serata, lo spettacolo è stato reso accessibile a persone cieche e ipovedenti grazie all’audiodescrizione poetica realizzata da Camilla Guarino e Giuseppe Comuniello, interpretata dal vivo da Marta Olivieri.

| 6 Settembre, Roma

ANALPHABET

concept, dramaturgy, text, direction, and performance Alberto Cortés
violin and conversations Luz Prado
light design Benito Jiménez
light technicians Benito JiménezCristina Bolívar
sound  Oscar Villegas
technical coordination Cristina Bolívar
piano recordings César Barco
stage design Víctor Colmenero
costumes Gloria Trenado
outside eye Mónica Valenciano
photography Alejandra Amere
video Johann Pérez Viera


EPIQUE! (POUR YOKAKOU)

direzione artistica e interpretazione Nadia Beugré
interpretazione e musica dal vivo Salimata Diabaté (percussioni, balafon), Charlotte Dali (voce, percussioni)
drammaturgia Kader Lassina Touré
scenografia Jean-Christophe Lanquetin
disegno luci e direzione tecnica Paulin Ouedraogo