GIULIA BONGHI | L’opera di spicco di questa nuova edizione del Festival Donizetti è Caterina Cornaro, composta tra il 1842 e il 1844. Le vicende della governante veneziana, moglie di Giacomo II di Lusignano, Re di Cipro, era talmente popolare nell’800 da diventare spunto di numerosi romanzi storici e opere liriche.
A Bergamo, fa parte della collezione permanente dell’Accademia carrarese un olio su tela del 1842 di Francesco Hayez, raffigurante Caterina Cornaro che riceve l’annuncio della sua destituzione dal Regno di Cipro, da parte della Repubblica di Venezia. Il dipinto, costruito come la scena di un melodramma attraverso la regia sapiente delle luci e un efficace studio delle pose, ritrae l’episodio culminante della vicenda di Caterina. L’opera donizettiana rappresenta gli anni precedenti e la tragedia personale della protagonista.

La regia pone la lente di ingrandimento proprio sul suo dolore. Francesco Micheli – già direttore artistico del Festival – sottolinea la sofferenza di una donna per la salute cagionevole del consorte. La scena si apre sulla sala d’attesa di un ospedale, ai giorni nostri. Caterina è una donna incinta, che attende l’esito da parte dei medici sull’operazione alla quale è sottoposto il marito. Per ingannare l’insostenibile attesa, immagina sé stessa nei panni di Caterina Cornaro, trovando un parallelismo tra il suo dolore, quello del personaggio storico e quello della protagonista donizettiana.
Assieme al dramaturg Alberto Mattioli, il regista interseca la vicenda presente a quella passata, alternando o facendo combaciare le due linee temporali. La scena su girevole, firmata da Matteo Paoletti Franzato, avvicenda lo spazio ospedaliero alle mura di un interno rinascimentale, talvolta disegnato dalle videoproiezioni di Matteo Castiglioni. Completa uno schermo led suddiviso in quadranti, che cala dall’alto e poi nuovamente sospeso come soffitto della stanza asettica dell’ospedale.
In apertura, la Caterina contemporanea osserva delle fotografie, che proiettate scopriamo essere della regnante di fine XV secolo – Caterina Cornaro è stata Regina di Cipro dal 1474 al 1489. Con il primo numero musicale entriamo nella vicenda del libretto: le nozze tra Caterina e l’amato Gerardo vengono interrotte dall’ambasciatore Mocenigo, che riporta la decisione del Consiglio dei Dieci. Caterina dovrà sposare il re di Cipro Lusignano.
Una voce off registrata – prima e dopo la Sinfonia iniziale – e delle scritte all’interno dei contenuti video, spiegano e accompagnano l’imposta analogia. «Amore mio ho fatto un sogno, non eri con me» appare prima dell’Aria di Caterina Ah! vieni, t’affretta; sullo sfondo due figure ballano avvolte dalla nebbia. «Perdonami, ho diritto di vivere e amare ancora»; intuiamo dai suoi pensieri trascritti che la Caterina odierna rivolge al dottore – nell’opera Gerardo – dei sentimenti amorosi, alimentati dall’accostamento alla sé stessa quattrocentesca. Carmela Remigio affronta il duplice ruolo con sfrenata enfasi, ma canto estremamente scandito, pulito e vario nel fraseggio.

Lusignano – ottimo e intenso Vito Priante – è il marito sotto i ferri e il Principe malato, che beve la coppa avvelenata da Mocenigo – superbo nel ruolo il basso Riccardo Fassi – che rappresenta, nel parallelo contemporaneo, la malattia e la morte stessa. Il tenore Enea Scala è un Gerardo convincente, di facile emissione vocale, sfortunatamente calante nel registro acuto. I costumi omogenei e fastosi, d’ispirazione rinascimentale e taglio unisex, di Alessio Rosati, contribuisco ai pregevoli risultati estetici che talora si riscontrano. Le masse – gestite come un coro greco, dalla gestualità rituale e la postura statuaria – e gli interpreti vengono trattati egregiamente dal regista. Le luci firmate da Alessandro Andreoli aiutano a percepire lo scorrere del tempo nonché delineare la temperatura emotiva, definire gli spazi e disegnare la battaglia finale.
