ROBERTA FUSCO / PAC LAB* | Prima della legge 194, se non c’erano abbastanza soldi per sfamare altre bocche, le donne erano costrette ad arrangiarsi. Da sole. Spuntoni, aghi, ferri da lana, in un angolo della casa o sul tavolo da cucina, con il rischio di emorragie, tetano, invalidità, morte. Da sole. L’aborto, prima delle legge 194 del 22 maggio 1978, costringeva le donne a combattere per la propria vita e a sperare di potersi risvegliare il giorno dopo. Saverio La Ruina è uno di quegli uomini che comprende di essere dalla parte del carnefice, in quanto uomo figlio del sistema patriarcale, ma concretizza il desiderio di dare voce a chi spesso non viene ascoltato.

Attore e autore, Saverio La Ruina nella sua carriera ha collaborato e studiato con importanti maestri come Leo De Berardinis e Jerzy Stuhr. È co-fondatore, insieme a Dario De Luca, della compagnia Scena Verticale e del festival Primavera dei Teatri. Dal 28 ottobre al 2 novembre, La Ruina è stato il protagonista di un evento a lui dedicato alla Sala Assoli/Moscato di Napoli: Personale, con in scena tre spettacoli – Dissonorata, La Borto e Polvere – e la proiezione del film Italianesi. Un ritratto dell’artista che, mediante l’utilizzo della memoria storica, attraversa corpi e parole dei suoi protagonisti, portando alla luce un Sud arcaico, fatto di ironia, dolore e pudore. Premio Ubu 2007 con Dissonorata, 2010 con La Borto e 2023 con Via del Popolo, La Ruina possiede quasi un “abbonamento” a uno dei riconoscimenti più prestigiosi per l’interpretazione teatrale, conferito a chi fa del proprio teatro, una celebrazione della vita: partendo dai margini, fino ad arrivare nel profondo. Un teatro dove la lingua dialettale diventa scansione melodica per penetrare nelle profondità dell’animo umano, nelle sue contraddizioni e intimità più feroci.Sintesi teatrale del segno drammaturgico e politico della parola di Saverio La Ruina, La Borto. Un testo che sfiora l’ironia per addolcire un intenso dolore straziante. Una lei seduta su una seggiola, con le mani sul volto, stanca, con i segni del tempo che le caratterizzano lineamenti e movimenti. Una sola luce calda che illumina dall’alto la seduta e nell’oscurità, seduto di spalle, Gianfranco De Franco suona dal vivo un clarinetto che accompagna i passaggi. Un monologo crudo, schietto, dove il racconto di un atto atroce è il protagonista di una sofferenza viscerale. Lì seduta, la mascolinità di La Ruina viene completamente nascosta da una femminilità delicata, come se ci fosse un’anziana signora a narrare i cunti di una vita passata. Dall’altra parte, il pubblico è l’interlocutore attento e ghiotto di ogni parola da lei proferita.

Rapiti e ancora affamati dalle sue parole poco dopo la fine dello spettacolo, abbiamo intervistato Saverio La Ruina.

La Borto è uno spettacolo con una storia e un successo incredibile, Premio Ubu 2010. A distanza di 15 anni cosa pensa sia rimasto e cambiato?

Ho l’impressione che addirittura sia ancora più attuale. All’epoca, quando nacque questo spettacolo, era il momento in cui una serie di maschi dicevano la loro sull’aborto. Mi sembrava che invece mancasse la presenza delle donne, visto che si parlava del loro corpo. Questo mi diede anche un po’ fastidio, perché penso che noi maschi, fino in fondo, non potremmo mai arrogarci la responsabilità di avere una decisione rispetto a questo. A quel punto ho dato voce alle donne del popolo, che appartengono molto alle fasce familiari nelle quali sono vissuto e cresciuto, mettendo in evidenza quella che era la realtà prima della legge 194 di fine anni ’70. Per me era mettere in evidenza, senza un discorso ideologico, una vita che era stata una “sfornatrice di bambini”. Una donna del popolo con uomini poco istruiti e dalla forte mentalità, che creavano situazioni per poi far ricadere sulle donne tutta la fatica, la colpa, l’espiazione. Tutto a carico delle donne. Anche la protagonista lo dice: quando si andava ad abortire, ci si recava da sole e di nascosto, perché gli uomini sapevano ma non ammettevano. All’epoca mi chiusi alla Casa Internazionale delle Donne a Roma e in una settimana lessi tutte le riviste femminili degli anni ’60-’70. Era veramente terribile, un bollettino di guerra: donne che morivano perché erano ricorse ai ferri, oppure cadendo si procuravano l’aborto.

