RENZO FRANCABANDERA | Non è la prima volta che varco il cancello di un cimitero per uno spettacolo teatrale. Mi era già successo a Milano, quando Zona K aveva invitato Rimini Protokoll per il debutto milanese di Remote X.
Alcuni anni prima, senza orpelli digitali, già nel 2012 a Radicondoli, Vetrano e Randisi avevano portato in scena Totò e Vicè di Franco Scaldati davanti alla pieve prospiciente il camposanto del piccolo borgo toscano.
Adesso siamo invece a Bologna, all’ingresso principale del cimitero monumentale. Come tutti i più celebri siti funerari del mondo, il cimitero bolognese si compone di diverse aree, alcune delle quali di particolare pregio, che in questa occasione, grazie al festival di linguaggi performativi PerAspera, con la direzione artistica di Ennio Ruffolo e Maria Donnoli, si apre per ospitare una creazione, in parte anche site-specific (affiancata anche da meritorie iniziative di dialogo e divulgazione sul tema).

PerAspera è una rassegna assai peculiare e con una sensibilità forte verso segni d’arte che attraversano spazi non convenzionali, che aspettano la sera, che chiamano alla contemplazione o al passo lento, piuttosto che al grande gesto spettacolare. Il festival, arrivato quest’anno alla sua diciottesima edizione, è distribuito in luoghi già da sé carichi di senso: musei, gallerie, biblioteche.
Il pubblico viene convocato in questo caso presso la Certosa, per NEPHESH. Proteggere l’ombra, un progetto di teatro di cammino, ascolto, ombra e memoria al confine fra essere e non essere. La performance, ideata, diretta e drammaturgicamente condivisa fra Alessandro Renda (storico collaboratore fin da fine anni Novanta del Teatro delle Albe) e Tahar Lamri, con voci di Gemma Hansson Carbone, oltre che dello stesso Lamri e Renda, e con suono, musica e montaggio di Francesco Tedde, si è potuta realizzare grazie alla collaborazione con il Museo Civico del Risorgimento, l’Associazione Amici della Certosa e Bologna Servizi Cimiteriali in tre giornate (18, 19, 20 settembre) al tramonto. E il bel tempo è stato complice poetico dell’evento.

All’inizio, dopo essere stati dotati di audio cuffie wireless e di un fiore da deporre a nostro piacimento nel percorso, siamo stati condotti verso un ingresso di poco distante, e accolti da Renda sulla soglia.
L’attore si rivolge al gruppo di venti partecipanti circa, ringraziandoli di essere convenuti. Come se a noi spettatori fosse in qualche modo noto il motivo di quella convocazione: un funerale, una celebrazione rievocativa. Un qualcosa già in parte conosciuto.
Personalmente, già in parte conosciuto è sia il lavoro di Renda con il Teatro delle Albe che quello di Tahar Lamri, studioso e scrittore di origine algerina, che abbiamo conosciuto per il suo ruolo centrale nel progetto del Grande Teatro di Lido Adriano, di cui è parte integrante come drammaturgo: un’iniziativa comunitaria che si propone di fare teatro popolare non solo come spettacolo, ma come pratica condivisa. Il progetto è nato attorno al CISIM, centro culturale a Lido Adriano, gestito dal Lato Oscuro della Costa, in collaborazione con Teatro delle Albe / Ravenna Teatro, e con il coordinamento creativo di Luigi Dadina e Lanfranco Vicari.
Determinante il contributo di Lamri nelle ultime tre produzioni, a partire da Mantiq At-Tayr – Il Verbo degli Uccelli (di cui abbiamo raccontato nel 2023) rilettura drammaturgica di un poema sapienziale sufi di Farid Ad Din Attar, adattato da Lamri, e l’anno seguente per Panchatantra o le mirabolanti avventure di Kalila e Dimna (2024), di cui Lamri cura il testo, come pure per il Bhagavadgītā di quest’anno, tratto dalla omonima parte del poema epico Mahābhārata, partendo da raccolte di favole orientali, e aprendo i laboratori a tutte le tantissime comunità locali, agli studenti dell’Accademia di Belle Arti.
Insomma, una figura di spicco nel raccordo interculturale, che in una zona non facile come quella del litorale ravennate, è diventata in pochi anni promulgatrice di pratiche di apertura delle conoscenze in direzioni poco esplorate. Anche per questo motivo siamo andati con grande curiosità a seguire il dialogo con Renda. Ed effettivamente dialogata è la drammaturgia.

