SOFIA BORDIERI | Con la conclusione del Milano OFF Fringe Festival, programmato durante le prime due settimane di ottobre, anche quest’anno l’invasione teatral-off è arrivata a Catania. La quarta edizione rinnova l’impegno della direzione, di Francesca Romana Vitale e Renato Lombardo, a condurre una “festa” ramificata, capace di raggiungere nuovi pubblici e spazi meno conosciuti, come è stato spiegato nell’intervista su PAC di Renzo Francabandera. Della prima settimana del Fringe Catania OFF, dal 16 al 19 ottobre, abbiamo seguito tre lavori cercando di variare la scelta di luoghi e categorie.
Al Teatro Brancati abbiamo visto The Whisper of the Waves del regista taiwanese Poyuan Chung, con in scena cinque performer (Cheng Yung-Yuan, Chen Chia-Yi, Chen Yu-Chiao, Chen Hsing-Yen, Liao Comei). Lo spettacolo ha inizio con l’ingresso del pubblico che rumoreggia in sala a lungo mentre la compagnia, in linea sul palcoscenico, con piccoli gesti replica alcuni movimenti che osservano da spettatrici e spettatori. I rintocchi di una campanella segnano fine e inizio di questi momenti che ricominciano ciclicamente, finché scende il buio in sala.
I visi dei performer sono truccati con cerone bianco e ciascuno indossa una combinazione di abiti diversa, tutti dalle tonalità calde. L’immagine dei loro corpi rimanda subito all’estetica del Butoh giapponese, che è possibile intercettare in alcune sfumature delle qualità di movimento: fluenti, ma ruvide, graffiate da un sentire viscerale drammatico e sinistro.
Catastrofi, sofferenza, perdita, sono alcune delle parole rapidamente proiettate in avvio (in italiano e inglese), che segnano la temperatura del lavoro, aperto con una coreografia corale elementare, fatta di cerchi e spostamenti in gruppo, all’unisono o a canone, senza rigore, né virtuosismi. Un soundscape stradale aggancia la narrazione al nostro oggi, dipingendo una situazione cittadina in cui ognuno sembra incapsulato in una propria narrazione.
Da questo momento lo spettacolo è organizzato in blocchi che, intervallati da intermezzi, hanno la medesima struttura: la voce di una o un performer bendat* riproduce un dialogo o un monologo – una narrazione o un fluire di coscienza – mentre i personaggi interessati, privati della loro voce, si muovono. All’interno delle narrazioni teatralizzate, i movimenti sono quasi delle pantomime, azioni riconoscibili e didascaliche, talvolta arricchite da movimenti più astratti.
Ogni sezione narra una storia il cui comune denominatore è quella carrellata di parole lette in apertura. Nonostante l’atmosfera iniziale apparisse leggera, The Whisper of the Waves attraversa temi esistenziali, dalla relazione all’attaccamento, dalla solitudine all’incomunicabilità, con forti toni drammatici, talvolta attraverso modalità melò.
La coreografia in apertura, una volta calato il buio in sala, compromette un po’ la relazione con il pubblico, tuttavia, la struttura modulare a episodi è molto funzionale. L’occhio occidentale fa sorridere di alcune scelte (miagolii bizzarri, voci strozzate in falsetto, camminate pattinate), eppure la chiarezza drammaturgica tradotta in voci e movimenti ha offerto una litografia minuziosamente dettagliata di questa società, definita “dell’era primitiva civilizzata”, e di questo tempo doloroso in cui vivono quei personaggi, e anche noi.
Sabato pomeriggio, nella sala di Palazzo Scammacca del Murgo, scegliamo di vedere Ombre di e con Giuseppe Innocente, con la regia di Ivano Piciallo.
L’attore, durante il nostro ingresso, è già all’opera nell’atto di disegnare, sistemare cartoni e strumenti come fosse nel suo atelier. La scena, in effetti, è proprio il suo atelier, aperto come un libro allo sguardo, e anche all’ascolto.
