ROBERTA FUSCO / PAC LAB* | Al grande pubblico fu Totò a portare il personaggio di Don Felice Sciosciammocca, lo zio ricco arrivato a Napoli da Roccasecca per far visita al nipote Ciccillo. Il giovane, presunto laureato in psichiatria, aveva chiesto soldi per aprire un manicomio ma aveva mentito: i soldi servivano a pagare debiti di gioco. Con l’aiuto di un amico, Ciccillo escogita un piano: spacciare gli inquilini della Pensione Stella per pazienti psichiatrici. È la trama de Il medico dei pazzi, uno dei lavori più celebri di Eduardo Scarpetta, tra gli autori che più hanno contribuito a definire il teatro napoletano, oltre che genitore dell’omonimo figlio non riconosciuto, Eduardo De Filippo.
Nata nel 1908 come farsa in tre atti dal nome ‘O miedeco d’e pazze, fu riadattata per il cinema nel 1954 da Mario Mattioli con appunto Totò fra gli interpreti, e portata in versione teleteatrale nel 1959 con la direzione proprio di Eduardo De Filippo.
In occasione dei cento anni dalla scomparsa di Scarpetta, la commedia torna in scena in prima nazionale al Teatro San Ferdinando di Napoli, con il riadattamento di Leo Muscato, che affida a Gianfelice Imparato il ruolo di Felice Sciosciammocca.
Gli anni sono cambiati: dopo la legge Basaglia, approvata alla fine degli anni Settanta, i manicomi cessano di esistere e i pazienti psichiatrici vengono finalmente trattati con umanità, non più come animali in gabbia, perché “sono malati, e non devono essere trattati come carcerati”.
La celebre commedia dell’equivoco di Scarpetta assume così, nella regia di Muscato, una nuova forma contemporanea, pur mantenendo il meccanismo del qui pro quo tipico della farsa napoletana.
Muscato costruisce un dispositivo scenico ben preciso: un tableau in stile muro pieno di vecchi manifesti e graffiti che si alza e abbassa per segnare i cambi di scena, senza mai interrompere il flusso narrativo. Davanti al tableau, i personaggi non escono mai completamente dallo spazio scenico, creando un doppio livello di presenza.
La rottura della quarta parete diventa così parte della drammaturgia, integrata da Muscato con naturalezza. Dietro al tableau, gli ambienti si trasformano rapidamente, portando lo spettatore indietro nel tempo di quasi cinquant’anni: un locale che vende sigarette e giornali, un tavolo con una macchina per scrivere portatile, un telefono a gettoni e un bersaglio per le freccette. Di volta in volta, si tolgono oggetti e se ne aggiungono altri: ci si ritrova in Pensione Stella, con tende floreali a coprire le porte, una reception che si intravede in un angolo, un televisore a tubo catodico e due poltrone; un passaggio, ed ecco Villino De Rosa, con tante porte chiuse, un telefono su un tavolino basso arancione e abbinata una poltrona a sacco. Le pareti sono a righe blu, il pavimento azzurro e le luci disegnano un ambiente naturale: una scena alquanto semplice, come le musiche, per fare da cornice, dando libero spazio e sfogo alla parte attoriale.
È un’epoca quella della vicenda riambientata in cui si può ancora fumare nei locali, in cui pantaloni a zampa e colletti appuntiti convivono con minigonne, tacchi alti e colori sgargianti, tutte caratteristiche portate sul palcoscenico. La tipizzazione dei personaggi è evidente fin da subito: entrano ed escono di scena presentando le stereotipie che li caratterizzano. Da Michelino (Luigi Bignone), amico di Ciccillo, che nel suo locale suona la chitarra e canta una sua canzone, mentre Giggin’ ’o scrittore (Giuseppe Rispoli), infastidito dalla musica, prova a terminare il suo ultimo lavoro, per poi passare a tutta la carrellata degli inquilini di Pensione Stella: dalla proprietaria che vuole far accasare sua figlia Rosina (Alessandra D’Ambrosio e Arianna Primavera), il Maggiore licenziato perché perde l’equilibrio oltre ad avere problemi di rabbia (Antonio Fiorillo), il direttore della pensione (Giorgio Pinto) e suo fratello, principiante attore, intento a imparare l’Otello (Michele Schiano Di Cola) con l’amico vagabondo nonché artista di body percussion (Francesco Maria Cordella). Fino all’arrivo di Ciccillo (Giuseppe Brunetti), spaventato per la visita improvvisa di zio Felice, il quale, quando entra in scena con sua moglie (Ingrid Sansone), dà il via alle peripezie comiche.
