LAURA NOVELLI | Un lungo tubo a LED irrompe nel buio fitto di una scena che azzera ogni dimensione spazio-temporale per creare un proprio spazio e un proprio tempo privi di qualsiasi connotazione realistica o facilmente definibile. Potremmo pensare a una caverna primigenia, confusa. Un mondo prima del Mondo. Un universo prima dell’Universo. In questo luogo “altro”, attraversato da suoni ancestrali, urla fragorose e versi puerili, abita una creatura buffa e, insieme, malinconica: il corpo avvolto in una calzamaglia rosa, un pancino gravido sporgente, gli occhi luminosi ma spaesati, i movimenti pervasi da un dinamismo atletico e vivace, il naso pinocchiesco che ci parla di una favolistica primitività perduta.

GIOUNANLI

A farle da alter ego un’altra figura misteriosa, più nettamente maschile e priva di colori, come un’ombra presente/assente. Chi siano i protagonisti di Titans, spettacolo storico dell’artista greco Euripides Laskaridis presentato per la prima volta a Roma quale lavoro di apertura della stagione 2025/2026 del Nuovo Teatro Ateneo, non è una domanda fondativa. Perché l’immaginario che essi evocano in scena lambisce i territori illogici del sogno, della visione artistica più rarefatta, della creatività allo stato pure.

E dunque sposiamo l’ipotesi che i due bravissimi performer (lo stesso Laskaridis e Dimitris Matsoukas) rappresentino delle divinità immerse nel caos arcaico raccontato dal mito cosmogonico greco cui fa riferimento il titolo, ritagliate però nel perimetro all’apparenza disordinato di una contemporaneità essa stessa arcaica, ancestrale, cao-tica. Contemporaneità che è essenzialmente campo di indagine fisica. Chi siamo? Cosa facciamo nel mondo? Cosa facciamo nel cosmo? Queste creature recitano, infatti, il loro rito scolpendo una coreografia semplice ma vibrante; si incontrano, camminano al ralenty, si dondolano su un’altalena, spariscono, ricompaiono, si scontrano, sbriciolano polistirolo, si stagliano sul fondo – complici uno specchio e un ventilatore – come silhouette impalpabili e bidimensionali. Nel martellante tappeto sonoro che le accompagna (lo firma Giorgio Poulios), le vediamo interagire con lo spazio in una continua alternaza di vuoti e pieni, di luci (straordinariamente progettate da Eliza Alexandropoulou) e ombre, senza tuttavia che ciò comprometta la loro sostanza tangibile, materica.

Il funambolico clown di Laskaridis, che tanto ricorda l’espressività tragicomica di Lindsay Kemp o di alcuni personaggi di Copi, vira dal suo androgino contorno iniziale verso un femminile ironico, a tratti sensuale, ostentato con divertita malizia attraverso una parrucca, delle scarpette con il tacco e due seni posticci: un po’ madre, un po’ femmina, un po’ neonato. Il tenebroso “dio” grigio di Matsoukas ha invece la fluidità plastica di un corpo che non muta ma che “lavora” maneggiando i rudimentali materiali di cui si compone il dispositivo scenico (pannelli di polistirolo con elementi LED, pupazzi di raffia, una montagna dorata in odore di fucine “vulcaniche”) e che, soprattutto, ora c’è ora sparisce come un liquido silenzioso.

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La pièce, già ospitata nel nostro Paese anni fa (da Inteatro Festival nel 2018, dal Festival delle Colline Torinesi e il Teatro Sociale di Brescia l’anno successivo), procede dunque secondo la grammatica sghemba di un mito, di una favola grottesca. Non c’è un filo narrativo e non deve esserci perché Laskaridis (anche apprezzato film-maker e video-artista) lavora per immagini, per suggestioni, secondo una logica della com-posizione performativa del tutto originale, dove di continuo la tragedia si capovolge in riso, le azioni drammatiche in registri buffoneschi o ridicoli, quasi a volerci dire che da sempre la vita va così: corre, sin dai tempi più remoti, lungo il doppio binario del tragicomico, e il teatro (con buona pace di Mejerchol’d) ce lo ricorda con perentoria bellezza.

Non è un caso, d’altronde, che la compagnia fondata dall’artista greco nel 2009 si chiami Osmosis Performing Arts e che, già nel nome, porti incisa l’idea della trasformazione, della metamorfosi, dell’accostamento dei contrari, nonché quella dell’attraversamento trasversale di generi e linguaggi diversi. Basti considerare altri fortunati allestimenti quali Relic, Elenit, l’acclamato Lapis Lazuli, visto l’anno scorso a Torino Danza. L’intera produzione del prolifico artista insegue, dunque, una convergenza di codici espressivi lontana da qualsivoglia facile classificazione: nessuna cesura tra dimensione metafisica del mito e cabaret; tra cultura classica e riferimenti estetici moderni; tra aulico e quotidiano; tra canone e licenza creativa.

