SARA PERNIOLA | Se nella prima parte dedicata alla XIII edizione di Trasparenze Festival abbiamo raccontato le atmosfere e i momenti salienti delle giornate inaugurali, qui proseguiamo il racconto delle nostre giornate a Gombola, dove gli elementi tipici del circo contemporaneo hanno animato gli spazi, trasformando i gesti in gioco e le strade in piccoli teatri di meraviglia, in cui stupore, maestria e leggerezza si sono armonicamente intrecciati.
La seconda giornata nel borgo si è aperta con Abattoir Blues, lo spettacolo di Luigi Ciotta che ha dato subito un tono deciso alla programmazione: la pièce – realizzata all’esterno, nello spiazzo antistante la Chiesa di San Michele Arcangelo – è, infatti, un colpo diretto, un lavoro che non fa sconti, capace di mutare forma come una creatura viva. Potrebbe essere, infatti, molte cose: una farsa o una tragedia, un frammento di documentario o un atto di teatro di strada; ma è, prima di tutto, un lavoro intenso, coerente con il percorso artistico di Ciotta – è la creazione che chiude La trilogia dell’Abbandono sul benessere animale e sul rapporto tra uomo e carne – e perfettamente in linea con i temi del festival.

Lo spettacolo affronta, in maniera spregiudicata, ma senza intenti morali, la vita nei macelli: la quotidianità alienante di un lavoratore si trasforma, così, in coreografie compulsive, tra intestini da giocolare, carcasse sospese, pupazzi e rumori che si accavallano. Il teatro di figura si combina con la clownerie, giocoleria e teatro fisico, creando gesti grotteschi, immagini potenti e disturbanti, ma allo stesso tempo sorprendentemente leggere: in scena, infatti, troviamo un’oca-pupazzo ingozzata, un coniglio che salta, una pecora che diventa cornamusa, testimoniando che la forza dello spettacolo sta nell’impatto visivo e sensoriale, e non solo nell’accuratezza dell’esecuzione.
Il ritmo dello spettacolo è frenetico e imprevedibile: gag clownesche, azioni bizzarre, magie improvvise e numeri di circo si intrecciano senza tregua, trascinando lo spettatore in un vortice di stupore e tensione. Ogni gesto, ogni suono, ogni immagine è calibrata per sorprendere e provocare, conducendo a una conclusione inevitabile quanto necessaria: un mondo trasformato in macello non può che restituire la sua crudeltà. Al centro, c’è lui, Luigi Ciotta, un maestro capace di muoversi, modulare versi e suoni, divertire, cantare e stupire, governando con talento assoluto ogni momento dello spettacolo.
Successivamente, ci spostiamo all’interno della Chiesa, dove assistiamo a Circo Kafka di Roberto Abbiati – con la regia di Claudio Morganti – il quale, accompagnato dal musicista e tecnico del suono Johannes Schlosser (tesse una partitura invisibile), mette in scena uno spettacolo sospeso tra il grottesco e l’inquietudine, più attuale che mai.
Lo spazio scenico si apre catapultandoci fin da subito in una dimensione surreale, dove il dramma di K. del Processo di Kafka si confonde con la sua commedia: un impiegato di banca, a causa di un assurdo caso giudiziario, è condannato alla pena capitale.
K. si sveglia nella sua camera da letto, un ambiente intimo e ordinario, che diventa il centro della scena. Una stanza, curata nei dettagli e colma di oggetti, che appare come un piccolo presepe: tutto sembra avere un significato nascosto, come se gli oggetti stessi – incasellati l’uno sull’altro – partecipassero al mistero che lo circonda. È un risveglio che segna l’inizio di qualcosa di incomprensibile: una giustizia invisibile, impenetrabile, che può manifestarsi senza preavviso, trasformando la vita in un teatro surreale di marionette, trapezisti e animali impagliati. Il protagonista, con i suoi guanti bianchi, è il bersaglio di un potere che agisce nell’ombra, mentre chi comanda pare divertirsi a osservare il suo smarrimento.

Da quel momento, la vita si piega come un tendone che scricchiola al vento: la giustizia non parla, ma osserva; il potere non giudica, ma gioca. E tutto è in bilico, tutto è spettacolo.