La performance si sviluppa in questo modo: Renda arriva al cancello, ci interpella e ci ringrazia di essere lì. Con un gesto ci indica di mettere le cuffie e in maniera stereofonica la sua voce inizia a essere sovrastata da assordanti rumori dell’urbanità, martelli pneumatici, clacson, che lasceranno il posto al silenzio solo dopo che il gruppo avrà varcato la soglia.
Da questo momento in poi, esclusi due o tre episodi di breve istruzione o azione, la figura di Renda sarà quasi esclusivamente assimilabile a quella di un Virgilio silenzioso, che accompagna Dante nell’oltretomba. Porgerà dei bigliettini, farà finta di inciampare e rovescerà una scatola di dadi, accarezzerà una lapide, inizierà per primo in solitaria un piccolo movimento corporeo, innescando una liberatoria rotazione dervisha fra i partecipanti.
A eccezione di quella iniziale parola rivoltaci mentre ancora eravamo fuori dal cimitero e dalla dinamica delle cuffie (e quindi del preregistrato), il contributo attorale, diretto e in diretta di Renda, si esaurirà a questo. Siamo sicuri che la scelta, immaginiamo sofferta, sia stata oggetto di attentissimo vaglio da parte del team di persone che hanno lavorato a questa creazione.
Esattamente allo stesso modo lo era stato 10 anni fa per i Rimini Protokoll, che infatti, alla fine scelsero di far guidare il gruppo fin dall’inizio da una voce guida, in quel caso addirittura robotizzata, che determinava il susseguirsi delle azioni dello stormo di spettatori in giro per la città. Qui è evidente che, essendo il percorso tutto interno all’area cimiteriale, la presenza umana diventava necessaria per indirizzare il percorso dentro una geografia ampia e complessa. La Certosa di Bologna è un posto bellissimo, e quindi di suo emana un potenziale fascinatorio che la drammaturgia sfrutta.
Tuttavia, questo personaggio, che viene a raccoglierci e che poi perde la voce dal vivo, per delegarla al preregistrato digitale, in qualche modo evapora, rendendo di fatto inconsistente l’innesco iniziale.
Il testo, è essenzialmente un dialogo a due, un incontro fra le conoscenze filosofico-sapienziali di derivazione sufi di Lamri e una testualità di ispirazione più occidentale e contemporanea, immaginiamo opera di Renda. Di tanto in tanto, per rompere la monotonia delle due voci maschili, espressiva si affaccia la voce di Gemma Hansson Carbone.
Dura quasi due ore la camminata performativa; qui e lì si ferma in individuate stazioni per far compiere al gruppo di spettatori delle azioni, alcune invero un po’ sforzate: l’innesco di queste attività va pensato con maggiore fluidità e naturalezza rispetto a quanto si ascolta.
Taluni passaggi sono suggestivi e commoventi, altri, con il calar del buio, innescano quel sentimento quasi di timore e paura dei partecipanti che si trovano nei lunghi corridoi bui illuminati solo dai lumini.

La scelta della passeggiata nel camposanto al farsi della sera è evidentemente già di suo portatrice di suggestioni di ogni genere: si passa dentro l’area del sacrario militare, e dentro il grande monumento sepolcrale dedicato ai partigiani; e ancora statue, architetture, passaggi ora antichi, ora moderni, che, per chi non conosce questo luogo, risultano davvero sorprendenti, per non parlare dell’ovvia differenza fra le bellissime aree più antiche e quelle contemporanee, più ripetitive e prive di arte, con tutte le riflessioni del caso.
Nelle quasi due ore di camminata, il testo che ci viene offerto è ricco di spunti, tantissimi.
E una considerazione mi è affiorata alla mente proprio nel finale.
È arrivata quando il testo ricorda che, in qualunque momento ci colga la morte, è facile che qualcosa di noi resti incompiuto, e che quindi è filosoficamente giusto e saggio accettare l’incompiutezza come un dato costitutivo, fattuale della vita umana.
In contrasto con questa considerazione, la drammaturgia si sforza di affrontare il tema della morte sotto ogni aspetto (con numerosi riferimenti alle credenze culturali, filosofiche e letterarie, o con dati numerici e altre curiosità di derivazione wikipedistica, come quelli che frequentemente popolano le nuove drammaturgie). Una fame enciclopedica che risulta alla fine sovrabbondante: per paura di lasciare fuori qualche pensiero importante, in ultima analisi la satura lanx che deriva dall’incontro fra queste due scritture, che cercano di alternare leggerezza e profondità, filosofia universale e biografia personale, in un continuo zoom dal macro al micro, finisce per non lasciare spazio proprio all’incompiutezza necessaria. Certo, qui e lì ci sono diversi passaggi di sola musica (pregevole tutto il lavoro audio sulle tracce sonore e il mixaggio).
Il ruolo del drammaturgo per esperienze itineranti come questa, non solo come autore di testi, ma come facilitatore di un’esperienza collettiva, artefice di situazioni in cui le comunità possono partecipare, o assumersi certe responsabilità creative (come qui e lì accade) o portare le proprie storie, lascia in questa versione di Nephesh poco spazio allo spettatore partecipante, allo spett”attore”.
Una scelta metodologica come quella del teatro delle sensazioni implica mettere in scena contraddizioni e identità multiple — rendendo il teatro uno strumento concreto di possibile dialogo e coesione. Invece, da un lato c’è una voce narrante (plurale e artisticamente composita, come abbiamo detto) e dall’altro un gruppo che, eccezion fatta per pochi momenti, non arriva a sviluppare quella dinamica attiva, tipica e necessaria in azioni performative ibride di questo genere.
L’idea è molto buona, La qualità dei materiali è alta: occorre fare delle scelte di direzione e di azione che, per un verso, condensino l’esperienza in un meno che però diventi più e, per altro verso, che calibrino in forma più precisa il dialogo e l’innesco attivo di questi Dante, a cui Virgilio mostra il regno delle ombre. Uno sfoltimento necessario proprio per esaltare anche il silenzio, la poetica dell’incompiutezza, del fragile, dell’impossibilità umana di essere tutto.
NEPHESH Proteggere l’ombra
ideazione, regia, drammaturgia Alessandro Renda
dramaturg, assistente alla regia Tahar Lamri
testo Tahar Lamri, Alessandro Renda
voci Gemma Hansson Carbone, Tahar Lamri, Alessandro Renda
design del suono, musiche e montaggio Francesco Tedde
missaggio Cecilia Pellegrini
realizzazione tecnica Antropotopia
organizzazione Serena Cenerelli, Elisabetta Garrone, Chiara Maroncelli, Francesca Venturi
ufficio stampa Federica Ferruzzi
produzione Albe/Ravenna Teatro
patrocinio Comune di Ravenna
in collaborazione con Azimut
ringraziamenti Stefano Di Stefano, Ciro Montanari, Mattia Scarmin, Serena, Spadavecchia, Marco Turchetti
Certosa di Bologna | 18 settembre 2025




