ELENA SCOLARI | Nel suo capolavoro Moby Dick, Melville dedica un intero capitolo al colore bianco, si intitola La bianchezza della balena. Per una pagina e mezza l’autore elenca decine di riferimenti positivi associati al bianco: la sposa, la perla, i marmi, le camelie, poi cita le culture in cui il bianco significa gioia, purezza, candore. Ciononostante «sempre cova nell’intima idea di questo colore qualcosa di elusivo che incute più panico all’anima di quel rosso che atterrisce nel sangue» (trad. Cesare Pavese). Il bianco è lattiginoso, spettrale come un sudario. «Forse la bianchezza adombra, con il suo essere indefinita, i vuoti e le immensità spietate dell’universo e così ci pugnala alle spalle con il pensiero del nulla?».
Chissà se è anche per questo che Antonio Latella ha vestito di bianco il suo Riccardo III, in cartellone al Piccolo Teatro Strehler di Milano fino al 30 novembre, dopo il debutto al Festival di Spoleto la scorsa estate; Linda Dalisi è la dramaturg.
Riccardo III è un campione di cattiveria, la sua vita è un catalogo corrusco di nefandezze. Shakespeare dipinge un mostro malvagio, malvagio proprio perché mostro. Nasce prematuro e deforme, è storpio, sciancato, la sua forma gli nega i piaceri di corte. Ha subìto un torto dalla natura e passa l’esistenza a meritarsi quel torto. Latella, con un atto registico definito “rivoluzionario”, spoglia il suo Riccardo della bruttezza, vestendolo della prestanza di Vinicio Marchioni, in abiti bianco candido.

Non è il primo, a onor del vero, a operare in questo senso, altri “rivoluzionari” prima di lui hanno cancellato la mostruosità fisica del duca di Gloucester: solo recentemente ricordiamo le versioni di Calderòn (con Francesco Montanari) e di Bonagura (con Edoardo Sorgente). Ad ogni modo la tesi di Latella è che il pubblico tenda a giustificare la perfidia del personaggio perché ne vede la deformità fisica, mentre oggi questo “alibi” non sarebbe più accettabile. Nelle sue note di regia dice: “Probabilmente il Bardo ne aveva bisogno per giustificare al pubblico, in qualche modo, tutte le malefatte del protagonista”.
È un’opinione. Il Bardo non usava soluzioni pensate “in qualche modo”, voleva esattamente che il pubblico giungesse a parteggiare per il pessimo Riccardo, arrivista e assetato di potere, proprio per dimostrare che la sua impareggiabile capacità seduttiva e la raffinatezza dei suoi intrighi superavano la repulsione che provocava nel prossimo. Tutti cedevano a Riccardo – perfino Lady Anna cui aveva ucciso marito e padre – nonostante il suo aspetto ripugnante. Se togliamo questo elemento, il personaggio perde il fascino, tutto shakespeariano, della sua complessità. La doppiezza bello/cattivo è piatta, la doppiezza cattivo e brutto/seducente è tridimensionale.
In coerenza con l’idea contraria all’oscurità visiva del male, la scena (di Annelisa Zaccheria) è sempre illuminata al massimo (piano luci di Simone De Angelis) ed è disseminata di grandi cespugli di rose bianche, che alludono alla Guerra della due Rose tra i casati dei Plantageneti: gli York e i Lancaster. Siamo in un Giardino dell’Eden con l’aspetto dell’atelier opulento di un fiorista, perché il male si annida nella bellezza, non nella bruttezza. E il male non è solo quello compiuto e architettato da Riccardo, qui è distribuito un po’ fra tutti, tutti benissimo abbigliati nei bei costumi di Simona D’Amico, e tutti al servizio della bellezza del male. Rimane in mente l’abito nero di Lady Anna (Giulia Mazzarino, accesa di giusto furore): suo l’abisso più profondo e con lei lo scambio memorabile che la farà capitolare.
Un tronco d’albero squarciato sta al centro della scena, utero maledetto dal quale la madre Elisabetta rimpiange di aver dato vita a un delinquente, ma anche luogo mediano in cui gli attori sostano, il ripostiglio dove vengono posati i ruoli. E forse anche simbolo della Torre di Londra, dove venivano imprigionati i traditori, chissà.

