ESTER FORMATO e ELENA SCOLARI | Prometeo, Sette a Tebe, Antigone sono i tre spettacoli che costituiscono il Trittico della guerra firmato da Gabriele Vacis che dirige un gruppo di attori giovanissimi della compagnia PoEM (Potenziali Evocati Multimediali), in collaborazione con lo Stabile di Torino. Andato in scena al Teatro Menotti di Milano (in una stagione intitolata Teatro disarmato), questo trittico disarticola i testi scelti dalle trilogie originarie allo scopo di affrontare il complesso e atavico rapporto fra uomo e guerra in un senso antropologico. Sono prese in considerazione, infatti, tre forme archetipiche: la conflittualità fra divinità ed esseri umani (Prometeo), la conflittualità fratricida (Sette a Tebe), e quella che vede la contrapposizione di un sistema di leggi create arbitrariamente dall’uomo – secondo un criterio di sopraffazione – al diritto sancito dalla natura (Antigone).
Non è un caso che la scelta sia ricaduta su Eschilo e Sofocle perché, pur nella loro diversità, ci hanno lasciato ormai da millenni una visione ineluttabile del destino dell’uomo, letteralmente celebrata dalla solennità e dalla sacrale staticità della tragedia più arcaica.
EF: In Sette a Tebe si riparte dalla violenza fratricida, prototipo comune a tante culture, vista nella sua essenzialità e tribalità e per questo paradigma di un mondo che può essere quello del passato come quello di adesso. Il sottotitolo scelto, Un terribile amore per la guerra, ci dà l’idea del grande ossimoro che inchioda l’uomo al suo destino, nella continua e inesorabile ricerca del sangue.
C’è qualcosa che fa vibrare i corpi dei giovani in scena quando, a luci accese in sala, incomincia lo spettacolo; si dispongono allineati, secondo un filologico assetto statico, rigorosamente in nero. L’azione scenica è destinata a convergere verso forme corali e coreutiche, recuperando gli stilemi della ritualità e del profondo senso collettivo che rivestono la tragedia eschilea, più di quella degli altri due tragediografi.
Polinice ed Eteocle, figli dello sfortunato Edipo, avrebbero dovuto governare Tebe alternandosi fra loro al potere ma, allo scadere del tempo, Eteocle si rifiuta di cedere al fratello le redini della città. A questo punto Polinice dichiara guerra alla stessa Tebe, gettando nel terrore tutti gli abitanti. Ancora una volta la sfortunata città che già per causa di Edipo aveva dovuto affrontare un’orribile pestilenza, è fatta ostaggio dell’odio e della violenza e a nulla valgono le parole delle donne la cui presenza caratterizza il coro di voci che, come un vero e proprio sciame, insegue l’ostinato Eteocle che le rimprovera aspramente per la loro intromissione. Nello stesso tempo proprio lui appare come sdoppiato, affiancato da una figura che ne ripete le parole come un sussurro che si coglie a malapena, incarnazione del destino che gli pende sulla testa, mentre un araldo irrompe avvisando che alcuni guerrieri sono già davanti alle porte della città. La settima e ultima porta è presidiata dallo stesso Polinice, a questo punto Eteocle comprende che dovrà affrontarlo in armi. Tebe si salverà, i due fratelli si uccideranno l’un l’altro.
La regia di Vacis ci presenta uno spazio scenico pulitissimo (le scene sono di Roberto Tarasco), privo di qualsiasi arredo se non degli sgabelli e, come abbiamo detto, ricostruisce sapientemente il modello arcaico e rituale eschileo, dando centralità assoluta al coro. La danza e il canto, a loro volta, scandiscono lo svolgimento del testo originale che spesso viene lasciato in uno stato di sospensione, mentre i giovani attori inseriscono riflessioni sull’oggi. In questo modo la violenza di ieri e quella attuale si mescolano e tutto ciò non è finalizzato a sovraccaricare di ulteriori letture l’opera originale, quanto a far emergere l’origine arcaica e tutta umana della guerra. In alcuni punti, però, quest’operazione risulta un po’ forzata e stucchevole, come ad esempio per la divagazione sull’uso di alcune armi, oppure (volutamente) didascalica, come all’inizio quando uno degli attori sta leggendo su smartphone in proscenio le suggestioni dello stesso Vacis a proposito di Hind Rajab, la cui vicenda è stata raccontata nel film La voce di Hind Rajab di Kaouther Ben Hania, presentato al Festival di Venezia 2025. Verso la fine dello spettacolo invece, le giovani attrici si rivestono con abiti sportivi e, sedute in semicerchio, ci raccontano aneddoti sui loro nonni in tempo di guerra.