Nel libretto, Gerardo sfugge a un’imboscata grazie al re, e il giovane promette di proteggerlo; poi Gerardo e Caterina si chiariscono e, rivelata la congiura, Lusignano interviene e dichiara guerra a Venezia. Gerardo combatte per Cipro cadendo in battaglia; Lusignano muore affidando il regno a Caterina, che conclude l’opera con un discorso patriottico – preludio ai moti rivoluzionari del 1848. Nella versione di Micheli i due piani temporali si mescolano fino a sovrapporsi e la battaglia finale è contro la malattia, le armi sono siringhe.
L’Orchestra Donizetti Opera, guidata da Riccardo Frizza – direttore musicale e artistico della manifestazione – sostiene la narrazione e restituisce il respiro romantico della partitura, vibrante nelle sue splendide melodie, come la linea di Orrendo anatema. Il pubblico ha reagito acclamando i cantanti, ma esprimendo ingente dissenso per la regia, contestando l’idea del team, in definitiva forzata e poco comprensibile, per quanto di sovente didascalica.

Di tutt’altro tono il dittico presentato al Teatro Sociale di Bergamo alta: dalla tragedia lirica passiamo a due atti unici buffi.
La regista Stefania Bonfadelli accosta Il campanello, composto per il Teatro Nuovo di Napoli nel 1836, e Deux hommes et une femme, opéra-comique parigina del 1841, tracciando un filo rosso che interseca una vicenda all’altra. A renderlo possibile è l’ambientazione: la scenografia – firmata da Serena Rocco – è suddivisa in due spazi, ovvero l’Hotel Rita e la Pharmacie Pistacchio. Sui primi accordi de Il campanello i protagonisti della seconda opera si presentano in quello che è il leitmotiv narrativo della loro vicenda: Rita stampa in faccia al marito una raffica di ceffoni.
Questo, con la guancia rossa e dolorante, scende al piano di sotto, nella hall dell’albergo, dove si svolge l’incipit del primo atto unico. Serve le vivande per i festeggiamenti del matrimonio tra Serafina – voce cristallina e musicale di Lucrezia Tacchi – e lo speziale Don Annibale Pistacchio – brillante Pierpaolo Martella. Il mattino seguente quest’ultimo dovrà partire per Roma, perciò Enrico – dalla comicità travolgente, grazie alla straordinaria disinvoltura scenica di Francesco Bossi –, innamorato ricambiato della giovane, decide di impedire a tutti i costi che le nozze vengano consumate.
Approfittando del fatto che Don Annibale è tenuto per legge a rispondere alle richieste dei clienti anche di notte, Enrico suona ripetutamente il campanello della farmacia, presentandosi ogni volta con un’identità diversa e pretesti sempre più assurdi. Dapprima come giovane discotecaro, poi cantante lirico afono di allure pavarottiana e infine come vecchietto, Enrico tiene sveglio Pistacchio fino all’alba, costringendolo a partire per Roma senza avere consumato il matrimonio. Finalmente, Enrico e Serafina si chiudono nella farmacia nella foga dei baci.

Deux hommes et une femme si pone in continuità temporale alla vicenda notturna dell’atto precedente. Ora è mattino, Enrico e Serafina li vedremo tornare in albergo rincorrendosi mezzi svestiti. Intanto, sfoggia una bella voce squillante Cristina De Carolis nei panni di Rita, la proprietaria dell’Hotel, sposata con Pepé – timbro avvolgente di Cristóbal Campos Marín – secondo marito, che subisce i maltrattamenti della moglie che a sua volta subiva dal primo marito Gasparo – voce piena e precisa di Alessandro Corbelli. Rita è convinta che quest’ultimo sia morto naufragato. Gasparo, invece, inaspettatamente si presenta alla locanda con la nuova fidanzata canadese, anch’egli convinto di essere rimasto vedovo. Pepé sarebbe felice di restituirgli una moglie tanto manesca, ma Gasparo rifiuta: ottenuto l’atto di matrimonio, lo strappa e riparte, incrociando Don Annibale Pistacchio di ritorno da Roma. Così le due vicende terminano contemporaneamente.
