LAURA NOVELLI | Dopo il successo della scorsa edizione, svoltasi al Teatro Le Maschere, la rassegna di drammaturgia contemporanea Le voci del presente è tornata ad arricchire la proposta teatrale capitolina con un ricco carnet di titoli, iniziative collaterali e importanti novità. Prima tra tutte, lo spazio in cui il festival – prodotto dalla Compagnia Umberto Orisini e codiretta dallo stesso Orsini e da Francesco Feletti – trova quest’anno la sua nuova cornice: il Teatro Tor Bella Monaca. Una accogliente struttura di proprietà del Comune di Roma che insiste in un territorio periferico complesso dove la vitalità di un teatro può davvero fare la differenza e rappresentare un luogo nevralgico di ritrovo e crescita culturale per i cittadini.
Motivo per cui questa seconda edizione della vetrina, che gode del sostegno del Ministero della Cultura e figura tra i vincitori dell’Avviso Pubblico Roma Creativa 365 promosso da Roma Capitale e Zètema, acquista anche la fisionomia di una scommessa artistica dal valore – lo diciamo senza alcuna retorica – civile. Una scommessa che finora parrebbe vinta: i primi due week-end di programmazione (dal 4 al 31 ottobre) hanno visto, infatti, una nutrita partecipazione di pubblico e le prenotazioni per alcuni dei titoli in scaletta sono già sold-out. Dando uno sguardo d’insieme proprio al cartellone, emerge il profilo di una proposta che, come illustra lo stesso Feletti in questa intervista rilasciata a PAC, intende mettere insieme compagnie giovani e nomi illustri, temi diversi ma complementari, linguaggi sospesi tra tradizione e innovazione.
Quali sono le linee guida che hanno ispirato le scelte programmatiche di questa seconda edizione di Le voci del presente?
Innanzitutto, mi lasci dire che ci teniamo molto a questo festival e sia io che Umberto Orsini siamo molto contenti di questa nuova edizione. Il nostro intento principale è aggregare intorno al progetto giovani compagnie e artisti più navigati e conosciuti, proponendo drammaturgie di tipo diverso, dalla prosa contemporanea al teatro di ricerca e provocando incontri che ci auguriamo possano essere fruttuosi. Già l’anno scorso si sono create felici sinergie tra artisti e ciò è un aspetto che ci interessa molto. Ad esempio, il regista Leonardo Capuano, proprio grazie alla nostra rassegna, ha conoosciuto un giovane attore molto talentuoso, Giorgio Sales, e insieme hanno lavorato sul testo Ammazzare i morti di Carlo De Amicis (autore del racconto da cui Valentina Sperlì e Renata Palminiello hanno tratto il fortunato Maledetto nei secoli l’amore, ndr) che ha debuttato a settembre al festival Trame contemporanee di Molfetta.
Dunque, ci piace pensare a questa vetrina come a una fucina di artisti di generazioni e formazioni differenti che si ritrovano, si incontrano, entrano in contatto tra loro e possono, lateralmente al nostro contenitore, mettere in cantiere nuovi progetti.
C’è poi il discorso delle tematiche; anche quest’anno proponiamo temi e contenuti che, pur se diversi, risultano sempre ancorati alla realtà, al contemporaneo, e ovviamente lanciamo nuovi testi sia italiani che stranieri, soprattutto di area britannica o anglofona. Non dobbiamo poi trascurare il fatto che quest’anno Le voci del presente, i cui appuntamenti sono tutti a ingresso gratuito, si stia svolgendo al Teatro Tor Bella Monaca, una struttura periferica che si trova in un tessuto sociale interessante e che ha due bellissimi spazi, uno più grande e uno più piccolo di 100 posti, gestiti in modo esemplare dal direttore organizzativo Filippo D’Alessio e dal suo staff.
Come ha risposto il pubblico alle prime proposte del cartellone?
Molto bene. Il lavoro inaugurale, Il cuore debole di Antonio, su scrittura di Simone Giacinti e regia di Francesco Giordano, è uno spettacolo che racconta con delicatezza e amara ironia la barbara uccisione di Antonio De Falchi, un tifoso romanista vittima di un agguato ultras a Milano nel 1989. La sala era affollatissima e gli spettatori hanno apprezzato molto la pièce.
