EUGENIO MIRONE | L’estate: tempo dell’esperienza e della scoperta, ma anche dell’incoscienza, dei primi amori e di giornate infinite passate all’aria aperta, dove il giorno si confonde con la notte. Forse per questo l’estate è il tempo per eccellenza del “vivere naturale”, alla maniera di Meursault, il giovane protagonista de Lo Straniero di Camus che rifiuta di mentire e obbedisce soltanto alle leggi della natura, sfuggendo agli obblighi delle convenzioni sociali, sincero fino alle estreme conseguenze.
Già, perché quando hai diciassette anni e hai finito la scuola, il richiamo alla vita si fa così irrefrenabile che settembre si trasforma in un fioco miraggio, lontano lontano. Io, personalmente, ho passato parte di quei mesi infiniti di sospensione scolastica a fare l’animatore nell’oratorio del quartiere (bei tempi!) e, tra partite infinite sotto al sole, sudore e grida di bambini, ho appreso i ferri del mio mestiere come operatore sociale.
Stefano Pasquini, invece, nella medesima estate ha conosciuto per la prima volta l’amore, il cous cous e Camus. Un triplice battesimo sentimentale, culinario e letterario avvenuto in Francia, più precisamente in Normandia, dove appena diciassettenne si era recato per trascorrere l’estate in compagnia di una ragazza conosciuta a Bologna, ospite della famiglia di lei. Il padre, un anarchico spagnolo, fuggito in Algeria alla fine della Guerra Civile, portò successivamente la famiglia in Francia per sfuggire alla Guerra di Indipendenza algerina.

Questo, dunque, lo sfondo di Teatro Naturale? Io, il cous cous e Albert Camus di Paola Berselli e Stefano Pasquini, per la regia di quest’ultimo e la collaborazione in scena di Maurizio Ferraresi. Il Teatro delle Ariette torna ad abitare il TeatroLaCucina negli spazi che un tempo erano le cucine dell’ex ospedale psichiatrico “Paolo Pini” nel quartiere Comasina, all’estremo Nord della periferia di Milano. Mai connubio poteva essere più appropriato per una compagnia intima e familiare come le Ariette che, dal 1996, produce e promuove una cultura teatrale incentrata sulla riscoperta del cibo come ritrovo conviviale e del teatro come rito, relazione. Ariette, infatti, è un podere in collina: 2,8 ettari di terra in pendenza lungo la Valle del Marcatore, sopra Bazzano, dalle parti di Bologna. Qui i campi hanno un nome, come le persone: Ariette, Due querce, Inferno, Purgatorio, Paradiso. E qui la compagnia vive occupandosi, allo stesso tempo, dell’azienda agricola e del lavoro teatrale, che sono poi la stessa cosa perché “il nostro teatro è un teatro di terra, fatto con le mani e vissuto nel corpo”.
Gli spettatori vengono, dunque, fatti accomodare lungo i lati della sala, attorno a tavolini rotondi che richiamano quelli dei café parigini. Questa è una prima differenza rispetto alla versione originale dello spettacolo che prevedeva, invece, lunghe tavolate. Soluzione senz’altro più comoda per mangiare, ma troppo divisiva nel marcare un confine più netto tra platea e scena.
Mentre Stefano narra gli antefatti di quella estate del ’78, Paola e Maurizio passano tra i tavoli a consegnare ciotole di verdure che ciascuno dei presenti s’impegna diligentemente a pulire e tagliare. Il cous cous, invece, è già in cottura; resta solo da buttare le verdure in pentola per il brodo (già, ho scoperto che il cous cous si mangia nel brodo).
Uno dei lati corti del rettangolo scenico è adibito a cucina da campo. Un muro di vapore, calmo e costante, fuoriesce da una schiera di pentole e risalta sullo sfondo di un grande drappo rosso. Quanti racconti e quante chiacchiere sono iniziate con un bicchiere di vino (che non manca di essere servito ai tavoli) in attesa della cottura della pasta, di un risotto o checchessia!
Così, la narrazione continua, alternando momenti autobiografici alle vicende del libro. Mentre Meursault incontra in spiaggia Maria – Paola, in abito rosso e parrucca bionda che si tuffa in una tinozza piena d’acqua al centro della scena – Stefano si ritrova coinvolto nelle discussioni politiche della sua famiglia ospitante davanti a una ciotola di cous cous. Cosa potrà mai pensare delle Brigate Rosse un diciassettenne in fuga d’amore che legge Camus per la prima volta?
«Il tempo non passa, siamo noi che passiamo» ama ripetere spesso Stefano, però settembre arriva e porta con sé la fine dell’estate. Di fronte alla possibilità di restare in Francia come aiutante del padre, il richiamo di Bologna è troppo forte. Allo stesso tempo, anche le pagine di Lo straniero stanno per esaurirsi e con esso la vicenda di Meursault, che ora si trova rinchiuso in carcere dopo aver commesso un omicidio, intento ad ammirare il cielo e «la meravigliosa pace di quell’estate dormiente».
Rispetto alla sua prima versione il testo è stato asciugato attraverso un’operazione di selezione del materiale letterario offerto dal romanzo. È, però, proprio il copro a corpo letterario il valore aggiunto di Teatro Naturale? Io, il cous cous e Albert Camus, che rispetto ad altri lavori delle Ariette non appare limitato al solo binomio autobiografismo-convivio. Pur con qualche gancio emotivo, lo spettacolo rimane in un terreno di onestà rispetto allo spettatore, che kantorianamente vede chi alza il volume della musica, vede l’attrice immergersi davvero nella tinozza d’acqua e vede i protagonisti, nella loro maturità e nei segni degli anni, ritornare con i propri corpi a un tempo e a un mondo di idee che non sono più.

Sciogliere la questione del rapporto tra vita naturale e vita sociale non è l’obiettivo di questo lavoro. Quel che si può dire è che la natura, per chi la vive davvero, non è solo idillio: è spesso anche crudeltà, verità, sofferenza del debole. E in questo spettacolo questa verità viene maggiormente fuori, perché gli artisti abbandonano il lato più romantico del loro codice di scrittura per concentrarsi su alcuni quesiti scenici che ingaggiano lo spettatore e lo portano pienamente in un tempo e in un luogo letterario, immaginario, ma profondamente reale, in cui a comandare è il libro, sono le sue pagine stampate in formato gigante.
In questa storia di vita, di anni Settanta, di primi amori e discussioni fra anarchici e comunisti nella campagna francese, a emergere non è un canto dell’esistenzialismo ma un sottile spiraglio in direzione leopardiana, verso quella “social catena” che fa sopportare i mali. Il peso dell’esistenza si digerisce meglio in compagnia attorno a un tavolo. Finalmente, il cous cous è pronto. Dopo gli applausi, si mangia.
TEATRO NATURALE? IO, IL COUS COUS E ALBERT CAMUS
di Paola Berselli e Stefano Pasquini
con Paola Berselli, Maurizio Ferraresi e Stefano Pasquini
regia Stefano Pasquini
produzione Teatro delle Ariette 2012
TeatroLaCucina, Milano | 18 ottobre 2025