C’è molto di artificiale, tra gli oggetti di scena: dal vino “prodotto” a vista con la polverina colorata, all’urna fucsia molto pop in cui sono conservate le ceneri della casata dei Lancaster, fino alle fragolone rosse còlte in questo giardino delle nequizie; la natura e i suoi suoni – cinguettii e scrosciar di ruscelli – vengono puntualmente zittiti da Riccardo, sono un fastidio che lo richiama a ciò che non può controllare. Un ostacolo da mettere a tacere perché qui si montano falsità, si sibilano artifici retorici continui tramite cui il protagonista abbatte tutti quelli che si frappongono tra lui e la corona. Anche se, secondo il regista, non è la corona ciò che vuole il futuro re ma la “sottomissione del femminile”.
Detta sottomissione, comunque, sempre a raggiungere il trono gli serviva.
Marchioni è un caleidoscopio di toni, nella prima parte (2 ore e 40 totali) tocca gli accenti della commedia – anche grazie alla bella e agile traduzione di Federico Bellini, che cura anche l’adattamento insieme a Latella – senza mai tralasciare una connaturata indole al comando, poi passa dall’insinuazione (sempre decisa, però, mai dubbiosa) alla finta nonchalance con cui, in un elenco annoiato, enumera le vittime sacrificate. Slaccia i bottoni alle signore come nessuno ed è in scena per tutta la durata dello spettacolo, perché niente sfugga al suo disegno manipolatorio.
Il cast è una squadra equilibrata e ben diretta: Silvia Ajelli, Sebastian Luque Herrera, Luca Ingravalle, Giulia Mazzarino, Candida Nieri, Stefano Patti, Annibale Pavone, Andrea Sorrentino sono nitidi interpreti che mescolano macchinazioni e dichiarazioni di fedeltà, atti di servilismo e orgogliosi rifiuti. Segnalo due di loro per particolarità di interpretazione e ruolo: la misuratissima, sconsolata, grave Anna Coppola, regina madre addolorata che disprezza il suo stesso sangue: «La mia maledizione ti pesi in battaglia più dell’armatura che indosserai»; e Flavio Capuzzo Dolcetta, nei panni del Custode, un servo di Riccardo ma soprattutto servo del Giardino, un maggiordomo accorto, che sembra anche sapere cosa accadrà, come forse gli uccelli che non smettono di irrompere.

La prima parte del lavoro, anche se sono stati operati opportuni tagli al testo, soffre del groviglio dinastico non facilissimo da sbrogliare; la scena floreale rimane la stessa e i duelli sono tutti verbali: la parola è la vera regina, supera in regalità ogni titolo nobiliare strappato con l’inganno. La forza dell’eloquio è espressione dell’ingegno, la paola seduce, attrae, lusinga e convince, ancor più quando è menzognera. E più che nell’assunto generale, che personalmente vedo come libero ma non inattaccabile, in questo sta il valore della lettura di Latella: uno spettacolo che ri-mette l’accento sul potere seduttivo della parola invitandoci ad alzare la guardia contro propaganda e demagogia.
La traduzione di Bellini è attenta, rappresenta una parte importante negli equilibri generali, si avvale anche di alcune finezze nell’accostamento dei termini, cito ad esempio la coppia pietà/empietà. Nella seconda parte – teatralmente più vivace – la parola diventa meno sottile, Bellini si concede qualche espressione poco letteraria, come «corsia preferenziale», per esempio, forse a segnalare il progressivo sfacelo morale.
Dalla grande tenda di plastica a fondo scena escono tutti gli ammazzati sotto il sole di York, spettri che annunciano la disfatta (la battaglia finale sarà vinta da Richmond, che darà inizio al regno dei Tudor); l’inverno dello scontento è schierato dietro al re e assiste alla sua tirata finale, pronunciata direttamente in faccia al pubblico, in proscenio, con le luci accese in sala. Forse è un vezzo registico o forse Marchioni parla a noi perché le parole del potere seducono e ottundono ancora oggi e ci vuole cospiratori con lui.
La bellezza che nasconde il marcio è un imbroglio di primo livello, la bruttezza che lo esibisce e vince è il genio di Shakespeare.
RICCARDO III
di William Shakespeare
traduzione Federico Bellini
adattamento Antonio Latella e Federico Bellini
regia Antonio Latella
con Vinicio Marchioni
e con Silvia Ajelli, Anna Coppola, Flavio Capuzzo Dolcetta, Sebastian Luque Herrera, Luca Ingravalle, Giulia Mazzarino, Candida Nieri, Stefano Patti, Annibale Pavone, Andrea Sorrentino
dramaturg Linda Dalisi
scene Annelisa Zaccheria
costumi Simona D’Amico
musiche e suono Franco Visioli
luci Simone De Angelis
regista assistente e movimenti Alessio Maria Romano
assistente volontario Riccardo Rampazzo
produzione Teatro Stabile dell’Umbria, LAC Lugano Arte e Cultura
Piccolo Teatro Strehler, Milano | 18 novembre 2025




