STEFANIA CARVISIGLIA | Il fenomeno Ultras è qualcosa di complesso che parla di appartenenza, identità, ritualità. È (stato) anche un luogo di ribellione, di incontro per le classi subalterne che, dopo una settimana di lavoro fisico, mal retribuito e non garantito, si incontravano in curva per sprigionare amore e fede verso la propria squadra e odio verso la società. Chi non ricorda Il mio amico Eric di Ken Loach, in cui Eric Cantona, bomber del Manchester United, diventa l’amico immaginario di un postino che, spezzato dalle fatiche del quotidiano, trova in lui e nella fede calcistica un aiuto per ciò che non sapeva come affrontare?
Quando si parla di Ultras si parla anche di strada, dove tutto prende forma, dove i corpi ingabbiati straripano di una vitalità costretta per tutto il resto della settimana. Corpi che si situano in conflitto e che possono andare ben oltre il gioco per cui si incontrano. Certo è che con il calcio moderno, il calcio-spettacolo, anche il fenomeno Ultras cambia colori (politici) e coscienze (di classe) innestandosi in quell’appiattimento politico-culturale della società attuale.
A  questo fenomeno – tracciato qui senza pretesa di esaustività – si ispira  Moritz Ostruschnajak, coreografo tedesco, proveniente dalla scena del breakin’ e dei graffiti, in Non + Ultras, spettacolo per 8 danzatorə e 500 sciarpe di tifosi, presentato al Teatro Vascello al Romaeuropa Festival. Lo si intuisce sin dal momento in cui il pubblico entra in sala: sul palco si vedono le sciarpe stese sul pavimento a creare un tappeto, mentre lə danzatorə  le spostano una alla volta dal fondo al proscenio, distendendole bene all’altezza del viso per mostrarci i colori o la scritta della squadra di riferimento. Sullo sfondo, uno schermo proietta l’immagine di un fumogeno. Lə danzatorə indossano tuttə abiti sportivi, polo e short, maglietta da football e tuta, t-shirt e pantaloni baggy, cappellini con la visiera.
Quando tutto il pubblico prende posto e i rumori di sala si acquietano, lə danzatorə  vanno a indossare le scarpe da ginnastica poste all’esterno del tappeto di sciarpe. La partita ha inizio.

Ogni danzatorə comincia ad articolare una sequenza di movimenti specifica che sarà la propria cifra per tutto lo spettacolo. Una scrittura individuale che si tesserà con le altre tentando di costruire un tessuto collettivo? L’intensità sonora è forte: tamburi con sotto echi di cori, techno che sembra di stare al Berghain, sonorità arabe passando per Beethoven e musica pop. Nello schermo si alternano scritte, manifestazioni di piazza, meme, curve, in uno scrolling continuo.
I corpi si intrecciano, si baciano, si accalcano, si isolano, saltano. Il ritmo sale, sale l’hype, i corpi continuano a saltare. Con visi più scavati e faccine sorridenti. Anche lə spettatorə accennano dei movimenti. Si è tuttə in curva.

Ph. von Franziska Strauss

Anche l’utilizzo delle sciarpe anima la scena: si legano tra loro, si appallotolano, diventano funi, lacci, gonne. Prendono diverse forme perdendo il loro riferimento identitario in una specie di scrolling semantico. Lə performer, quasi come veri atletə, riescono a reggere l’intensità fisica per un’ora buona, cosa che lascia sempre stupefatto il pubblico.
Si apre così una nuova possibilità di lettura: se il titolo Non + Ultras, invece che alla mentalità Ultras, facesse riferimento all’espressione latina che indica il massimo grado di perfezione, intrecciando tale aspirazione con l’estetica del fenomeno Ultras, entrando più in una dimensione cinetica che nelle pieghe della complessità?
A fine spettacolo rimane questo dubbio, accompagnato dal desiderio di saltare un po’.

