LAURA NOVELLI | La memoria personale e familiare: è questo il filo ben teso che tiene insieme i due importanti lavori con cui Mohamed El Khatib – autore, regista e cineasta francese di origine marocchina molto apprezzato in patria e all’estero – è tornato al Romaeuropa Festival 2025 dopo il successo riscosso l’anno scorso con il suo poetico La vie secrète des vieux (La vita segreta degli anziani). La memoria come spazio di riappropriazione del legame con chi non c’è più, ma anche come bagaglio di eredità ed esperienze familiari da cui ripartire per riconoscersi nel (proprio) mondo e dare un senso preciso, chiaro al proprio fare artistico.
Nei due titoli proposti dalla vetrina capitolina, Finir en beauté (Finire in bellezza), monologo di culto debuttato nel 2014, e Israel & Mohamed, nuova creazione di cui l’artista condivide ideazione, drammaturgia e interpretazione con il celebre ballerino di flamenco Israel Galván, la memoria attraversa il lutto, edifica ponti con il passato e con le proprie radici, fa i conti con i desideri paterni, diventa linguaggio del corpo, apre spiragli di osservazione dai quali guardare dentro e fuori sé stessi, con quella lieve ironia che si riserva agli affetti, al già noto, al già consolidato. E tanto più essa determina una continuità tematica e stilistica che, in linea con il linguaggio documentaristico di El Khatib, e inglobando in sé il virtuosismo espressivo di Galván (celebre per la forza innovativa della sua danza), risuona come una presenza imprenscindibile in entrambi gli allestimenti.

Finir en beauté – andato in scena in una sala al secondo piano del MAXXI Museo nazionale delle arti del XXI – è un assolo votato alla più spaesante semplicità: un video, un registratore, un cellulare con vecchi sms, alcuni documenti dati in copia al pubblico e, soprattutto, pagine e pagine di appunti personali legati alla malattia della madre, al suo ricovero in ospedale, alla sua prematura scomparsa.
Mohamed – jeans e maglietta – è in piedi davanti al pubblico: lo ascoltiamo e vediamo raccontare quel lutto così intimo e lo sentiamo leggere dal suo diario parole, pensieri, paure, ricordi scritti nei giorni stessi in cui quell’esperienza si è fatta largo nella sua vita. Nessun tono tragico, però. Piuttosto, un pacato distacco connota, sin dalle prime battute, questa “soggettiva” dal ritmo cinematografico, nella quale i progressivi passaggi della storia vengono distillati con lo stile piano dei ricordi ancora vividi, rovesciati spesso in virate grottesche o ironiche, quasi a voler esorcizzare – ora come allora – il dolore.
Via via che la pièce procede, ecco delinearsi, dunque, una geografia della perdita, che disegna mappe personali e insieme universali, dove le registrazioni audio dei consulti medici e gli aneddoti collezionati in quel tempo sospeso evocano la realtà – la realtà proprio così com’è – e la fanno balzare a un piano più alto, più simbolico. “Documentario interiore” potremmo definirlo. O meglio: un’elegia per i morti e per i vivi, nella quale l’autobiografismo assoluto della partitura drammaturgica connette interno ed esterno senza soluzione di continuità, cosicché la vita e l’arte sembrano entrare in un circolo virtuoso che le sovrappone e le con-fonde.

D’altra parte, l’innesto tra autobiografismo e invenzione scenica attraversa l’intero repertorio di El Khatib e della sua compagnia Zerlib. Basti considerare titoli come il già citato La vie secrète des vieux, che porta in scena un gruppo di interpreti tra i 74 e i 102 anni, per raccontare l’amore e il desiderio. Oppure, il toccante C’est la vie, dove due attori, Fanny Catel e Daniel Kenigsberg, trovano il coraggio di ripercorrere la terribile tragedia che li accomuna – la perdita di un figlio, rispettivamente una bambina di 5 anni e un ragazzo di 25 – e di dare uno spessore etico, politico, al loro dramma; creazione che tanto ricorda lo struggente Pieces of a Woman di Kornél Mundruczó e Kata Wéber, ospitato sempre dal REF alcuni anni fa.
