RENZO FRANCABANDERA | La ventisettesima edizione del Danae Festival fra fine ottobre e inizio novembre ha voluto declinarsi come un ragionamento esteso sul “numinoso”: che concetto è?
Parliamo di quella zona di esperienza in cui il sacro, il mistero, il divino e l’invisibile affiorano al di là della mera rappresentazione. Il festival, un progetto curato da Alessandra De Santis e Attilio Nicoli Cristiani del Teatro delle Moire, si è svolto a Milano, abitando una decina di spazi di natura differente (oltre che luoghi aperti), mescolando teatri tradizionalmente intesi (come il Teatro degli Angeli, il Teatro Fontana) a contesti urbani e post-industriali (Fabbrica del Vapore, ZONA K, Stecca3) e ha mirato, come da sempre fa la direzione artistica, non tanto a proporre spettacoli isolati quanto a tessere una geografia di visioni, corpi, suoni, paradossi. Ciò che ha distinto negli anni l’azione artistica delle Moire a Milano è stata proprio la volontà di tenere insieme generi, tempi, linguaggi, guardando allo spazio performativo come a un sollecitatore di nuove istanze culturali per la popolazione urbana (facendolo anche in forma più sincera, onesta e meno furba di altri, che ora sventolano il vessillo di queste pratiche, se si può dire): performance itineranti, nuova danza, musica sperimentale, drammaturgia contemporanea, teatro di figura, video-installazioni.
In questo quarto di secolo abbondante, Danae è stato tutto questo e molto altro ancora.
Veniamo allora a due proposte dell’edizione 2025 che meritano un’attenzione specifica: quella di Fabrizio Saiu (Guardare – modelli di ascolto per una comunità futura) e quella di Jacopo Giacomoni (È solo un lungo tramonto). Sono creazioni che evidenziano due traiettorie della ricerca contemporanea: una centrata sul paesaggio sonoro e l’attenzione condivisa, l’altra sul linguaggio, la memoria, il dispositivo drammaturgico performativo.
Fabrizio Saiu, dopo il successo della passeggiata a Parco Nord della scorsa edizione, torna al festival con Guardare – modelli di ascolto per una comunità futura, percorso urbano che invita spettatrici e spettatori ad alternare posture di riposo e camminata, mettendo a fuoco la relazione tra visione e ascolto. Le sue pratiche, che già in lavori precedenti avevano esplorato la “peripateticità” d’ascolto (come in Peripatetiche dell’ascolto) e l’ibridazione tra movimento corporeo, art du déplacement e suoni sperimentali, qui trovano un contesto urbano e partecipativo. L’intervento ambientale soggettivo e partecipato propone una riflessione sul ruolo dello spettatore, soggetto attivo di uno spazio che si dispiega tra paesaggio, suono, percezione. In un’epoca in cui l’attenzione è dispersa, Saiu offre un esercizio di presenza: camminare, fermarsi, ascoltare, guardare, e così abitare un “altro mondo” possibile che non si mostra ma si avverte.
Jacopo Giacomoni ha proposto invece in prima nazionale È solo un lungo tramonto al Teatro degli Angeli (31 ottobre). L’opera nasce da una de-costruzione del rapporto padre-figlio: Giacomoni ha registrato i dialoghi con suo padre affetto da Alzheimer, li ha trascritti, dettati al computer che (quando ancora non esistevano i registratori vocali guidati dall’intelligenza artificiale e quindi il margine di errore era più ampio) li ha trascritti di nuovo, ridetti, ridettati in un processo di distorsione iterata fino alla dissoluzione del testo originario, un processo che simbolicamente rispecchiava la memoria del genitore che si smarriva.
Il dispositivo scenico con voce, sassofono, video, materiali d’archivio proiettati su un plotter di anni fa, restituisce uno spazio liminale in cui la drammaturgia diventa macchina di memoria e smarrimento, e lo spettatore è chiamato a confrontarsi con la condizione fragile dell’essere umano e del linguaggio.
Dopo aver raccolto le due fruizioni è sorta in me una riflessione su quello che mi è parso un campo fertile su due linee teoriche complementari della ricerca performativa contemporanea: da un lato l’esperienza ambientale e percettiva come forma di conoscenza incarnata; dall’altro la costruzione drammaturgica come spazio anarrativo, disarticolato e intermittente, in cui la pausa, il vuoto e la corruzione del testo diventano materia scenica. Entrambi i progetti, infatti, sembrano muoversi nel territorio di una “fenomenologia dell’esperienza” – in un caso più sonoro/ambientale, nell’altro sonoro/testuale – che abbandona l’idea di rappresentazione per farsi accadimento, attraversamento, gesto.
