LAURA NOVELLI | Ci ha abituato a spettacoli potenti, impegnati, scomodi, spesso frutto di un ripensamento coraggioso del repertorio classico e del mito alla luce dell’attualità più cruda, più problematica. Basti pensare a lavori indimenticabili come Oreste in Mosul (2019), Grief & Beauty (2022), Medea’s Children, presentato alla Biennale di Venezia 2024, o il precedente Antigone in the Amazon, in cartellone al REF 2023.
Quest’anno, Milo Rau, regista svizzero tra le personalità più importanti ed eclettiche della scena contemporanea, è tornato al RomaEuropa Festival con una creazione molto diversa rispetto alle sue ultime produzioni, La Lettre il titolo (debutto ad Avignone quest’estate), dove due attori storici della sua compagnia, Olga Mouak e Arne De Tremerie, imbastiscono una confessione autobiografica per raccontare cosa significhi oggi fare teatro e – tanto più – per interrogarsi sul valore di un teatro che sia autenticamente “popolare”. Ovverosia: comprensibile da tutti, allestibile in spazi non teatrali, aperto all’incontro con comunità diverse, anche periferiche o molto piccole.
Alla base di questa scelta c’è un’indicazione precisa del direttore del Festival D’Avignon Tiago Rodriguez che, come dice lo stesso Rau in un’intervista pubblicata nel programma di sala, ha invitato “alcuni artisti a creare opere che siano rappresentabili senza infrastrutture specifiche”. Ma gli esiti cui lo spettacolo giunge e la lingua drammaturgica che adotta per farlo vanno ben oltre gli input di partenza.
Senza dubbio ci troviamo di fronte a una sorta di “pièce da camera” il cui respiro non necessita quasi di nulla: un tavolino, due sedie, tre bandiere monocrome sul fondo (una bianca, una rossa e una verde come a voler scomporre i colori simbolo della Palestina), alcuni cartelli artigianali posati di lato, un amplificatore per resuscitare la voce di figure assenti, un gabbiano di paglia che, solo a guardalo, intenerisce il cuore.

Una semplicità spartana che si riempie tuttavia di vita vissuta, scelte, memoria, sogni, traiettorie artistiche ed esistenziali, disegnate lungo le pieghe emotive di due riferimenti imprescindibili: Mouak (attrice nata e cresciuta a Orléans) desidera da sempre portare in scena la vicenda e il processo di Giovanna d’Arco; De Tremerie (studi alla KASK Drama di Gand) aspira, invece, a interpretare Konstantin in Il gabbiano di Anton Čechov. Il fervore religioso dell’eroina francese e l’idealismo disarmante del fragile figlio di Arkadina diventano, dunque, i pretesti e i contesti poetici per mettere a nudo la propria anima, le proprie aspirazioni artistiche, collegandole a ricordi familiari che hanno il sapore di vaticini laici verso cui sentirsi serenamente in debito e sui quali imparare a sorridere.
Per entrambi, infatti, il ricordo delle rispettive nonne ha un valore cruciale: quella di Olga (afrodiscendente) era una veggente che sentiva le voci e vedeva gli spiriti, proprio come la Pulzella d’Orléans; quella di Arne voleva fare l’attrice e recitare Nina nel Gabbiano, ma finì con il lavorare alla radio e vivere nel ricordo di una madre fuggita via chissà dove, dopo averle lasciato una lettera (era il 1949). Proprio questa lettera diventa il materiale di apertura e di chiusura dello spettacolo e il fil rouge che collega, in modo circolare, incipit ed epilogo della drammaturgia, tenendo insieme i diversi registri che la compongono.
«La scrittura – spiega ancora l’artista – è nata da un costante scambio tra gli interpreti e il team di regia, a partire da domande sul loro rapporto con il teatro e sulle loro ossessioni. È stato un lungo percorso, prima di individuare la linea drammaturgica». Linea drammaturgica nel complesso molto varia, spezzata, a tratti eccessivamente flebile, dove il doppio filo autobiografico dei bravi interpreti si compone e scompone più volte, per lasciare spazio a momenti di vera e propria stand-up comedy, ad aperture al pubblico dal richiamo nettamente brechtiano (basti considerare i momenti in cui uno spettatore attraversa il palcoscenico portando cartelli che introducono quanto vedremo o il coinvolgimento diretto di “un intellettuale”, “un medico” e “un insegnante” reclutati in platea), a battute ironiche in cui l’intento metateatrale sposa la critica sociale e politica. Sul banco degli imputati finiscono l’Intelligenza Artificiale, la situazione del teatro italiano, la sala stessa che ci ospita (il Vascello), la nostra realtà politica (piovono riferimenti a Casapound e domande sulla possiblità che in Italia ci sia ancora qualcuno di sinistra). Il tutto mentre il sogno di essere Konstantin o Giovanna D’Arco vacilla e si incaglia in un mucchio di difficoltà e mentre le splendide musiche di Jacques Brel, Albinoni e Arvo Pärt accarezzano le illusioni fallite dei giovani performer, chiamati però, con la sottile vena ironica che ne caratterizza la prova, a rovesciare l’ottica e a difendere l’Arte – questa semplice, popolare, Arte qui – come il più ostinato baluardo contro la selvatichezza dei nostri tempi bui.
