BIANCA MARTINELLI – PAC LAB* | Alcuni passi, una figura entra in scena, si ferma.
Prologo:
Tra quante cose esistono terribili
Nessuna è più terribile dell’uomo…
Sofocle, Antigone.
Come per un monito, Roberta Biagiarelli attinge da Sofocle per iniziare il suo monologo. Non sembra un caso che le prime parole che ci vengono offerte arrivino da una storia fratricida come quella di Antigone. Biagiarelli accompagna questi primi versi con un gesto cadenzato del braccio che sembra batterne gli incisi e gli accenti. Con il capo reclino in avanti, lo sguardo rivolto verso il basso, le gambe leggermente piegate, il corpo è in una posizione stabile e solida, tutto sembra anticiparci la durezza della storia che ci verrà raccontata: con il testo, con la voce e con i gesti.
A come SREBRENICA di Roberta Biagiarelli, regia di Simona Gonella, inaugura la ventiseiesima edizione della rassegna S/paesati, al Teatro Miela Bonawentura di Trieste. L’interprete dà vita e voce a un monologo-testimonianza, catapultandoci nei Balcani di 30 anni fa. Le vicende che l’attrice racconta sono in parte interpretazioni e scritture personali, in parte atti pubblici e fatti di cronaca che ripercorrono gli avvenimenti della guerra serbo-bosniaca, nello specifico del genocidio bosniaco avvenuto negli anni Novanta del secolo scorso.
Roberta Biagiarelli, artista multidisciplinare e attivista, nel suo lavoro naviga tra storie di resistenza, racconti femministi, narrazioni del reale su fatti socio-politici. Nel 2002 fonda l’associazione Babelia & C. progetti culturali, dedicandosi a storie e incontri sui temi della giustizia umana, della marginalità e della memoria. Dal 2018 è ideatrice e curatrice del ciclo di incontri Balcani d’Europa – Lo Specchio di Noi e della rassegna Vista sull’Europa.

A come Srebrenica: A come assedio, A come atto di accusa, A come aggrediti, A come aggressori…
Lo spettacolo inizia con un dialogo immaginato; una bambina che vive sulle coste del mar Adriatico chiama la nonna: Nonna, nonna, cosa c’è dall’altra parte del mare? – la nonna risponde: Una terra come la nostra. Poi l’attrice guarda il pubblico, si intuisce che la storia di quella terra non sarà come la nostra. Si parla del 1992 a Bratunac, dell’inizio delle persecuzioni serbe contro i bosniaci musulmani; si parla di Sarajevo, ma soprattutto si racconta di Srebrenica, una cittadina di appena quattromila anime. Un piccolo paese che ha subito un assedio straziante dalla primavera del 1992 all’estate del 1995, emblematico dell’immobilità del mondo e della politica di quel tempo. I testimoni sopravvissuti raccontano: per i primi undici mesi nessuno è venuto a chiederci niente, neanche un giornalista, né Croce Rossa, né Onu, né dalla Bosnia né dal mondo. Nessuno. Dopo più di un anno di assedio da parte dell’esercito federale Jugoslavo, a Srebrenica si forma un gruppo di resistenza, capitanato da un personaggio controverso di nome Naser Oric, che costituisce un fronte di quaranta mila persone tra sfollati e dispersi e tutti si dirigono a Srebrenica. Srebrenica è lunga quattro chilometri e larga quattrocento metri. Ci entrano in quarantamila. Troppi. Da quel budello non si esce più. Anni di aggressioni, fame, sopravvivenza e stenti. Il 16 aprile 1993 il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite adotta la risoluzione 819: Srebrenica e i suoi dintorni sono considerati Zona Protetta e, come tali, non possono essere oggetto di attacchi armati o di qualsiasi altro atto di ostilità. L’11 luglio 1995 le unità serbo-bosniache guidate dal generale Ratko Mladic entrano nella città e devastano, stuprano, massacrano 8.372 persone, nonostante la dichiarazione dell’Onu. Uno sterminio che nel 2004 verrà riconosciuto ufficialmente come genocidio dal Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia. I processi sono ancora in corso.

Il monologo si struttura come il copione di un film, dalla scena uno alla scena nove. Biagiarelli ci invita ad immaginare una macchina da scrivere che batte. Per parlare di Srebrenica, l’attrice introduce un fatto accaduto a Bratunac, un paese vicino alla Serbia, ma comunque in Bosnia, che sancirà l’inizio delle stragi nella Bosnia occidentale.
Scena 1. Vicoli di Bratunac. Esterno. Giorno. Sembra quasi di sentire il rumore dei tasti.
Una macchina corre veloce tra i vicoli di Bratunac, creando scompiglio nel paese.
Scena 2. Piazza di Bratunac. Esterno. Giorno.
Un uomo scende dalla macchina che si ferma in mezzo alla piazza di Bratunac, il corpo dell’uomo è coperto di sangue e ferite, la gente guarda la scena pietrificata, l’uomo fa qualche passo, barcolla. Poi dalla macchina una raffica di colpi, l’uomo cade a terra e muore. Era la primavera del 1992. Quelli che avevano sparato erano serbi di Bratunac, l’uomo coperto di sangue era un musulmano che veniva da un altro villaggio. Serbi di Bratunac? Che è in Bosnia, il musulmano era di un altro villaggio, ma sempre della Bosnia. Cosa facevano quelli, si ammazzavano tra loro? Tra vicini di casa?».

