GIORGIA VALERI | Nel piccolo lembo di terra che unisce Macerata a Montecassiano, una vallata che si addolcisce ai piedi delle due colline ospiti delle cittadine e lambita dal flusso del fiume Potenza, c’è un terreno brulicante di vita. E poesia. Nasce tutto dalle macerie di una mitologia sociale, una diceria popolare intorno alla fornace Smorlesi, ormai dismessa e abbandonata, i cui fumi d’amianto avrebbero intossicato le nuove generazioni rendendo i ragazzi “froci e puttane”.
Ed è da questo baluardo misticheggiante che alcuni giovani, ormai da sette anni, hanno eretto nel piccolo borgo di Valle Cascia, proprio alle soglie della mastodontica fornace, una roccaforte del teatro e della poesia, che a ogni crepuscolo d’estate si trasforma in un festival, I fumi della fornace, in grado di attrarre sempre più persone provenienti da tutta Italia. È difficile raccontare quanto accade ogni volta, perché il progetto eterotopico – in principio ideato e diretto da Giorgiomaria Cornelio, giovane poeta pluripremiato per le sue pubblicazioni (La specie storta, L’ufficio delle tenebre), insieme a Valentina Compagnucci, Giulia Pigliapoco, Elisa Michelini e Luca Luchetti – si dà nel suo farsi, si affida e si nutre ogni anno delle persone che lo ospitano e lo animano.
In quest’ultima edizione, presentata il 27 agosto e proseguita fino al 31, il tema che ha legato i vari eventi in cartellone è “il ma e la contraddizione”: uno spunto cui affidare le riflessioni sul presente, dove il “ma” rappresenta la pietra d’inciampo che arresta l’andatura quotidiana e costringe a mettere le mani avanti per rallentare, disobbedire, riprendere con più consapevolezza il passo. Il “ma” è anche ciò che congiunge poli antitetici, che coordina pensieri in rotta di collisione. E questo è evidente già dalla festa inaugurale e dalle prove generali del debutto de Anche l’edera s’arrampica sulla storia, un’opera di Giorgiomaria Cornelio e Danilo Maglio e capitolo conclusivo della trilogia L’ufficio delle tenebre.
Valle Cascia, un cumulo di case ammonticchiate intorno a una statale, viene così attraversata da un corteo variopinto capitanato da un coro di voci levate al cielo: «Al maremoto! All’uragano!». La fiumana di gente si riversa, dal piccolo giardino addobbato a food court, lungo un piccolo tratto di statale per poi attraversare il presidio antisommossa all’ingresso dell’ex fornace Smorlesi.


Nel piazzale antistante, una cavea costruita coi mattoni della fornace, nella quale musicisti e performer intonano canti ed espongono versi dal testo di Cornelio. Prende avvio il rito: la scena si mobilita ed è come assistere al farsi di un movimento collettivo e simultaneo, da fruire attraverso il limite della propria percezione. Se alcune ragazze vestite di nero, prefiche, streghe o adepte camminano lungo il perimetro di una recinzione di mattoni entro cui un’Ofelia giace in una vasca trasparente, dall’altro lato alcuni soldati/operai si inseguono, costruiscono scenari con le pistole spianate. Sullo sfondo un pulpito su schermo bianco, da cui una sacerdotessa/oratrice inaugura una nuova preistoria: «Ciò che estingue può anche salvare». E le azioni si susseguono, si sovrappongono, frantumano la scena e la percezione dell’esperienza. Quella che operano Maglio e Cornelio è una regia del rito, del movimento, di commento scenico e artistico al testo poetico, alle suggestioni presenti di una ricerca che si dà nel suo farsi, nel rendere subitaneo l’immortale. Le immagini suggeriscono e sostengono l’impianto poetico: l’accostamento dei lunghi abiti neri e di quelli bianchi, le divise militari e i pizzi, serrati e uniti nell’immagine finale da un filo rosso implica una compenetrazione del bene nel male, una convivenza armonica e vitale imprescindibile. E così è spiegato:
Perché un mondo nuovo
non è per forza un altro mondo,
ma questo qui, un momento dopo
la sua eclisse.
«Con la fine nel mezzo»
Persino i crediti partecipano alla drammaturgia, dove la luce diventa “memoria”, e il trucco “scienza cosmetica”: è esplicito il desiderio di fare della nomenclatura un’estensione del linguaggio poetico dello spettacolo, forse anche con un eccesso di lirismo che dice molto della poetica ma anche della postura, del progetto.

Quello dell’Associazione Congerie è un lavoro innanzitutto identitario per un gruppo di giovani che ha voluto risensibilizzare il proprio territorio, ricostruirlo dalle ceneri di un presente stagnante. Adattarlo alle proprie esigenze, rendere l’edera infestante una metafora di resilienza e rinascita culturale e fortemente politica, tutto a partire dal quel fumo dell’ex fornace Smorlesi che in 7 anni di festival si è ormai diffuso e allargato in tutta Italia, contagiando ragazze, ragazzi nell’abitazione della “città del futuro”. E quindi spettacoli teatrali, concerti, letture poetiche, mostre personali, collettive e seminari ma anche percorsi didattici, laboratori di teatro e architettura, tutto concorre alla creazione di un mondo eterotopico perchè ai margini, che preserva l’utopia ma non aderisce alla sradicazione dal contesto geostorico, sociale e politico. Lo immagina ex novo a partire dalle storture del presente.
ANCHE L’EDERA SI ARRAMPICA SULLA STORIA
Orchestrazione Danilo Maglio e Giorgiomaria Cornelio
Coreografia e regia dei movimenti Danilo Maglio
Scrittura di scena Giorgiomaria Cornelio
Con Linda Baldantoni, Filippo Baldelli, Bettina Bernardi, Ambra Borgiani, Valentina Compagnucci, Umberto Cornelio, Sofia Del Zozzo, Andrea Giannoni, Eugenia Fera, Valentina Lauducci, Cristina Nocioni, Lorenzo Orazi, Carolina Sala, Rodolfo Salustri, Iris Zanicotti
Canti e partiture musicali Omaro Affede, Enrico Bordoni, Simone Doria, Micaela Piccinini
Corpo in processione Giulia Pigliapoco
Ideazione e costruzione macchine sceniche Anita Lombardi
con Federica Sanna, Paolo Saputo, Maria Talotta, Iris Zanicotti
Sartoria e ideazione costumi di scena Mavraynna
Segno Giuditta Chiaraluce
Custodia della fornace Paolo Dignani
Produzione e comunicazione Congerie
I fumi della fornace | Valle Cascia, 28-31 agosto 2025 (MC)