Lo stesso posso dire sia per Ricordate che eravate violini, in cui Giorgio Sales (diretto da Francesco d’Alfonso, cui si deve anche la drammaturgia, ndr) viaggia attraverso alcuni brani della grande poesia di ogni tempo per raccontare la Passione di Cristo al di là del suo significato strettamente religioso, sia per Il ritratto della salute di e con Chiara Stoppa (testo scritto in collaborazione con Mattia Fabris, ndr): un monologo che ha una lunga storia scenica e che affronta, anche qui con intelligente leggerezza, il tema assai delicato del cancro facendo appello a un’esperienza autobiografica dell’autrice/attrice.
Di malattia ci parla anche Old Fools di Tristan Bernays che sarà in scena il 24 e 25 ottobre: c’è una precisa volontà di insistere su questa tematica?
Diciamo che la presenza di due spettacoli sulla malattia, il cancro in un caso e l’Alzheimer nell’altro, è una coincidenza, ma in fondo, se ci pensiamo, la fragilità della salute è un aspetto della vita che interessa e tocca tutti, direttamente o indirettamente, e che innesca sentimenti ed emozioni condivisibili. Ci tengo a chiarire che entrambi questi lavori girano già da un po’ ma che, proprio perché sono importanti, meritano di essere visti ancora e ancora. Chiara Stoppa racconta una vicenda personale drammatica, dato che l’attrice fu colpita da un tumore a soli venticinque anni, in un periodo in cui stava lavorando con Franca Valeri. E fu proprio Franca a farla riflettere sulla possibilità di tradurre la sua storia in un libro (lo pubblica Mondadori, ndr) e in uno spettacolo. È uno spettacolo che siamo felici di aver riportato a Roma dopo diversi anni e che, attraverso corde ironiche e autoironiche e una grande prova interpretativa, fa riflettere il pubblico su argomenti davvero enormi.
Medesimo discorso potrei fare per Old Fools, messo in scena dalla compagnia Malalingua su regia di Silvia Peroni e con Marianna de Pinto e Marco Grossi interpreti. Bernays è uno scrittore e autore teatrale britannico pluripremiato che in questo testo parla di Alzheimer fotografando la vita di una coppia nell’arco di alcuni anni e procedendo con un montaggio drammaturgico non consequenziale, ricco di piani temporali diversi. Ma soprattutto si tratta di un testo, presentato già al Festival Trame contemporanee l’anno scorso, pieno di amore. Ci sembrava importante inserirlo nella nostra vetrina.
Sempre al teatro di area anglofona attinge poi Ferite d’arma da gioco di Rajiv Joseph, drammaturgo e sceneggiatore statunitense molto apprezzato e finalista del Premio Pulitzer. Qui ci spostiamo su una storia di amicizia e di corrispondenze del cuore. Cosa può dirci a riguardo?
Si tratta di una produzione di una giovane compagnia, Noi Gait, dove il regista Angelo Curci dirige due notevoli interpreti, Arianna Aloi (ne avevamo apprezzato il talento già ne Il giardino dei ciliegi di Alessandro Serra) e Francesco Patanè. Il testo, davvero originalissimo, esplora il rapporto tra due amici d’infanzia, Diego e Caterina, lungo trent’anni delle loro vite ma, come in Old Fools, non traccia una traiettoria consequenziale: la narrazione procede, bensì, seguendo le ferite emotive o fisiche che i protagonisti subiscono in diversi momenti della loro esistenza e alla fine ne viene fuori un ritratto pietoso e agrodolce. Una splendida riflessione sull’importanza delle connessioni tra gli esseri umani e sulla forza rigenerativa del dolore.
La compagnia Orsini produce e sostiene diversi artisti. Tra questi Massimo Popolizio e Pietro Babina, nome legato da sempre alla sperimentazione in ambito multimediale e tecnologico. Come si concretizza, in entrambi i casi, la vostra collaborazione?
Massimo fa parte della nostra famiglia da tanto tempo. È un grande uomo di teatro che non ha certo bisogno di presentazioni. Il nostro festival ospiterà, domenica 26, il suo Pasolini. Una storia romana, uno dei cavalli di battaglia di Popolizio e che abbiamo deciso di riprendere proprio quest’anno, in occasione dei cinquant’anni dalla morte dello scrittore. Sullo sfondo ci sono l’Idroscalo di Ostia, le borgate romane del dopoguerra e Massimo, magistrale interprete accompagnato dalla violoncellista Giovanna Famulari, cuce insieme brani tratti da opere quali Ragazzi di vita (che lui stesso ha portato sulle nostre scene alcuni anni fa), Una vita violenta, Religione del mio Tempo e Scritti Corsari per ricostruire, in un racconto dall’andamento cinematografico, quel degrado culturale e quel conformismo sociale contro cui Pasolini si è sempre battuto.