Ma questa libertà di invenzione, pur se originalissima, poco ha a che fare con un’ingenuità istintiva o con uno sperimentalismo privo di strade maestre. Tutt’altro: molteplici e di altissimo livello culturale sono le influenze e i riferimenti che – come si legge nel sito stesso della compagnia – hanno nutrito e nutrono la cifra stilistica e l’immaginario di Laskaridis. In particolare qui, in questo Titans surreale e metafisico, non è difficile respirare molti topoi del teatro di Bob Wilson: la dimensione rarefatta, il senso del tempo dilatato, la minuziosa attenzioni al lighting design. Così come numerosi ci sono parsi i raffinati rimandi alla grande opera scultorea di Henry Moore (di cui ricordiamo almeno la splendida serie di “figure giacenti”).

Soffermandoci, infatti, proprio sui corpi e sulla loro relazione reciproca e con lo spazio, ci tornano in mente alcune illuminanti parole che Carlo Giulio Argan scrisse sullo scultore inglese in un saggio pubblicato da Fabbri Editore nel 1971: “[…] Moore ha capito che la scultura greca non era platonica armonia di proporzioni ma drammatico conflitto di forze; precisamente lotta delle forme per equilibrarsi e consistere in uno spazio che era immensità d’orizzonte, violenza di luce incidente [..]”.

Di conseguenza, è solo accontentandosi di arrestare per qualche istante la forma sulla soglia della sua dissoluzione che oggi, nella modernità, l’arte può ri-creare una condizione di classicità. Ed è forse questa una delle intenzioni di Titans. O almeno, una delle chiavi per comprenderne il valore. Corpo e spazio. Non ci sono parole perché non servono. Perché la poesia scaturisce dall’insieme, da un’energia fisica che è tale anche nella stasi, nell’indistinto. La scena in cui il volto del funambolo gravido e piroettante emerge dal buio pesto immobile, centrale, assoluto, appoggiato su un filo luminoso come fosse un astro nascente dalle tenebre dell’Universo, risulta quanto mai significativa in tal senso. In un altro dei passaggi più intensi dello spettacolo piove una polvere di briciole di polistirolo sulla montagna di Vulcano, immaginata come una piccola isola di stoffa dorata: gesti semplici, una neve artigianale “prodotta” dai performer stessi e noi spettatori incantati a guardare.

Poi la pièce riparte con la sua follia onirica e felliniana, persino violenta, fino a quell’epilogo dirompente in cui – forse – si annida il mistero della nascita, della maternità, dell’origine del Mondo. L’origine della Pietà: una madre e un figlio adulto in braccio. L’universo alieno delle due creature divine in eterna lotta tra loro ora si fa luogo quasi sacro di incontro e di vita sorgiva. I corpi stanno l’uno sull’altro con icastica emblematicità, immersi in un silenzio docile. Ci sembrano placati. Ora sì, per qualche attimo, definitivi.

TITANS

Ideazione e interpretazione Euripides Laskaridis

direction, choreography & set design Euripides Laskaridis
performed by Euripides Laskaridis & Dimitris Matsoukas
costume design Angelos Mentis
original music & sound design Giorgos Poulios
lighting design Eliza Alexandropoulou
dramaturgy consultant Alexandros Mistriotis

tour technical director Konstantinos Margas
sound installation & live operation Giorgos Chanos
lighting installation & programming Konstantinos Margas, Georgios Ierapetritis
props & costume manager & set assistant on tour Konstantinos Chaldaios

production & tour manager Vicky Strataki / POLYPLANITY Productions [2024-2025]
photography Elina Giounanli & Julian Mommert
video trailer edited by Euripides Laskaridiscreated with the support of the Fondation d’entreprise Hermès [FR] as part of its New Settings #7 programme
co-produced by the Athens & Epidaurus Festival [GR], Théâtre de la Ville [FR], Eleusis 2021 European Capital of Culture [GR], Festival TransAmériques [CA], Julidans [NL], Megaron – The Athens Concert Hall [GR], Centro Cultural Vila Flor (CCVF) Guimarães [PR] & the OSMOSIS performing arts company [GR]

Nuovo Teatro Ateneo, Roma | 23 ottobre 2025