La regia, vivace e fantasiosa, inserisce controscene comiche raffinate, intersezioni di musica registrata – La bambola di Patty Pravo – citazioni popolari e donizzettiane – linea melodica di Nemorino da L’Elisir d’amore. La simpatia e l’energia sono determinate anche dall’età complessivamente giovane degli interpreti, del Coro dell’Accademia del Teatro alla Scala – impeccabile, diretto da Salvo Sgrò – e del M° Enrico Pagano, che dirige l’orchestra Gli Originali, con strumenti d’epoca sempre intonati e calibrati nell’agogica varia e interessante. Emergono la simpatia e l’audacia di questi cast coesi vocalmente e inseriti in un gioco teatrale vincente.

Il furioso nell’isola di S. Domingo è il quarto e ultimo titolo di quest’anno. Il regista Manuel Renga pone quest’opera semiseria in un mondo fiabesco alla Mary Poppins. Durante l’ouverture un signore anziano, che capiamo essere il protagonista Cardenio diversi anni dopo la vicenda, osserva delle fotografie. La sua storia sarà narrata come ricordo – a qualcuno tornerà in mente il progetto de La bohéme vincitore dell’ultimo bando di OperaLombardia, in cui era Rodolfo ad aprire la scatola dei ricordi e ripercorrere la sua triste storia d’amore con Mimì.
Tre pannelli neri fanno da sipario, con apertura alla tedesca e alla greca, per cui la scena viene svelata dal basso verso l’alto e aprendosi ai lati, per la sua interezza o talvolta ne vengono incorniciate delle porzioni. Così che possa zoomare l’attenzione su un dettaglio e permettere cambi scena rapidi senza mortificare l’andamento della pièce.
Aurelio Colombo firma i costumi novecenteschi – blouse decorate con pizzi e ricami o floreali, gonne lunghe, bretelle, gilet e iconici cappelli di paglia boater, rigidi con tesa dritta e una fascia in nastro intorno alla corona piatta – e una scenografia composta principalmente da un grande fondale con carta da parati a elementi decorativi di foglie e animali tropicali. S’innesta in alcune scene il muro della stanza da letto o salotto del protagonista invecchiato che ripercorre, anche in modo confuso, la propria vita.
Cardenio – bravo Paolo Bordogna, nonostante i suoni un po’ schiacciati –, impazzito per l’infedeltà, vive sull’Isola di S. Domingo. Appare per la prima volta, intonando la Cavatina Raggio d’amor parea, su una pianta, al di sopra del muro della casa del contemporaneo ormai vecchio sé stesso.

Sull’isola è accudito da Bartolomeo, sua figlia Marcella – validi Valerio Morelli e Giulia Mazzola – e il servo Kaidamà – bel timbro, scenicamente generoso e atletico Bruno Taddia. Kaidamà, spaventato da un recente scontro con Cardenio, tenta di dissuadere Marcella dal portargli del cibo, mentre Cardenio, vestito di stracci e con lo sguardo perso, vaneggia del tradimento subito.
Proprio in quel momento, sua moglie Eleonora – voce piena, agile e precisa, debole nel registro grave, di Nino Machaidze –, che lo cercava da anni, naufraga sull’isola a causa di una tempesta. Sbarca anche Fernando – agile e chiara voce di Santiago Ballerini –, fratello di Cardenio, che giunge in tempo per salvare Eleonora dall’aggressione del marito, che l’aveva riconosciuta in un accesso di furore. Orripilato dal proprio gesto, Cardenio tenta il suicidio gettandosi da una rupe, ma viene salvato da Fernando.
Il matto non perdona ancora la moglie e propone che muoiano insieme. Disarmato dopo aver puntato una pistola contro sé stesso, assiste al tentativo di suicidio di Eleonora, che, disperata per non aver ottenuto il suo perdono, punta a sua volta una pistola al petto. A questo punto, Cardenio si convince del sincero pentimento della moglie, si libera del dolore opprimente e le dichiara il suo ritrovato amore.
In questa versione viene raccontato anche il futuro, che la coppia passa assieme, amandosi. Ma la malattia di Cardenio permane e vi sono momenti in cui non la riconosce o ancora viene preso dal furore. Che poi, non si parla di gelosia, ma vera e propria sindrome psichiatrica o demenza, simile all’Alzheimer. La tenerezza di questo amore si evince dalla sua sopravvivenza e tenacia anche di fronte alla malattia. Nonostante la recitazione generalmente un po’ affettata, la pazzia è resa molto bene e affrontata in modo affatto superficiale.