Nei panni che furono di Totò, Imparato dimostra rispetto scenico senza mai scimmiottare il maestro della comicità napoletana: ne riprende i gesti, le pause, la camminata, per un Felice Sciosciammocca sincero, ingenuo, goffo ma mai caricaturale. Occupa tutto lo spazio scenico, riflettendo sul comportamento dei presunti pazzi, con accentuato spaesamento. Il meccanismo dell’equivoco è portato all’estremo, amplificando l’assurdo della situazione. Ciò colloca il testo di Muscato vicino all’originale. Un impianto recitativo naturalistico e pochi accorgimenti che rendono il testo più attuale: alcune scene e parte dell’impianto dei personaggi sono attualizzati, lasciando però invariato il fascino della farsa, le tipizzazioni, le battute sagaci, i movimenti, il crescendo comico. Meccanismi atti a non storpiare l’incantesimo del lavoro di Scarpetta, dove la cura del ritmo e dei movimenti è evidente: i personaggi vivono l’intero palcoscenico, costruendo un lavoro corale, musicale, fisico, per una comicità schietta e contemporanea.
Leo Muscato lavora spesso sui classici, come l’opera shakespeariana (Romeo e Giulietta e La bisbetica domata) o la rilettura de Il misantropo di Molière. Il metodo è riconoscibile: mai riproduzione filologica, sempre rilettura che attraversa la tradizione per restituire testi essenziali e contemporanei. Anche Imparato condivide questo approccio, maturato fra gli altri anche con Toni Servillo nelle opere di Eduardo De Filippo (Sabato, domenica e lunedì e Le voci di dentro) e con Goldoni e Marivaux. L’impianto è coerente: rigore nella costruzione del personaggio, libertà nell’interpretazione scenica.
Nel 2022 anche Claudio Di Palma portò in scena una reinterpretazione teatrale della farsa, segno di quanto l’intramontabile lavoro di Scarpetta sia un ricordo collettivo della napoletanità, che a toccarla è quasi un rischio. Per Muscato, la vicinanza al film del 1954 è evidente, restando fedele alla linea di Mattioli. L’impianto narrativo di Muscato ottiene grande consenso da parte del pubblico del San Ferdinando: gli amanti dell’opera originale apprezzano la rilettura, nonostante manchi una spinta in più per un distacco maggiore dall’originale e tale da realizzata un’operazione culturale decisiva, capace di segnare una distanza netta dall’operazione, pur legittima per la commedia, di mero intrattenimento. Nonostante ciò, il testo è toccato con grande rispetto: le interpretazioni sono in bilico tra la macchietta tipizzata e una certa indipendenza stilistica, con personaggi ben delineati per non lasciare nulla al caso.
La scrittura di Muscato concilia le transizioni culturali dell’epoca, trasformando la Pensione Stella in un microcosmo di contraddizioni, tra dinamiche familiari archetipiche e l’emergere di una nuova coscienza sociale. I pazzi di Scarpetta, i medesimi del contesto post-Basaglia evocato da Muscato, invitano a riflettere sul confine della normalità: “i pazzi sono ovunque, è pieno il mondo”. Cento anni dopo Scarpetta, permane una riflessione critica sulle gabbie sociali attraverso la leggerezza apparente della farsa napoletana, che come connaturato nel genere, nasconde sempre, dietro una maschera, le verità profonde dell’individuo.
IL MEDICO DEI PAZZI
di Eduardo Scarpetta
regia e adattamento Leo Muscato
con Gianfelice Imparato
e con (in o.a.) Luigi Bignone, Giuseppe Brunetti, Francesco Maria Cordella, Alessandra D’Ambrosio, Antonio Fiorillo, Giorgio Pinto, Arianna Primavera, Giuseppe Rispoli, Ingrid Sansone, Michele Schiano Di Cola
scene Federica Parolini
costumi Silvia Aymonino
luci Alessandro Verazzi
musiche originali Andrea Chenna
produzione Teatro di Napoli – Teatro Nazionale, I Due della Città del Sole, Compagnia Mauri Sturno
6 novembre, Teatro San Ferdinando, Napoli
*PAC LAB è il progetto ideato da PAC Paneacquaculture in collaborazione con docenti e università italiane per permettere la formazione di nuove generazioni attive nella critica dei linguaggi dell’arte dal vivo. Il gruppo di lavoro di Pac accoglie sul sito le recensioni di questi giovani scrittori seguendone la formazione e il percorso di crescita nella pratica della scrittura critica.