Nell’epilogo, tuttavia, questo approccio risulta più incisivo: le luci in sala sono rimaste accese per tutta la durata dello spettacolo e ora comprendiamo il perché: al netto delle violenze fratricide, tragicamente connaturate alla natura umana, mai interrotte, mai esaurite, noi tutti siamo ancora qui. I giovani di PoEM lo sanno, lo attestano, e in coda alla loro dichiarazione di essere ancora vivi, segue quella degli spettatori che, in un silenzio religioso che quasi toglie il respiro, alzano la loro mano, dicendo il loro nome e la loro età. L’infrangersi della quarta parete collima con la frantumazione di una certezza data per scontata: la pace. Se viviamo la vita che continua a scorrerci nelle vene è perché il destino ci ha collocati in un posto del mondo dove non vi sono bombe né kalashnikov, un prezioso privilegio che la guerra potrebbe scalfire da un momento all’altro. Ma non è il concetto, di certo non originale, che si staglia forte a conclusione della messa in scena, quanto il bisogno di ritrovare nella parola antica il senso negato dalla confusione mediatica del contemporaneo e, soprattutto, la necessità di una connessione fra attori e spettatori che nella sua immediatezza, seppur in maniera ‘didattica’, lascia nel pubblico un impatto emotivo importante.
ES: Io invece ho visto Prometeo, ispirato al Prometeo incatenato di Eschilo, anche lui come Polinice è considerato dai suoi simili Titani un traditore: ha donato il fuoco agli umani, passando, diciamo così, dalla loro parte. Insieme al fuoco ha dato loro conoscenza e pensiero. Per questo subisce l’ira di Zeus che gli infligge una punizione terribile: viene incatenato a una rupe ai confini della Terra allora conosciuta, nella regione della Scizia, e ogni giorno un avvoltoio gli divora le viscere, che ogni notte gli ricrescono.
Questo allestimento comincia con i giovani attori di PoEM seduti intorno a Gabriele Vacis che, a leggío, introduce e contrappunta le azioni con raccordi narrativi sull’intreccio della tragedia e inserti ispirati ad altre fonti letterarie. L’energia “prometeica” è quella del gruppo che crea un’onda intorno al Maestro, il quale lo ha guidato secondo il suo metodo, quello che formò e segnò il formidabile Teatro Settimo (e tanti allievi che hanno poi preso strade personali): un approccio corale, popolare e che sapeva amalgamare i talenti dei singoli. Certo, lì c’erano Eugenio Allegri, Laura Curino, Marco Paolini, Lucilla Giagnoni…
È senza dubbio un gesto importante e generoso creare un progetto con giovani attori per passare loro il proprio sapere e costruire una scuola significa seminare con una prospettiva di tempo lunga, va però detto che il carattere ancora acerbo degli interpreti di PoEM crea una compagine che si osserva sempre nel suo insieme ma dalla quale non emergono luccichii particolari. C’è molto movimento, in scena, per questo parlavo di onda (ci sono anche le Oceanine, del resto) ma la dinamica continua finisce per annacquare gli affondi della tragedia. In questo caso non c’è stato coinvolgimento diretto del pubblico e la luce sempre accesa in sala allude, a mio parere, anche all’idea che quello che avviene sul palco lo si stia creando insieme al pubblico in una sorte di seminario collettivo. E questo toglie potere al fatto teatrale.
I momenti ‘collanti’ in cui Vacis spiega, riassume, interpreta, rivelano, per contenuti, un percorso personale che il regista sta vivendo, con la sua sensibilità. Per esempio la citazione di un brano del romanzo La folgore nera di William Golding (titolo originale Pincher Martin, 1956), autore de Il signore delle mosche, presentato come la migliore descrizione letteraria da Eschilo a oggi del momento che ogni uomo vive appena prima della morte è francamente opinabile.
L’impressione finale è che si applauda a un Maestro, a un progetto intorno ai giovani, alla spinta verso il futuro e alla volontà di far parlare i grandi classici per capire l’oggi, nonostante un risultato artistico non eccelso.
TRITTICO DELLA GUERRA
PROMETEO | SETTE A TEBE, un terribile amore per la guerra
regia di Gabriele Vacis . scenofonia e ambienti di Roberto Tarasco
con Davide Antenucci, Andrea Caiazzo, Pietro Maccabei, Lucia Raffaella Mariani, Eva Meskhi, Erica Nava, Enrica Rebaudo, Edoardo Roti, Letizia Russo, Lorenzo Tombesi, Gabriele Valchera
produzione PoEM Impresa Sociale con Artisti Associati Gorizia e Fondazione ECM Settimo Torinese.
Teatro Menotti, Milano | 16-17 ottobre 2025