Nel lavoro di Saiu, la pratica della camminata e dell’ascolto condiviso si colloca nel solco delle esperienze artistiche e filosofiche che hanno posto il corpo al centro della percezione del mondo. Saiu, formatosi tra musica elettronica e pratiche del corpo, impiega suoni, silenzi, fruscii e spazialità per dislocare la percezione e costringere lo spettatore a un atto di attenzione che è insieme estetico e politico. Il suo è un teatro dell’attenzione, in cui la relazione tra sguardo e suono, tra corpo e paesaggio, si sostituisce alla rappresentazione per dare spazio a un’esperienza diretta dell’esistenza.

In questo intervento in particolare, si legge in modo ancora più chiaro e definito la genealogia che unisce l’estetica situazionista della dérive – la camminata come atto critico di riscoperta dello spazio urbano – alla walking art degli anni Settanta (da Richard Long a Hamish Fulton), fino alle più recenti teorie dell’ontologia ambientale. In quest’ultimo ambito, le riflessioni di Jean-Philippe Thiebault sull’ontology of the environment propongono di concepire la natura non come scenario o risorsa ma come campo relazionale in cui il soggetto umano è solo una delle molteplici presenze. La natura, o meglio l’ambiente, è qui una trama di relazioni e di intensità: un insieme di forze, suoni, presenze materiali e immateriali che ci attraversano e ci costituiscono. Saiu costruisce un dispositivo che rende sensibile questa ontologia relazionale: la sua “camminata sonora” non ha l’obiettivo di narrare un luogo ma di attivare un’attenzione, una disposizione percettiva in cui lo spettatore diventa parte dell’accadimento. L’osservazione “a riposo” e la camminata in movimento sono, nel suo lavoro, due poli di una stessa pratica di consapevolezza. L’ascolto, in particolare, è un atto ontologico: è il gesto con cui il soggetto riconosce l’esistenza di ciò che lo circonda. Questa idea, che trova affinità anche nelle teorie di Tim Ingold sulla dwelling perspective, suggerisce che abitare il mondo significa letteralmente ascoltarlo. Non si tratta dunque di una semplice esperienza estetica ma di un esercizio etico e percettivo che intende ricostruire un legame con l’ambiente.
Il lavoro di Jacopo Giacomoni, È solo un lungo tramonto, si muove invece su un terreno apparentemente opposto ma in realtà contiguo: quello della disgregazione della narrazione e della crisi del linguaggio. Giacomoni, che nel testo lavora sulla memoria frammentata del padre che sta perdendo la memoria, costruisce un dispositivo di “dissoluzione drammaturgica” che ha precedenti illustri nella storia del teatro e della musica contemporanea. A partire da John Cage – la cui poetica del silenzio e della sospensione temporale ha trasformato il concetto stesso di partitura e di evento – fino a Beckett, Heiner Müller o il teatro post-drammatico teorizzato da Hans-Thies Lehmann, si è andato affermando un modo di comporre la scena fondato sull’interruzione, sulla sospensione e sulla ripetizione deformata. Il meccanismo adottato da Giacomoni – la riscrittura iterata e mediata dal computer di un testo orale – produce una progressiva corruzione linguistica che diventa metafora della perdita di memoria e, insieme, del tempo come entità instabile. Non possono non tornare alla mente le riflessioni di Roland Barthes sul “grado zero della scrittura” e, più tardi, di Maurice Blanchot sul “discorso interrotto”: la parola che tende verso il silenzio, la lingua che si consuma per rivelare ciò che non può essere detto (questione che, dal punto di vista strutturale, torna anche nel testo Tacet, vincitore nel 2024 del Bando Autori di Biennale Teatro e del Premio Riccione di quest’anno, in cui una polifonia di 8 voci si alternano nella pratica del silenzio mentre una fa da continuo metronomo).

In questa performance, il linguaggio non è più strumento di comunicazione ma un corpo che si disgrega; il sax introduce un livello di vibrazione pre-linguistica che sta fra Il vecchio frac di Modugno e il carillon della culla da bambino; il video è un’eco visiva della memoria che si dissolve, fra progetti paterni, fotografie evanescenti e parole corrotte.
Tutto converge verso un teatro della sospensione, in cui la struttura anarrativa sostituisce la linearità drammatica, e il tempo scenico diventa tempo dell’ascolto e dell’attesa del grado di vuoto successivo, in cui lo spettatore, (io), si ancorava alle parole, provava a vedere se nella ripetizione successiva, il bambino nella culla era ancora “bello, grosso”, o rimaneva solo “bello”, e poi non c’era più il bambino, la culla, nulla.
Ovviamente l’uso della pausa drammaturgica e del silenzio, in Giacomoni, non è un espediente formale ma un modo per far emergere il vuoto come spazio di significato. Mi è tornato immediatamente in mente un testo per me fondamentale, L’intervallo perduto di Gillo Dorfles. E la interessantissima ricerca sul testo di Giacomoni, in questa prospettiva, può essere collegata anche alla “hauntology” di Mark Fisher e alla poetica della sparizione teorizzata da Georges Didi-Huberman: un teatro infestato dai fantasmi della memoria, dove ciò che resta non è la parola ma la sua eco. Così facendo, i dispositivi drammaturgici di Giacomoni hanno una naturale vocazione a farsi installazioni spazio-temporali, dispositivi architettonici per la parola piuttosto che forme narrative di qualsivoglia natura.