Si dirige, insomma, da sempre verso l’umano e la bellezza della verità la ricerca dell’artista francese e anche in Finir en beauté – lavoro che lo ha fatto conoscere a livello internazionale – egli ci mostra come la poesia del quotidiano possa entrare nella creazione artistica senza artifici, bensì con la delicatezza delle emozioni semplici. Ci toccano i momenti in cui Mohamed ricorda i libri che leggeva alla mamma degente in opedale: Proust, le novelle della tradizione araba, Il libro di mia madre di Albert Choen. Ci tocca il senso di una fine che si accompagna alla lontanza dalla propria terra e quello di un materno che non capisce le scelte professionali del figlio, neppure quando la fragilità prende il posto dell’energia. Ci tocca quando questa madre, tanto amata, si fa corpo. Corpo silenzioso. Corpo che torna nella sua comunità, tra la sua gente.
Gli intoppi burocratici non fermano il disegno di rimpatrio e il racconto del funerale in Marocco diventa il clou dell’intera narrazione, tanto che ora vediamo delle riprese video prima assenti. Il nostro sguardo si concentra sugli abbracci, sui saluti di parenti e amici, sul rito funebre, sospeso tra preghiera e cibo, tra Corano e ciotole per la zuppa. Ora c’è un dolore nuovo da fare proprio e la sensibilità con cui l’autore/attore annota l’esperienza nel suo diario esplode in una breve frase quanto mai emblematica: La tristezza si rifugia nelle cose.
In un certo senso inizia laddove termina Finir en beauté la nuova produzione di El Khatib e Israel Galván (ballerino e coreografo iconoclasta, vincitore di innumerevoli premi, di cui ricordiamo le originali riletture de La sagra della primavera di Stravinskij, La Carmen di Bizet, El amor brujo di De Falla e il celebre Sketches of Spain, connubio di flamenco e jazz ispirato all’omonimo album di Miles Davis), che ha debuttato alla Sala Petrassi dell’Auditorium Parco della Musica nelle sere scorse, prima di intraprendere una lunga tournée. Israel & Mohamed è, già nel titolo, una sincera professione di autobiografismo. Autobiografismo a due voci, dove però le analogie sono più forti delle differenze e le visioni artistiche dei due autori/interpreti trovano, pur se su piani diversi, molte linee di tangenza.
Mohamed inizia il suo racconto ricordando la morte della madre e le raccomandazioni del padre affinché lui preghi: un gancio per appendere il racconto, ancora una volta, al filo dei ricordi familiari. I padri sono, infatti, al centro di questo interessante lavoro, pensato quasi come archivio vivente, una danza documentaristica, una doppia ricognizione dei legami affettivi e – tanto più – come l’affermazione di un comune bisogno di affrancamento (se mai ci si possa del tutto affrancare dalle nostre radici).
L’ampio palcoscenico della Sala Petrassi ospita due catafalchi, due “loci deputati” pieni di ricordi e oggetti cari agli anziani genitori, i quali appaiono in due schermi posizionati sul fondo quali protagonisti di un’intervista tessuta dai loro stessi figli e scandita sul terreno scivoloso della memoria. Li udiamo raccontare come erano Israel e Mohamed da piccoli e quale doloroso strappo essi abbiano provocato nelle aspettative genitoriali: l’uno intraprendendo una carriera da ballerino di flamenco “d’avanguardia”, artefice di uno stile di danza del tutto lontano dal canone e dalla tradizione e da quanto i genitori stessi – entrambi bailaores- gli avessero trasmesso; l’altro prendendo “l’assurda” strada del teatro dopo gli studi sociologici e politici all’università. Anche qui, però, dinnanzi all’incomprensione dei padri, irrompe spesso l’ironia, il rovesciamento, il bisogno di un amorevole perdono. E ciò vale per l’uno come per l’altro. Tanto più che l’aspetto più significativo dello spettacolo sta, secondo noi, proprio nell’incrocio e nelle corrispondenze tra le due biografie.