Gli elementi fiabeschi risolvono non pochi problemi tecnici e registici: la nave appare come modellino; i teli bianchi che calano dalla graticcia sono le vele; l’acqua sono coriandoli argentati; gli oggetti appesi rappresentano la confusione mentale di Cardenio, durante il Finale I di profumo rossiniano. Alessandro Palumbo dirige con gusto una partitura piuttosto complessa. Hana Lee al fortepiano ha sicuramente contribuito con ingegno e raffinatezza alla buona riuscita dell’opera.
Un paio di riflessioni mi sovvengono in chiusura di quest’ultima esperienza al Donizetti Opera Festival: coltivare e fidarsi della gioventù, che arricchisce e dona nuova linfa al teatro musicale, è una scommessa che spesso ripaga; coltivare altresì il dissenso – se si applaude a tutto la qualità delle proposte artistiche inevitabilmente ne risente e s’impoverisce – è una prassi tanto antica quanto sana, che il teatro di prosa dovrebbe recuperare dall’opera lirica.
CATERINA CORNARO
Tragedia lirica in un prologo e due atti
di Giacomo Sacchero
musica di Gaetano Donizetti
Caterina Cornaro Carmela Remigio
Andrea Cornaro Fulvio Valenti
Gerardo Enea Scala
Lusignano Vito Priante
Strozzi Francesco Lucii
Mocenigo Riccardo Fassi
Un cavaliere del re Francesco Lucii
Matilde Vittoria Vimercati
Orchestra Donizetti Opera
Direttore Riccardo Frizza
Coro dell’Accademia Teatro alla Scala
Maestro del Coro Salvo Sgrò
Regia Francesco Micheli
Scene Matteo Paoletti Franzato
Costumi Alessio Rosati
Lighting design Alessandro Andreoli
Dramaturg Alberto Mattioli
Visual design Matteo Castiglioni
nuovo allestimento della Fondazione Teatro Donizetti
in coproduzione con il Teatro Real di Madrid
IL CAMPANELLO
Farsa in un atto
parole e musica di Gaetano Donizetti
con recitativi di Salvadore Cammarano
Serafina Lucrezia Tacchi *
Madama Rosa Eleonora de Prez *
Don Annibale Pistacchio Pierpaolo Martella *
Enrico Francesco Bossi *
Spiridione Giovanni Dragano
Orchestra Gli Originali
Direttore Enrico Pagano
Maestro al fortepiano Ugo Mahieux
Coro dell’Accademia Teatro alla Scala
Maestro del Coro Salvo Sgrò
Regia Stefania Bonfadelli
Scene Serena Rocco
Costumi Valeria Donata Bettella
Lighting design Fiammetta Baldiserri
* Allievi della Bottega Donizetti
nuovo allestimento della Fondazione Teatro Donizetti
LE DEUX HOMMES ET UNE FEMME
opéra-comique in un atto di Gustave Vaëz
musica di Gaetano Donizetti
Rita Cristina De Carolis *
Pepé Cristóbal Campos Marín *
Gasparo Alessandro Corbelli
Orchestra Gli Originali
direttore Enrico Pagano
maestro al fortepiano Ugo Mahieux
Coro dell’Accademia Teatro alla Scala
maestro del Coro Salvo Sgrò
regia Stefania Bonfadelli
scene Serena Rocco
costumi Valeria Donata Bettella
lighting design Fiammetta Baldiserri
* Allievi della Bottega Donizetti
nuovo allestimento della Fondazione Teatro Donizetti
IL FURIOSO NELL’ISOLA DI S. DOMINGO
melodramma in due atti di Iacopo Ferretti
musica di Gaetano Donizetti
Cardenio Paolo Bordogna
Eleonora Nino Machaidze
Fernando Santiago Ballerini
Bartolomeo Valerio Morelli
Marcella Giulia Mazzola
Kaidamà Bruno Taddia
Orchestra Donizetti Opera
direttore Alessandro Palumbo
maestra al fortepiano Hana Lee
Coro dell’Accademia Teatro alla Scala
maestro del Coro Salvo Sgrò
regia Manuel Renga
scene e Costumi Aurelio Colombo
lighting design Emanuele Agliati
Nuovo allestimento della Fondazione Teatro Donizetti
14 – 30 novembre | Teatro Donizetti e Teatro Sociale, Bergamo




