OLINDO RAMPIN | Non si sa dire, mentre al Teatro Gioia di Piacenza, in occasione del dAS Festival diretto da Riccardo Buscarini, si assiste a We are present, quale delle due facoltà dell’attenzione, sollecitate a intervalli nello spettatore, far emergere maggiormente: se quella del puro piacere della visione della danza o quella della cognizione condivisa del making of coreografico. O infine, terzo volto della creatura allestita dal coreografo Fabio Liberti con i performer Jernej Bizjak e Arina Trostyanetskaya, quella della partecipazione dello spettatore alla costruzione del lavoro creativo e performativo, che si conclude con una scena corale in cui il volontarismo del pubblico si traduce in solidale “festa” collettiva.

Jernej Bizjak e Arina Trostyanetskaya in We are present di Fabio Liberti – foto di Veronica Billi

L’occhio dello spettatore, che ha avuto contezza di come l’autore e gli interpreti abbiano saputo comporre le sequenze della loro narrazione corporea, non può più recepire nella sua consueta continuità il flusso ininterrotto della creazione. Quel che però va forzatamente perso nella percezione dell’unità lo si riacquista nella diversa consapevolezza di sguardo, oltre che nel piacere di constatare che tutte le tessere del puzzle si incastrano in diretta, sotto i propri occhi. Perché il primo risultato che ottiene Liberti con la sua operazione è di rendere evidente l’identità narrativa, la struttura sintattica, di intreccio, della scrittura coreografica: si trattasse poi di una narrazione anti-narrativa, o di una struttura destrutturata, poco importerebbe. Alla base c’è una volontà pianificatrice, un’intenzionalità che sussisterebbe anche in un eventuale, premeditato caos.

We are present di Fabio Liberti – foto di Veronica Billi

Questo del far vedere come funziona la struttura di un testo è ovviamente una finzione essa stessa. Non è possibile, per fortuna, ricreare in vitro, “letteralmente”, l’atmosfera irripetibile della costruzione di un’opera. E qui interviene la specifica inclinazione di Liberti e dei suoi due eccellenti performer a creare un clima di piacevole accoglienza, una specie di morbidezza atmosferica, che consente allo spettatore di percepire la loro azione come l’antipode di una sussiegosa lectio magistralis, o di una superciliosa lecture performance, ma invece come un’esperienza di socialità culturale chill out, nella vitale illusione che l’opera nasca proprio da quell’armoniosa concordia.

Il programma del festival è mosso in sé da «una forte spinta alla divulgazione, alla partecipazione. La narratività lo pervade», ci dice il direttore della rassegna, il coreografo e danzatore piacentino Riccardo Buscarini. Un altro tratto distintivo è «l’aver concepito il programma in modalità sartoriale, con una vera curatela site specific».

Lingua, di e con Chiara Ameglio – foto di Veronica Billi

In una diversa, ma complementare direzione viene sperimentata la relazione tra performer e spettatore in Lingua, in cui Chiara Ameglio (nella foto di copertina di Veronica Billi) trasforma sé stessa in un “campo semantico”, nel doppio senso di corpo significante per virtù propria e significato dall’azione scrittoria del pubblico. Shorts neri, sneakers e reggiseno bianco che temperano finemente l’alto potenziale di sensualità dell’idea-base coreografica, l’artista danza tra il pubblico disposto lungo lo spazio romanzesco e fiabesco dello scalone monumentale di Palazzo Somaglia. Usa il pianerottolo in cui si congiungono le gradinate scenografiche come piattaforma in cui ricomporre con interni sussulti le tracce disegnate dagli spettatori sulla pagina bianca della sua pelle: l’addome, la schiena, le braccia, il collo, le gambe. La superficie corporea è agente di senso e medium di una narrazione di grado zero, che lo spettatore viene invitato dalla performer a vergare, nel vivo della performance, con la discreta delicatezza in cui risiede una delle chiavi della riuscita della creazione.

Lingua, di e con Chiara Ameglio – foto di Lorenza Cini

I due ballatoi su cui terminano le scalinate, con le pareti decorate da affreschi scialbati dal tempo che riproducono possenti nudi femminili di concezione classica, le offrono un’ulteriore occasione scenografica per danzare tra il pubblico, flettendosi e sporgendosi con allusiva pericolosità sulla balaustra a colonnato. Mentre Chiara Ameglio incede sui gradini in salita o in discesa, lo spettatore si chiede se sarà lui il destinatario della prossima richiesta di integrare l’intreccio di segni, simboli, graffiti neri che man mano rompe l’originaria compostezza della figura della danzatrice. La quale mostra di gestire con equilibrio il grafico emotivo della relazione con un’umanità che non conosce, e a cui affida con fiducia un breve momento di sottile complicità.

WE ARE PRESENT

coreografia Fabio Liberti
performer Jernej Bizjak, Arina Trostyanetskaya, Fabio Liberti

LINGUA

di e con Chiara Ameglio
in collaborazione con Santi Crispo
musiche Keeping Faka
produzione Fattoria Vittadini e Festival Danza in Rete

Piacenza | 20 e 21 settembre 2025