ELENA SCOLARI | L’orologiaio sta chino sul tavolo, un cerchio di luce si concentra sull’oggetto di lavoro mentre tutto intorno la stanza è buia. Di solito ha un monocolo sull’occhio che ingrandisce i minuscoli componenti degli ingranaggi che deve assemblare, costruire oppure riparare. Indossa un camice, o una tuta da operaio; gli ingranaggi devono essere lubrificati e gli oli ungono il banco. Federica Fracassi infatti compare in tuta grigia (costumi di Chiara Lagani) nei panni di Ágota Kristóf nella nuova produzione L’analfabeta, ideata da Fracassi stessa con Fanny & Alexander, di E Production, Piccolo Teatro di Milano/Teatro d’Europa, Teatro Stabile di Bolzano e presentata in anteprima al Teatro Studio Melato di Milano, dopo il successo de La trilogia della città di K., spettacolo vincitore di cinque Premi UBU nel 2024.
L’attrice è dietro un pannello traslucido, di spalle e seduta al tavolo di lavoro, nella fabbrica di orologi di Neuchâtel dove la scrittrice ha trovato un impiego dopo la fuga dall’Ungheria. Il pannello è diviso a metà: a sinistra lei, a destra immagini proiettate e in movimento di lei che, truccata, interpreta altri personaggi: la madre, il padre, il fratello minore, alcune delle creature dei suoi romanzi.

Lo spettacolo comincia in silenzio, poi solo il ticchettìo di un orologio. Sullo schermo l’ingrandimento di un orologio aperto, che mostra il suo meccanismo, come lei, tra poco, mostrerà se stessa, a noi spettatori. La scrittrice, dapprima senza voltarsi, comincia a raccontare la sua vita dall’infanzia: la famiglia è povera, appena si può i genitori mandano i figli nel collegio di Stato, almeno lì hanno i pasti assicurati. Tutti erano poveri, quindi in fondo non ce ne si accorgeva così tanto.
Si fatica un po’ a entrare nel meccanismo lento di questo orologio narrativo, ma dopo il primo quarto d’ora (durata totale 55 minuti), si sviluppa un tipo di attenzione particolare e si mettono occhi e orecchi su questa figura unica. Succede più o meno quando si arriva alla morte di Stalin: a scuola dicono alle alunne che bisogna essere tristi. Nel 1953 Kristóf ha diciotto anni, a 19 si sposerà e avrà la sua unica figlia.
Federica Fracassi recita con un tono monocorde, sospeso, usando una cadenza incerta, come se non trovasse un accento suo, in piena coerenza con la sfida che ha impegnato Kristóf per quasi tutta la vita: padroneggiare la lingua francese come la sua, per scrivere. Per scrivere in una lingua che non le fosse straniera, che non le fosse nemica.
Dopo i moti di Budapest, la futura scrittrice espatrierà; bellissimo il brano sul viaggio di sconfinamento oltre la frontiera austriaca: la donna sosteneva con un braccio la sua bambina di quattro mesi e con l’altro la borsa con i dizionari. Da una parte il sentimento e dall’altra il sapere. Ágota è sempre stata un’appassionata di dizionari: lì dentro sta la conoscenza, sta una lingua, la traduzione dei vocaboli familiari in idiomi non noti, c’è il segreto per assimilare e “digerire” le parole e farle diventare proprie. Governarle.
Kristóf arriva in Svizzera come in esilio, quella terra è per lei un deserto dell’anima, ma come spiegarlo all’insegnante del corso che decide di frequentare per abbattere il muro di ostilità verso il francese? Àgota voleva impararlo ma ne aveva al contempo paura perché quella lingua si stava “mangiando” la sua, l’ungherese. Ogni passo verso il francese era un passo di allontanamento dalle sue radici, dolorosamente lasciate, per sopravvivere.

Alla fatica emotiva di chiunque sia costretto a lasciare il proprio paese si aggiunge per Kristóf la fatica esistenziale di chi colloca l’identità nelle parole: lo scrittore. L’autrice ungherese si impone di scrivere in francese e vuole arrivare a viverla come una lingua madre; nel suo intimo non lo sarà mai ma la sfida linguistica sarà vinta: tutti i suoi libri sono scritti in un francese aguzzo, affilato come il rapporto ambivalente con questa lingua.
Il successo letterario arriverà poco prima dei quarant’anni, quando la lotta si era chetata.
Fracassi non trasmette alcun cedimento, assume una nota distante, lei è Ágota Kristóf ma è sempre chiaramente Fracassi che fa Ágota Kristóf, e non solo nel senso evidente del trucco e dell’interpretazione ma nella cifra che sceglie per essere il tramite neutro di un’artista per cui il linguaggio rappresentava il mondo. Potremmo richiamare Ludwig Wittgenstein che nel suo Tractactus attribuiva al linguaggio la funzione di rappresentare il mondo. Per Kristóf invece il linguaggio è il mondo.
In L’analfabeta molto è questione di espressione: più che l’apparato scenico (installazione multimediale Voxel e scene di De Angelis), più che il significato immediato della vita dimidiata esemplificata dalle due metà del diaframma, di cui una vela la presenza dell’attrice e l’altra la moltiplica, sono il linguaggio attoriale di Fracassi e la regia di Luigi Noah De Angelis a produrre l’atmosfera e a rendere lo stato spirituale della scrittrice, combattente umile e fiera. Insieme a un testo acuminato, questi elementi creano un personaggio che misura parole e gesti, li equilibra con precisione maniacale come i bilancieri degli orologi che mantengono costante la misura del tempo.
In un momento in cui siamo tutti alla ricerca di un’identità, di un gruppo cui appartenere, è cruciale la riflessione che L’analfabeta propone intorno alla decisione lucida di radicarsi una seconda volta, in un modus esprimendi – e quindi pensandi – che non è quello della nascita. Perché è più importante ritrovarsi in un tempo che si senta proprio, anche se si devono spostare le lancette dell’orologio.
L’ANALFABETA
di Ágota Kristóf
un progetto di Fanny & Alexander e Federica Fracassi
traduzione e adattamento Chiara Lagani
con Federica Fracassi
regia, scene, luci, video Luigi Noah De Angelis
sound design Damiano Meacci
installazione multimediale Voxel
costumi Chiara Lagani
organizzazione e promozione Andrea Martelli, Marco Molduzzi
amministrazione Stefano Toma
produzione E Production, Piccolo Teatro di Milano/Teatro d’Europa, Teatro Stabile di Bolzano
in collaborazione con Romaeuropa Festival, Olinda/TeatroLaCucina, AMATù e Comune di San Benedetto del Tronto
Teatro Studio Melato, Milano | 23 ottobre 2025