Innocente si situa in una zona ibrida, interpretando sé stesso, ma anche un personaggio psicotico. Mentre consuma freneticamente il suo carboncino, una voce registrata costruisce il tono poetico e drammatico della narrazione, a partire dal mare che, in quanto elemento della natura, non ha bisogno di interpretazioni o giustificazioni. Il mare di cui si parla è, come viene dichiarato poco dopo, quello che abbraccia Alicudie e gli abitanti sono quelli dell’isola, il cui destino è quello di raccontare.
Il personaggio canticchia, fischietta ed è al limite della psicosi: parla con i disegni diventando talvolta i personaggi ritratti. Con il suo gesticolare esatto, traccia con le dita linee curve, arabescate, quasi a disegnare anche nell’aria. Il suo sguardo è presente, siamo guardate e guardati direttamente, e da lì trapassano le vite di quegli abitanti destinati a rimanere ancorati a quella terra. Allegra, il fratello di Bartolino, Silvio, Rosina, Villardino, sono presenze spettrali, seppur molto concrete e reali, sono personaggi che rinunciano per “dovere morale”, per attaccamento sentimentale, a trasferimenti, amori e cambiamenti.
Ombre schiude storie e memorie raccolte da un archivio vivente e restituite con un parlato intrecciato al dialetto proprio da Innocente che, direttamente, ha conosciuto gli abitanti dell’isola e i loro ricordi, vivendo e lavorando con loro, come ha dichiarato ai molti studenti che si sono avvicinati per chiedere ancora qualcosa di più a spettacolo finito.
Per concludere il discorso su Ombre sento doveroso di riportare un appunto che riguarda il pubblico e, lateralmente, il festival. L’obiettivo primario della direzione, come dichiarato nell’intervista citata in apertura, è quello di raggiungere un pubblico non abituato al teatro. Obiettivo che è, o dovrebbe essere, di ogni luogo teatrale che, però, ha anche il compito di far rispettare semplici regole. Durante tutti e tre gli spettacoli visti, e durante Ombre in particolare, troppi spettatori e troppe spettatrici (prevalentemente senior) si sono dilettati a scattare fotografie, registrare video e/o usare il telefono, anche in prima fila. Squilli, schermi luminosi, vibrazioni sono tutti distrattori per chiunque abiti la sala teatrale, specie per spazi come Palazzo Scammacca del Murgo, dove la vicinanza con chi è in scena è netta.

Concludiamo con Imponderabilia visto domenica sera, da Zo Centro Culture Contemporanee. Parliamo di uno spettacolo che è stato inserito nella categoria teatrodanza, ma, come spesso accade, questa etichetta coagula lavori che “violentano” il loro stesso contenitore. La creazione inizia con un’alternanza di soli danzati e momenti di partnering dei due protagonisti Maria Avolio e Lorenzo Stingone (che è anche l’autore).
Alle coreografie si aggiungono “sospensioni drammatiche” separate dai movimenti e incursioni recitative (dove il corpo viene dimenticato), che pare vogliano animare un viaggio nella tormentata dimensione, tra razionale e irrazionale, che si abita quando si ha a che fare con l’amore.
Nell’insieme il progetto drammaturgico non si presenta coerente, né compiuto, causa anche l’estremo didascalismo che strozza ogni possibile fuoriuscita immaginativa.
OMBRE
autore Giuseppe Innocente
regia Ivano Picciallo
interpreti Giuseppe Innocente
luci Ivano Picciallo
musiche Angelo Sicurella
costumi Giuseppe Innocente
produzione Malmànd Teatro / IAC Centro arti integrate
IMPONDERABILIA
autore Lorenzo Stingone
regia Lorenzo Stingone, Maria Avolio
interpreti Maria Avolio, Lorenzo Stingone, Francesco Maria Punzo, Tarek Issmail, Filippo D’Amato
luci Maria Avolio
costumi Lorenzo Stingone, Maria Avolio
produzione Associazione Culturale Ianus APS