Sono testi che hanno bisogno di acute regie multidisciplinari per essere abitati.
Il “lungo tramonto” evocato nel titolo è diventato allora nella mia mente, nel viaggio di ritorno da Milano, metafora di un rischio di spegnimento che riguarda non solo il padre ma il linguaggio stesso, la possibilità di dire, ricordare, nominare.
Saiu e Giacomoni, ciascuno a proprio modo, ricordano la crisi delle categorie fondative del teatro occidentale: la rappresentazione, il testo, l’azione, e la crisi del linguaggio in cui siamo caduti.
Saiu ragiona sul corpo e sulla relazione percettiva sempre più inquinata e distratta con l’ambiente, Giacomoni sul linguaggio e sulla sua deformazione; eppure il vibrante ed energico ottimismo di entrambi li porta a elaborare una forma di drammaturgia sensibile che risponde al bisogno di una conoscenza non razionale, di un’esperienza che si fa ontologica.
Il camminare e ascoltare di Saiu aprono uno spazio di comunità e di immersione nel mondo (nel mio gruppo, una partecipante alla passeggiata, fermata dall’altro lato della strada dal semaforo rosso, ha quasi avuto paura di aver perso il “suo gregge” performativo, di essere uscita dal gruppo, come Jack Frusciante); dall’altro lato il tacere e il dissolversi di Giacomoni, se per un verso riconducono all’interiorità e alla perdita, dall’altro lasciano sullo sfondo il bisogno di impegnarsi per dare corpo alle cose importanti. Mentre la parola di dissolve, di disgrega, lui, che interpreta il suo stesso testo, decide di incarnare la figura paterna, vestendo gli abiti del padre, e dichiara nella conversazione finale con il pubblico, che lo fa proprio come intenzione ottimistica di contrasto alla dissoluzione nel nulla.
Insomma se il “numinoso” è lo spazio di pensiero che l’arte deve dare, evocato dal tema del festival, i due tentativi di abitare la soglia fra visibile e invisibile, fra presenza e sparizione, fra il rumore della vita e il silenzio che la contiene, mi hanno portato dentro una suggestione feconda.
Nel contesto più ampio del festival, poi, queste due esperienze non sono state isolate. Danae ha proposto spettacoli come About Love and Death – élégie pour Raimund Hoghe di Emmanuel Eggermont, che intreccia danza e ricordo del grande coreografo, o Cani Lunari di Francesco Marilungo, riflessione sulla figura della guaritrice-strega come sapere alternativo alla scienza dominante e di conoscenza della natura e dell’ancestrale.
Certo, come il capodoglio, animale-simbolo di intelligenza, profondità, silenzio, scelto come simbolo nelle grafiche del festival, il “numinoso” abita profondità sconosciute dell’esperienza, della percezione, del paesaggio e del corpo/mente. Occorre fare silenzio per sentirne la voce. Occorre mettersi in pausa, mettere in pausa.
Spegni (e non riaccendere per forza).
O se proprio devi riaccendere, fallo dopo un po’.
Dopo
un
bel
po’.
È SOLO UN LUNGO TRAMONTO
di e con Jacopo Giacomoni
sound design Alessandro Gambato
video e visual Furio Ganz
scenografia Arianna Sortino
costumi Ambra Accorsi
assistenza e grafica Eleonora Bonino
musica Jacopo Giacomoni e Alessandro Gambato
un grazie speciale ad Alessandro Sciarroni
progetto in coproduzione con Teatro Stabile di Bolzano
in residenza presso Teatri Riflessi/IterCulture
in partnership con gARTen – festival di teatro nel parco di Fondazione Claudia Lombardi per il teatro (Lugano)
con il supporto di European Festivals Fund for Emerging Artists – EFFEA, un’iniziativa della European Festivals Association (EFA), co-finanziata dall’Unione Europea
col sostegno di IntercettAzioni – Centro di Residenza Artistica della Lombardia / Teatro delle Moire, Operaestate/CSC di Bassano del Grappa
Testo vincitore della menzione speciale “Franco Quadri” del Premio Riccione 2023 e della menzione speciale del bando Futuro Passato 2022.
GUARDARE – modelli di ascolto per una comunità futura
ideazione e intervento Fabrizio Saiu
con interventi dei traceurs di Add Academy Milano e di Cesare Benedetti interprete-performer LIS
coproduzione Teatro delle Moire/Danae Festival, Collettivo Amigdala/Periferico Festival e Associazione Lampedée/BAO