La sua gestualità è magnetica: i movimenti delle mani disegnano nello spazio i contorni e le sagome degli interni della case, i boschi vicino alle città, la forma delle strade, i bar e i confini geografici della Bosnia e in particolare di Srebrenica. Mentre sulla scena spoglia appaiono solo un tavolino in metallo, un tappeto e una sedia, con i suoi gesti permette di immaginare i luoghi che da lì a poco verranno distrutti, cancellati.
Il vero problema quando è cominciata la guerra era capire chi ammazzava chi. Non era chiaro. Non era per niente chiaro. E neanche a Bratunac nel 1992 era chiaro perché quelli avevano preso un musulmano e lo avevano ammazzato così nella piazza del paese. Non era per niente chiaro. Oddio, se ne parlava, sottovoce, ma se ne parlava. Chiacchiere. Chiacchiere, una parola che viene ripetuta spesso, con le vocali allungate sembra una melodia, un gesto di mano distratto, come a dire che sì, queste cose succedono ma mica a noi, mica qua, sono tutte chiacchiere, voci di corridoio, leggende. La sua voce sembra una musica: modula toni e intensità vocali, bisbiglia le voci dei padri che, nascosti nei boschi con le famiglie, cercano di rassicurare i figli. Parla rivolta verso il pubblico, a tratti sposta la voce verso le quinte, come se ci fosse qualcuno. In un crescendo vocale ed emotivo, l’attrice simula una normale conversazione tra vicini di casa: chi si lamenta dei figli che vanno male a scuola, chi dell’inquilino fastidioso, ci si presta lo zucchero, si scambia una risata, sono conversazioni quotidiane, tra chi, in un paese di quattromila anime, si conosce più o meno da tutta la vita. Biagiarelli ci fa entrare nelle case, nelle strade, nei pensieri di quella gente di cui non sappiamo niente, ma che è nostra vicina di casa. Presto però i toni però si scaldano, inizia una progressione vocale animata da battibecchi, i vicini sembrano litigare per le cose più banali, futili, il motorino sulla staccionata, qualcosa fuori posto; l’attrice si gira a destra, poi a sinistra, tiene indice e medio ben puntati e uniti, mentre tutte le altre dita sono richiuse nella mano, la sagoma sembra la canna di una pistola. Punta il dito verso le quinte vuote, Biagiarelli urla, con la sua sola voce rabbiosa sul palco sembra ci sia una moltitudine di suoni, all’apice del bisticcio qualcuno spara: Una stronzata capisci!. Ecco come si muore.

Le dita serrate, le braccia spalancate verso destra e verso sinistra, il petto esposto mostrano un corpo vulnerabile, come quello del popolo bosniaco in quegli anni di assedio. Biagiarelli legge le dichiarazioni dell’ONU e i documenti ufficiali di quello che è accaduto sotto gli occhi di un mondo immobile, inerme. Per non perdere la memoria, per non perdere l’umanità, Biagiarelli continua a rivivere questa storia da ventotto anni, in un monologo coinvolgente e sconvolgente, raccontando una delle pagine più buie del Novecento. Un modo per ripensare il presente, un gesto d’amore, un gesto di lotta, un gesto di libertà.
Epilogo:
Tra quante cose esistono terribili
nessuna è più terribile dell’uomo.
Il malgoverno reclama uomini grandi, e non ne trova.
La guerra si espande e monta, e si spezza le gambe.
Dalla rapina vien la rapina.
E la durezza vuol durezza: il più vuole sempre di più,
e finisce in nulla.
Se così mi sono guardata indietro e intorno,
voi guardate avanti, e inorridite.
Sofocle, Antigone.

A COME SREBRENICA

un progetto di e con Roberta Biagiarelli
regia Simona Gonella
maestro d’ispirazione Luca Rastello
una produzione Babelia & C.-progetti culturali

S/PAESATI, Trieste | 18 novembre 2025

PAC LAB è il progetto ideato da PAC Paneacquaculture in collaborazione con docenti e università italiane per permettere la formazione di nuove generazioni attive nella critica dei linguaggi dell’arte dal vivo. Il gruppo di lavoro di Pac accoglie sul sito le recensioni di questi giovani scrittori seguendone la formazione e il percorso di crescita nella pratica della scrittura critica.