A distanza di così tanto tempo, il pubblico com’è cambiato?

La reazione è stata sempre molto forte: commossa e anche di gratitudine, se così si può dire. In questi anni ci sono stati quasi 20 svenimenti, sempre nello stesso punto, dove si racconta dell’aborto della protagonista. Chi sveniva, ci chiedeva anche scusa, ma credo che lì subentri l’emotività nell’entrare a contatto con la storia.In Dissonorata c’è un’analisi del Sud arcaico e della posizione della donna, in un fil rouge con La Borto. Perché questo legame? È ancora attuale questo collegamento?

Dissonorata disegna un’epoca in cui donne di culture differenti vivono situazioni critiche. Abbiamo visto in Italia tanti casi in cui le donne sono state punite fino alla morte dai familiari. L’attualità è molto forte: in certi luoghi dell’entroterra si respira poco e il comportamento della donna ancora vorrebbe essere regolamentato. Il libero arbitrio non è permesso, ma bisogna sottostare a certe regole che oramai sono ataviche, come il delitto d’onore nel testo. I due testi sono coniugati in periodi storici diversi, ma la criticità della provincia e della periferia è analoga. A livello linguistico, La Borto è leggermente più comprensibile, ma quello di Dissonorata penso sia ancora più arcaico, prendendomi un grosso rischio: un diaframma tra una verità possibile e il pubblico. La mia intenzione era porre tutto sulla sua verità, rischiando anche che non potesse essere capita.

Vent’anni di ricerca teatrale, linguistica e politica sul corpo e sulla voce delle donne, sul Sud, sulla memoria e sull’identità. Con La Borto in scena non c’era un uomo, ma una donna. Da dove proviene questa sfumatura?

Fin da subito pensavo e sapevo che volevo fare io questi lavori: non perché ne sono l’autore, ma sentivo che aveva un senso che li facessi io, anche per una mia forte motivazione mentale. Essendo io un attore di genere maschile, in fondo parte di quell’universo patriarcale e figlio di quell’universo, e quindi carnefice, cosa faccio? In quanto carnefice do voce alla mia vittima e, facendolo, mi autodenuncio, e non scompaio. In scena indosso cose femminili, sobrie, ma lascio anche oggetti maschili, come il pantalone, per creare una metà: non voglio scomparire del tutto. Voglio essere focalizzato come donna, attore e imputato in questo processo. Nonostante questo, al debutto avevo paura che le donne potessero essere contrarie alla mia posizione. Quando poi ho visto nel pubblico femminile un grande endorsement, lì mi sentii protetto.Che cosa resta per lei del fare teatro come atto di necessità?

Quello che succede intorno a questi spettacoli è importante, partendo dai versi. C’è in qualche modo un risultato, se posso permettermi, anche estetico, artistico: una ricerca sul linguaggio, anche costruito, perché c’è un intervento per creare una struttura melodica, sonora, un ritmo. Infatti, ricordo gli spettacoli per la melodia più che per il significato. Poi c’è un’emotività che si salda. Con rispetto, questi miei interventi sono razionali, hanno una struttura. Però poi faccio una verifica: lo racconto tante volte, vado da mia madre e lo leggo a lei. Mia madre non ha sovrastrutture, per cui basta una minima cosa e si distrae. Se riesco a tenere la sua attenzione fino alla fine e riesco ad avere un feedback da lei, vuol dire che l’intervento non ha levato carne e sangue, ma è rimasta una lingua che ha carne e sangue, come il dialetto deve avere, insomma. Lo faccio perché voglio l’immediatezza: essendo una lingua molto popolare, voglio che la contenga tutta. L’emotività si sprigiona da queste componenti, ed è per questo che faccio teatro. Non è solo pura ricerca intellettuale, in grado di soddisfare una parte di me razionale o comunque il pubblico. Mi piace che ci sia un’adesione emotiva e sentirla. Ed è ciò che, essendo anche attore, non solo autore, chiude il cerchio artistico dell’operazione.

LA BORTO

di e con Saverio La Ruina
musiche Gianfranco De Franco
produzione Scena Verticale

30 Ottobre, Sala Assoli/Moscato, Napoli

 

*PAC LAB è il progetto ideato da PAC Paneacquaculture in collaborazione con docenti e università italiane per permettere la formazione di nuove generazioni attive nella critica dei linguaggi dell’arte dal vivo. Il gruppo di lavoro di Pac accoglie sul sito le recensioni di questi giovani scrittori seguendone la formazione e il percorso di crescita nella pratica della scrittura critica.