Dunque, sebbene La Lettre resti una creazione esile, persino confusionaria e poco compatta, ciò che vuole dirci risuona come un monito estremamente politico. Non è certamente il migliore lavoro di Rau, ma di Rau, impegnato negli ultimi mesi in altre tre importanti regie quali The Pelicot Trial, sul caso di Gisèle Pelicot, Burgtheater di Elfriede Jelineke The Seer, possiede la cifra e il pensiero.
Tanto che, nel guardare la pièce, ci è venuta in mente proprio la produzione che il regista ha presentato a Venezia quest’estate, appunto The Seer, straordinaria riflessione sulla violenza e il potere delle immagini con Ursina Lardi e Azad Hassan interpreti. E ci sono venute in mente soprattutto le parole che la sua intensa protagonista, insignita del Leone d’Argento, ha pronunciato durante la cerimonia di premiazione, per denunciare quanto il disinteresse istituzionale, politico ed economico stia distruggendo l’Arte e limitando la possibilità che essa, oggi, abbia voce.

Parole cui, d’altronde, fanno eco quelle che lo stesso Rau ha riservato alla sua lunga lettera pubblica al teatro italiano comparsa sugli Stati Generali qualche settimana fa dove il regista – in estrema sintesi – scrive che il dramma della guerra a Gaza, le manifestazioni di piazza e l’inaudita ferocia del momento storico attuale, lo hanno portato a riflettere sul suo La Lettre, un lavoro che “parla di amore e di dolore e del nostro bisogno di bellezza e di essere comunità”, ma che ora gli suona estremamente “fuori luogo”. Ne citiamo un breve passaggio: «In questo momento, mentre ogni giorno cadono bombe su Gaza e la flotta che era in viaggio per fermare il genocidio è stata fermata a sua volta, la bellezza, il dolore, l’umorismo della mia lettera mi sembrano un grande silenzio, anzi una menzogna». Poi menziona Brecht (suo indiscusso maestro) e aggiunge che: «Il palcoscenico non è un luogo di chiarezza morale, ma di contraddizioni. Il teatro che amo è un luogo cupo, tragico, ridicolo, vulnerabile, riflessivo. Ma oggi, miei cari amici, mie care amiche, oggi dobbiamo essere chiari. Dobbiamo dire quello che pensiamo. Dobbiamo rivolgere la nostra attenzione a ciò che accade fuori, nel mondo. E dobbiamo smettere di tacere al riguardo».
Al di là delle circostanze che hanno spinto Rau, proprio in occasione del debutto romano della sua pièce, a scrivere questa missiva pubblica, il cortocircuito tra le due “lettere” è un fatto incontrovertibile. Perché parlare semplicemente di sogni, aspirazioni, poesia, è un modo esso stesso per non tacere. E perchè, in fondo, anche il dolore di Kostja e il sacrificio di Giovanna ci “ri-guardano”.
LA LETTRE
con Olga Mouak e Arne De Tremerie
regia Milo Rau
testo Milo Rau & Compagnia
scene, luci e costumi Milo Rau e Giacomo Bisordi
oggetti di scena Milo Rau, Giacomo Bisordi e Julie Louvain
prodotto da Festival d’Avignon
coproduzione Éclat-Centre National des Arts de la Rue et de l’Espace Public-Aurillac, Théâtre de la Manufacture – Centre Dramatique National Nancy Lorraine, Théâtre du Bois de l’Aune/Biennale d’Aix- en-Provence, Théâtre Silvia Monfort (Parigi), Théâtre Public de Montreuil Centre Dramatique National, Le Canal Théâtre du Pays de Redon, CCAS les activités sociales de l’énergie, Théâtre du Champ au Roy (Guingamp), Théâtre Durance (Château-Arnoux-Saint-Auban)
Ringraziamenti: Odéon-Théâtre de l’Europe (Parigi), Stéphane Braunschweig e la compagnia de La Mouette, La Commune CDN d’Aubervilliers, Les Plateaux Sauvages (Parigi)
Teatro Vascello, Roma | 9 ottobre 2025




