OLINDO RAMPIN | Il primo appuntamento della terza edizione del Parma Moving Festival diretto da Daniele Albanese si mette subito in relazione con la città, in uno dei quattro spicchi pedonali in cui è diviso il suo cuore amministrativo, Piazza Garibaldi. Sullo sfondo la fredda, manierata statua del Correggio e i grandi portici del palazzo municipale, tre donne vestite di bianco, shorts più t-shirt o shorts più camicia, camminano in cerchio intorno a un asse immaginario. Nessuna traccia di un linguaggio gestuale che abbia una struttura formalizzata, o anche solo una qualche punta semantica, non si dice espressiva.
Coreografato da Elisabetta Consonni e interpretato da Marta Ciappina, Olimpia Fortuni e Masako Matsushita, Plutone (nella foto di copertina di Salvatore Insana) si direbbe l’incrocio tra un gioco d’infanzia e un esercizio di ipnotismo ludico, una sequenza apparentemente anodina di rotazioni. Invece, a un certo punto una di queste tre donne-pianeta, asteroidi antropomorfi, interrompe la propria orbita solitaria e si unisce a una delle altre due. La aggancia e la prende sottobraccio, per un giro da compiere finalmente in coppia, insieme, affiancate. Come accade nei rapporti umani, l’incontro tra i pianeti avviene senza comprenderne davvero la ragione, così come non si comprenderà la ragione del distacco e della rottura, e dell’incontro con un nuovo corpo, celeste o terrestre.

Dopo l’esordio outdoor, nei giorni successivi assistiamo al Teatro Europa e al Museo d’Arte Cinese ed Etnografico a una serie di double bills serali. Ancorché rivestita da una castigata casacca nera, quasi da antica maestra elementare, non casualmente contraddetta, però, da lunghi spacchi laterali all’altezza delle gambe, la danzatrice Vittoria Caneva percorre in un senso e nell’altro la scena, lunga e stretta come una passerella di moda, di Horizon Koiné Bolero.
La nitida rilettura del capolavoro di Ravel firmata da Masako Matsushita, ora in veste di coreografa, non è però è una catwalking, ma è una danza sensuale e simbolica, che trasforma gli spettatori, disposti sui due lati lunghi, in altrettanti Erode Antipa pronti ad assecondare la perentoria volitività della performer. I lunghi e folti capelli rossi, parzialmente domati da un anonimo cappello da baseball, aggiungono all’incedere polimorfo da maestra-maga-demone-ginnasta una parvenza che nei tratti ricorderebbe la Proserpina della Tate, non fosse che rispetto alla divinità ctonia ritratta da Dante Gabriel Rossetti l’impetuosa interprete sembra essersi decisamente emancipata, in virtù della sua parvenza atletica e vigorosa, dalla debolezza che deprime l’emaciata modella preraffaellita.

Quella che segue, Dove cresce ciò che salva, scritta e interpretata da Francesca Foscarini, è invece una danza-ierofania intorno alla sacralità della materia. La coscienza religiosa dei primitivi ha sempre adorato le pietre, manifestazioni dell’incorruttibilità e della durata, «non in sé, ma perché si riferiscono a qualcosa di diverso da esse», come ha spiegato Mircea Eliade. “Mascherata” con funzione depistante o misteriosamente allusiva da atleta olimpica, in un suo costume da nuotatrice o da centometrista che ne evidenzia l’alta figura, la performer è, in realtà, una sciamana che si carica sul capo una gerla di ciottoli, che dispone in varie forme. Impervio tappeto da fachiro che conduce all’ascesi della catalessi o dell’insensibilità, blocco materico che chiude l’orifizio orale per il cui tramite possono entrare gli spiriti del male, come ha dimostrato l’etnografia.
Vitalmente oppositivi, più che complementari, sono anche i due assoli accoppiati di Giulia Cannas e Fabio Pronestì.
Smesso l’inopinato outfit da ragazza di buona famiglia, polo rosa chiaro e shorts, con cui un anno fa, alla Vetrina della Giovane Danza di Ravenna, si spintonava con insistenza d’automa in una curiosa danza-rissa di Claudio Larena, la coreografa e danzatrice sardo-albanese Giulia Cannas ci appare ora completamente “trasfigurata” nel suo assolo in forma di studio intitolato No caption needed, autoritratto fisico e morale di una giovane donna animata da rivelazioni improvvise, da nuove cognizioni e da esperienze trasformative. L’incipit, spalle al pubblico, è un prologo sottrattivo, in sordina. Il centro “narrativo”, seconda “frase” della composizione di sequenze, si sviluppa per strofe di una sintassi più organizzata, di fine tessitura. È un discorso avviato e governato con inquieta energia drammatica dalle braccia e dall’addome, per ampi disegni che sembrano originati da smottamenti della coscienza, da alterazioni della percezione: tentativi di liberazione o messa in discussione dell’immagine di sé. Ora al silenzio si è sostituito un irrequieto paesaggio sonoro, che si fonde efficacemente con il movimento, mentre entrambi trapassano senza cesure nella terza e conclusiva “frase” coreografica, in cui suono e moto inseguono tensioni, asprezze, conflitti, rabbie, per poi tornare coerentemente, dopo una sosta attonita nella penombra del fondale, ancora spalle al pubblico, come nel prologo, alla ricerca di una quiete conclusiva, a una pausa dal tumulto dei giorni.