Per quanto riguarda Babina, lo ospitiamo nella rassegna di Tor Bella Monaca con un lavoro molto particolare e già ben rodato, Macello il titolo, tratto da un corpus di poesie di Ivano Ferrari, un giovane lavoratore del macello comunale di Mantova. L’argomento è molto interessante perché la pièce invita a riflettere sulla violenza contro gli animali, sugli allevamenti intensivi e su altre tematiche animaliste; a questo si sovrappone poi un linguaggio teatrale perfettamente in linea con la ricerca di Babina, qui da solo in scena e impegnato in una prova dove, con un led wall alle spalle e una consolle incredibile, riesce a creare un dispositivo sonoro e vocale molto affascinante. Anche lui fa parte della nostra numerosa famiglia. Per esempio, abbiamo sostenuto con grande interesse il suo Sole e Baleno, un musical piuttosto complesso che racconta la storia di due anarchici morti in carcere, e l’anno prossimo saremo coproduttori della sua versione di 4.48 Psychosis di Sarah Kane con Petra Valentini interprete.
Lei è un esperto operatore teatrale. Dal suo punto di osservazione, in quali acque naviga il teatro italiano?
Siamo in un periodo molto faticoso ma è anche vero che diciamo la stessa cosa da tempo. Credo che la scena italiana sia in sofferenza ma che abbia anche un bel tessuto di giovani compagnie, per le quali però il mercato è saturo. Senza politiche lungimiranti, le nuove leve rischiano di avere solo opportunità “usa e getta”. Inoltre, ho l’impressione che in alcuni teatri, per lo più pubblici, manchino operatori appassionati e pronti a rischiare, ad assumersi responsabilità. Senza contare che gli spazi sono sempre di meno.
Tutti aspetti che pesano soprattutto sulle realtà nuove e più fragili. Noi, come compagnia, siamo fortunati. Abbiamo davanti una stagione ricca di attività e di titoli in tournée: riprenderemo Ritorno a casa di Harold Pinter diretto da Popolizio, Prima del temporale di e con Orsini e I Ragazzi irresistibili di Neil Simon, sempre con Orsini e Franco Branciaroli. Poi proseguono le nostre collaborazioni e la nostra mission di scouting. Debbo dire che dietro tutti questi progetti ci sono tanto lavoro e tanta disciplina. È stato così sin dai primi anni. Umberto ha fondato la sua compagnia nel 2013 e mi ha chiamato subito a collaborare con lui; io già lo conoscevo artisticamente e mi sono sentito enormemente onorato della proposta. Da allora non ci siamo mai fermati. La famiglia si è allargata sempre di più e abbiamo cercato di portare avanti i nostri progetti artistici e culturali con professionalità e passione.
Cosa ha maggiormente imparato da Umberto Orsini in questi anni di stretta collaborazione?
Umberto non è un uomo emotivo e questo mestiere, che è fatto di rapporti umani e di scelte che ricadono su una notevole filiera di persone, ha bisogno di menti lucide come la sua. Intelligenze capaci di risolvere problemi e assumersi grandi responsabilità. Da Umberto ho imparato davvero molte cose ma è proprio il suo approccio verso il mestiere ciò che più mi porto dentro: lui si ritiene un artigiano, uno che apre bottega e che lavora ogni giorno per il domani. Non guarda mai al passato. Pensa sempre a cosa farà poi, a un nuovo progetto. E questo lo trovo molto saggio e vitale.
E allora, oltre alle riprese di cui abbiamo già parlato, ci sono nuovi progetti?
Umberto ha in cantiere una nuova produzione, con Branciaroli e Popolizio, che dovrebbe debuttare nella stagione 2026/27 e anche Massimo ha un nuovo importante progetto per Spoleto 2026. Ma non posso dire di più.
Infine, rispetto a Le voci del presente, cosa si augura?
L’augurio più semplice e naturale che posso fare a me e alla compagnia è ovviamente quello di poter realizzare, l’anno prossimo, una terza edizione di questo Piccolo Festival di drammaturgia contemporanea (come suona il sottotitolo), perché credo sia una bella occasione per il pubblico romano e per tanti artisti, giovani e meno giovani. D’altronde, come operatori teatrali, dobbiamo guardare sempre avanti con ottimismo: ce lo insegna Umberto Orsini.
LE VOCI DEL PRESENTE 2025
Piccolo Festival di drammaturgia contemporanea
Teatro Tor Bella Monaca | Roma, 4-31 ottobre 2025
informazioni: www.compagniaorsini.it