Pochi giorni dopo, ancora nell’ambito di Romaeuropa Festival, assistiamo ad All’Arme della compagnia Panzetti/Ticconi in collaborazione con la compagnia croata Studio Contemporary Dance Company. Panzetti e Ticconi ci hanno abituatə con i loro precedenti lavori a indagini puntuali e rigorose sul ritmo, nucleo intorno al quale dialogano con tradizioni, vocabolari e immaginari antichi.
In questa nuova produzione al centro c’è la questione, antica e sempre penosamente attuale, del meccanismo bellico.
Già nel titolo troviamo una doppia sfaccettatura: da un lato allarme, che induce una condizione di allerta o di difesa; dall’altro, nella separazione delle parole, lo stato successivo di attacco, di presa delle armi: la guerra, dunque.

ph. Nina urevi

Procediamo per gradi. A tagliare il buio della sala è una torcia, stretta tra le mani di une performer, che illumina e indaga, con fare sospettoso, ciò che le sta intorno, pubblico compreso. Dopo pochi istanti entra un altro corpo alle spalle del pubblico, che oltre a illuminare, indagare e circoscrivere, aggiunge il gesto di battere, aprire e chiudere le porte di emergenza. La sala è circondata. Si entra da subito in uno stato di all’arme.
Dopo questo primo momento le sei danzatrici – tutte vestite di nero e con anfibi ai piedi  – si ritroveranno sulla scena e cominceranno a dar vita a successioni ordinate di movimenti puntuali, meticolosi, in stretta connessione con il ritmo del suono, altro protagonista assoluto del lavoro. Tutti i passi avvengono in sincrono con il suono in maniera ineccepibile. Niente è fuori posto, niente è lasciato al caso. Non c’è margine d’errore. Ci sono un paio di momenti in cui questa tenuta vuole perdere un po’ di tono: una danzatrice si ferma, si apre la zip della giacca, come se avesse una costrizione al petto, come a voler uscire per un istante dalla divisa, dalla perentorietà del gesto. Si inarca come se avesse bisogno di prendere aria, emerge il colore bianco della maglia sotto la giacca. Le altre performer si avvicinano a lei per sostenerla (o riportarla all’ordine?). Quel gesto, che riaccadrà in egual modo una seconda volta, costruito anch’esso nel minimo dettaglio, sembra voler far uscire un respiro autonomo, una peculiare forma di vita. Giusto pochi istanti prima di tornare al ritmo armato che proseguirà fino alla fine.

Ph. Nina Urevi

All’Arme è un lavoro di ricerca e di esecuzione ritmica che si avvicina a un grado di impeccabilità e di chiarezza linguistica ma che, forse per questo, lascia fuori la crepa  di quel meccanismo che porta  il senso di insicurezza a trasformarsi in necessità di protezione che può spingersi fino all’offensiva, cambiando solo i ruoli ma non il campo di battaglia. In questa dicotomia tra  difesa e attacco non si riesce a cogliere, con altrettanta chiarezza, lo spazio che esiste tra i due poli. Lo spazio bucato e sgualcito, dove si nascondono ferite, paure e cristallizzazioni del pensiero, in cui, può, altresì, albergare uno spazio bianco di inerzia e senza bandiere, dove la dicotomia può allargare le maglie e accogliere l’ignoto.

NON +ULTRAS

coreografia Moritz Ostruschnjak
collaborazione coreografica Daniela Bendini
danza Guido Badalamenti, David Cahier, Edoardo Cino, Daniel Conant, Nora Monsecour, Robero Provenzano, Miyuki Shimizu, Magdalena Agata Wójcik
video Moritz Stumm
disegno luci Tanja Rühl
missaggio ed editing musicale Jonas Friedlich
scenografia Moritz Stumm, Moritz Ostruschnjak
costumi Daniela Bendini, Moritz Ostruschnjak
drammaturgia Armin Kerber
direzione di produzione Susanne Ogan

1 novembre, Teatro Vascello, Roma

ALL’ARME

Ginevra Panzetti / Enrico Ticconi
danzatrici Martina Tomi, Ida Joli, Ema Crni, Viktoria Bubalo, Marta Kreši, Filipa Bavevi, Nastasja Štefani-Kralj Costumi Tina Spahija
musica Hrvoje Nikši
luci Tomislav Maglei
produttore Ivan Mrdjen
relazioni pubbliche Ivana Sansevi Visuals Tihomir Filipec
foto Nina urevi

5 novembre, Teatro Vascello, Roma