You are not an island (Primo studio) di e con Fabio Pronestì ha le sembianze di una installazione performativa, di un rebus coreografico che allude, forse, nella scenografia tutta fiammiferi, disposti e calpestati in vece delle pietre foscariniane, a un incendio in potenza, che non si trasforma in atto, a una folgorazione non realizzata, se non nella fiamma di un unico zolfanello, nel suo sfregamento, traccia sonora nel silenzio amplificata da un microfono, quasi arso, forse nella tentazione di un gesto negatore del presente.
Studi per M, assolo in costruzione scritto e interpretato da Stefania Tansini, è, forse, tra quelli inseriti in spazi non teatrali, lo spettacolo che interpreta con maggiore complessità lo spazio con cui è chiamato a misurarsi. Il piazzale di ingresso e poi le sale del Museo d’Arte Cinese ed etnografico sono il set di una angosciosa fuga: da minacce esterne, da sortilegi improvvisi, da immaginarie epifanie o da conflitti intrapsichici. Pallida come un’eroina da romanzo, stretta in una divisa deep purple di artistocratica allure, la performer è come inseguita da spettrali immagini della propria mente lungo la tortuosità delle sale del museo, buie o freddamente illuminate, errante tra le teche dove riposano figurazioni di divinità orrifiche e maschere dalle smorfie funebri o scaccia-demoni.

Quanto la struttura narrativa costruita da Stefania Tansini è attraversata da una decisa unitarietà stilistica e da una rigorosa sintassi, tanto Mother di Perypezye Urbane è un organismo plurilinguistico, una panòplia di stili e di generi. Conversazione tra la performer, Maia Joseph, e l’intelligenza artificiale in metamorfiche sequenze video, sfocianti in figurazioni animate di eterogenea ispirazione; variazione umoristica sugli equivoci creati dal diaframma linguistico tra inglese e italiano; performance fisico-atletica che sfiora il contatto con gli spettatori disposti su uno stretto corridoio; auto-commento finale che sviluppa frammentisticamente riflessioni truffautiane sul significato dell’immagine e della creazione artistica, di fronte all’orrore della storia presente.
PLUTONE
coreografia Elisabetta Consonni
performer Olimpia Fortuni, Masako Matsushita, Marta Ciappina
musica Aftab Darvishi
light design Maria Virzì
costumi Lucia Gallone
produzione Fondazione Teatro Grande di Brescia
con il supporto di Industria Scenica – Residenza Rifugio Everest, Santarcangelo Festival, Manifattura K
HORIZON KOINE BOLERO
di Masako Matsushita
con Vittoria Caneva Creative
producer Stefania Mangano
co-produzione Hangartfest e Ass. Fattoria Vittadini
Si ringrazia la Biblioteca Oliveriana di Pesaro per l’ospitalità alla creazione
DOVE CRESCE CIO CHE SALVA
ideazione e interpretazione Francesca Foscarini
suono F. De Isabella
disegno luci Elena Vastano
cura della tecnica Alex Nesti
creative promoter Silvia Ferrari
produzione Associazione Culturale Zebra
NO CAPTION NEEDED_STUDIO
di e con Giulia Cannas
sguardi e conversazioni Donatella Martina Cabras ed Enrico Frisoni
costumi Alice Ortona Coles
curato da Movimentopoetico
con il sostegno di Fuorimargine – centro di produzione di danza e arti performative, Centquatre Paris, Istituto Italiano di Cultura Parigi, Oltrenotte, Tersicorea. Residenza artistica “Artisti nei territori” progetto Rizomi, nell’ambito del progetto residenza tecnica τέχνη – téchne 2025 Lavanderia a Vapore
Incentivo alla scrittura coreografica al festival Cortoindanza 2021
YOU ARE NOT AN ISLAND (PRIMO STUDIO)
di e con Fabio Pronesti
sound design Beatrice Balagna
consulto drammaturgico Alessandra Indolfi
produzione esecutiva L’Altra Associazione
con il sostegno di Europa Teatri
STUDI PER M
progetto, coreografia Stefania Tansini
danza Stefania Tansini
luci Elena Gui
costumi Chiara Venturini, Stefania Tansini
coprodotto da Nanou Associazione Culturale, Orbita | Spellbound Centro Nazionale di Produzione della Danza
con il sostegno di Étape Danse | progetto supportato da Fabrik Potsdam (DE), Bureau du Théâtre et de la Danse (DE), La Briqueterie CDCN (FR), Mosaico Danza/ Festival Interplay (IT) in partnership con Lavanderia a Vapore/ PDV e Torinodanza Festival / Fondazione del Teatro Stabile di Torino, Lavanderia a Vapore | residenze coreografiche
MOTHER
produzione Perypezye Urbane a cura di Giovanni Sabelli Fioretti
danza Maia Joseph e Marianna De Vito
drammaturgia e suggestione Giovanni Sabelli Fioretti
produzione creativa Giuseppe Esposito
programmatrice creativa Martyna Chojnacka
progetto luci Niels Plotard
musica Enrika Myskovskaja aka eNμ
progetto grafico Maciej Kodzis
con il contributo di S+T+Arts EU della Commissione Europea
Parma | 15-19 settembre 2025