Già l’abbigliamento suggerisce un travaso di destini ed eredità: Mohamed indossa pantaloncini corti, maglietta e scarpe nere da ballo; Israel un’elegante tunica celeste appartenente al padre stesso di Mohamed. E non è un caso visto che è dal corpo che parte la riflessione dei due artisti: l’allenamento calcistico “lievemente danzato” delle prime scene indica un ulteriore segno di vicinanza e l’intero spettacolo, nella sua linearità narrativa che affastella racconto, intarsi video, momenti danzati da Galván, manterrà sempre questo aspetto fisico, corporale (estendendosi anche ai corpi-bambini dei due artisti) e ne farà un elemento essenziale a tratteggiare due destini in parte simili tra loro e, a loro volta, simili a tanti altri destini.
Dunque, pure qui, come in Finir en beauté, arte e vita rappresentano un tutt’uno, ma l’immanenza dei corpi è sempre in primo piano e l’operazione scenica si fa più complessa e articolata. Certamente l’eterogeneità dei materiali e dei linguaggi messi in campo a tratti non appare risolta in un ritmo compatto, ma ciò è quanto mai giustificabile.
La pièce procede, infatti, come procederebbe la costruzione di un puzzle. Qualche tessera è indispensabile per smontare e ridicolizzare il mondo dei padri (e i loro catafalchi-feticcio carichi di libri del Corano, animali imbalsamati, uova per far crescere i capelli, paradisi perduti ridotti a plastici in miniatura, pantofole consumate) con la leggerezza dolce di uno sguardo adulto.
Altre tessere seguono da vicino il racconto stesso dei due genitori: le loro dichiarazioni taglienti, quelle scintille di disapprovazione e dispiacere, dalle quali germoglia, per merito di continue virate parodistiche, una più matura consapevolezza del proprio essere artisti (quanto mai significativa, a tal riguardo, la scena in cui Galván indossa tutte le medaglie vinte nella sua carriera e le fa danzare in un grottesco assolo carico di energia).

Altre tessere ancora aiutano la narrazione a tenere aperto il discorso direttamente con il pubblico, grazie a momenti di storytelling che non disdegnano improvvisazioni e battute in italiano. Infine, le tessere più emotivamente forti agiscono, a nostro parere, su due livelli ben distinti ma complementari. Il primo risiede nei passi duri e sonori del flamenco “contaminato” di Galván, disegnato su gesti violenti, scatti improvvisi, gambe nervose, maschile e femminile insieme, e poi: il volto teso, quasi drammatico, le braccia e le mani mai ferme, così come i piedi, mai del tutto a terra, mai del tutto sospesi. L’altro livello ha a che fare, invece, con i toni assorti, sereni, ma feriti, con cui Mohamed legge la sua struggente lettera al padre.
Un dolore antico si rinnova ora. Tuttavia, ancora una volta, l’ironia riesce a capovolgerlo: la grande moschea di cartongesso trasportata sul proscenio alla fine è un’immagine trionfante di libertà e sovversione, e la parodia del doppio numero di flamenco al maschile con cui si chiude il lavoro ce la dice lunga sulla capacità di avere, su sé stessi e la propria storia più intima, uno sguardo sghembo. Una leggerezza calviniana con cui leggere la vita e, ancora più, la creazione artistica: il proprio modo di abitare il mondo e di cambiarlo.
FINIR EN BEAUTÉ
di e con Mohamed El Khatib
produzione Zirlib
in collaborazione con il MAXXI Museo nazionale delle Arti del XXI secolo
MAXXI, Roma | 8 novembre 2025
ISRAEL & MOHAMED
con Israel Galván e Mohamed El Khatib
ideazione e produzione Israel Galván, Mohamed El Khatib
scenografia e luci, collaborazione artistica Fred Hocké
sound design, collaborazione tecnica Pedro León
produzione ZIRLIB / ISRAEL GALVAN COMPANY
in co-realizzazione con Istituto Cervantes
Auditorium Parco della Musica, Roma | 11 novembre 2025