Ed è così che Abbiati attraversa Il Processo senza rappresentarlo, ma lo inserisce dentro un congegno teatrale fatto di suoni, gesti, sussurri, dove ogni oggetto respira, crolla, si rialza, come un manichino, una lampadina tremante, un suono che taglia l’aria.
L’interprete, impeccabile e coinvolgente, si muove ora con quella presenza che solo gli anni di palcoscenico insegnano, ora come un clown che conosce il tragico, ride a scatti, si ferma di colpo, cambia peso, ma non voce. Il pubblico lo segue, tra ironia e inquietudine; si ride, ma di traverso; si capisce, ma non tutto fino in fondo.
Quando poi il tempo si ferma e Abbiati chiede a Schlosser se la canzone suonata fosse per caso quella sbagliata, sembra di assistere a qualcosa che si rivela e subito si ritrae. Come un pensiero che non si lascia dire. Come la colpa di Josef K., che non si nomina, ma resta.
Circo Kafka si rivela essere, dunque, una sorta di giostra della giustizia, un rito senza assoluzioni per i giudicati, un teatro che non consola, ma che mostra come sia, spesso, allucinatorio vivere.
La mattina dell’ultimo giorno del festival, Valentina Turrini – attrice, narratrice e formatrice – ci conduce nel mondo di “Polegnala e pshenitsa”, un canto bulgaro tradizionale sulla mietitura. Un gruppo si sposta sulla collina che guarda Gombola, un altro rimane raccolto nella piazza della vecchia chiesa: siamo più di quaranta.
Il canto diventa un modo per salutare, per lasciare andare qualcosa di indefinibile. Le due voci, che si rincorrono a distanza, spargono nell’aria strofe su campi già tagliati, su una ragazza distesa tra le spighe, sulla voce del grano che sembra raccontare storie antiche. In questo rito collettivo, fragile e luminoso, è come se il tempo stesso si fermasse per ascoltare, unendo le persone senza parole, trasformando il semplice gesto del cantare in qualcosa di profondo e magico.
Cuore pulsante di Trasparenze sono stati i giovani, i volontari, gli amanti del luogo e del festival che, con il loro entusiasmo e la loro energia, hanno reso possibile ogni momento. Insieme alla musica – il duo Wunder Tandem, la banda giovanile e il gruppo Slick Steve and the Gangsters – hanno dato vita a momenti indimenticabili. A Gombola, poi, si mangia e si ride insieme; si dorme nelle case di chi accoglie l’altro con calore; si cammina fianco a fianco lungo sentieri e colline; ci si ferma ad ascoltare il silenzio, a osservare la bellezza del paesaggio. Ogni gesto, ogni incontro, ogni nota musicale diventa un filo che unisce le persone, tessendo un’esperienza condivisa fatta di risate, emozioni e scoperta.
In questo intreccio di musica, convivialità e natura, Trasparenze si rivela non solo come evento culturale, ma come un vero e proprio rito della comunità, capace di lasciare nell’aria la magia di momenti che vibrano fuori e dentro di sé, anche quando si va via.
ABATTOIR BLUES
di e con Luigi Ciotta
regia Adrian Schvarzstein
aiuto regia Francesco Sgrò
scenografia Yasmin Pochat e Augusta Tibaldeschi
costumi Roberta Vacchetta
luci e suono Luca Carbone
Progetto Vincitore – Premio di produzione – Orango Bando 2018 Cooperativa Italiana Artisti
Premio di produzione – Emilio Vassalli 2019, Festival Circonferenze
Premio Mirabilia Award – FESTIVAL MIRABILIA 2022
3° Classificato In-Box Verde 2023
CIRCO KAFKA
dal Processo di Franz Kafka
con Roberto Abbiati e la partecipazione di Johannes Schlosser – Compagnia Abbiati Schlosserirco
regia di Claudio Morganti
musiche a cura di Claudio Morganti e Johannes Schlosser
produzione Teatro Metastasio di Prato, TPE Teatro Piemonte Europa
Gombola, Polinago | 2-3 agosto 2025





